Miracolo a Milano






Tenere a bada il popolo affamato è un’arte molto raffinata, e le rivoluzioni non hanno sceneggiatori e registi dell’altezza di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica.

«Prego signori! Vogliono scaldarsi?». Toto’, ragazzo buono ed ottimista che con i suoi amici di sventura prende tepore da un fuoco di fortuna fatto lì, per strada, invita i signori ben vestiti.
Il ricco costruttore osserva la situazione e accetta l’invito e con l’amico di affari si avvicina.

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Da poco ha acquistato sulla parola il terreno, ma si accorge che è occupato da poveri affamati e pericolosi. Ora sono lì, tutti intorno al fuoco, possidenti e nullatenenti, con le mani ben aperte per riscaldarle.

Il ricco rompe subito il ghiaccio, «Eccoci qui, tutti riuniti. Io, vedete, ho freddo come voi… e questo perché? Perché siamo tutti uguali. Sì, il mio naso sarà un po’ più piccolo, un po’ più grosso del vostro, ma è sempre un naso! Questa è la verità, amici! Un naso è un naso!».

Ma uno dei poveri chiede contrariato «…Embé? Che significa?». E anche il secondo povero non apprezza, «Cosa c’entra il naso…». Questo potrebbe essere il momento in cui tutto frana, ma l’abilità del ricco è superiore, sentendosi in pericolo chiede retoricamente al venditore del terreno «…Perché costoro dovrebbero lasciare le loro capanne? Lei ce l’ha una casa? Ma cosa chiedo, lei forse ne ha due…».

Poi continua, «C’è bisogno di conoscerci, di sapere il nome l’uno dell’altro per essere fratelli? Perché cinque sono le mie dita, e cinque le sue, e le sue…», rivolgendosi al resto dei disgraziati.
I poveri, che son poveri e si accontentano sempre e si sfamano delle parole esclamano: «bravo!, bravo!». Il ricco possidente l’ha scampata bella.
 
Se Luigi XVI avesse visto Miracolo a Milano – una delle migliori sceneggiature di Cesare Zavattini con la regia dei Vittorio De Sica – forse avrebbe potuto evitare la ghigliottina della Rivoluzione francese, solo prendendo spunto di come rovesciare una situazione contraria a proprio favore. Si fa per scrivere, naturalmente.

Perché il re francese è tirato in questo film? Poco tempo fa è stato ritrovato il suo “testamento politico”, sconosciuto agli storici. Luigi non fu un gran re, alla politica preferiva la caccia e pensava che la monarchia non sarebbe stata mai messa in pericolo perché i sovrani, come si sa, discendono in linea diretta dal re sopra a tutti quanti, Dio.

Siamo nei mesi successivi alla Rivoluzione francese e il re è in trappola. Nella notte fra il 20  e il 21 giugno del 1791,  prima di provare la fuga, scrisse ai francesi, anzi ai parigini, dell’uguaglianza degli uomini. Una novità per la storia, a dispetto di quelli che non hanno mai avuto una buona opinione di Luigi XVI.

Un testo ritenuto autentico dal consulente della Corte di appello di Parigi Thierry Bodin. Oltre ad essere controfirmato da Alexandre de Beauharnais, in quei giorni presidente dell’Assemblea Nazionale. Nel suo scritto il sovrano ammette per la prima volta che è possibile attuare l’uguaglianza civile e crede nella necessità dell’eliminazione delle esenzioni del ceto privilegiato… Ma a quei tempi Luigi XVI non aveva al suo servizio uno sceneggiatore come Cesare Zavattini che potesse aggiustargli la sceneggiatura, e non c’era un Vittorio De Sica in grado di indicargli la strada per recitare il copione. (Fp)