Il rompilampioni

di Francesco Panaro Matarrese

Illustrazione di Franco Matticchio

Illustrazione di Franco Matticchio





Un signore, una sera, prese a sassate i lampioni delle strade del suo paese. Dopo averli frantumati tutti, riunì al buio i suoi amici è spiegò loro la grande ed indispensabile utilità dell’illuminazione: senza si rimane al buio e la notte, nelle strade, diventa pericolosa.
Heinrich Heine era, ed è, un grande poeta tedesco, fece l’esempio del rompilampioni  per mettere in guardia l’umanità da un anziano signore del Settecento che, per dimostrare la validità e l’esistenza di Dio, ne criticò aspramente la prova teologica per ristabilirne poi la credenza: l’esistenza è come la notte in una città buia, senza luci, fredda, non ha uno scopo senza Iddio e il cristianesimo, i quali servono ad alleggerire le pene del mondo. Quel vecchio, intelligente, furbo signore borghese, figlio di un sellaio e di una donna pietista, nato e vissuto in una piccola città della Prussia, professore a 1490 talleri l’anno, era Immanuel Kant.
Questo è un non-editoriale che, come il non-compleanno di Alice nel paese delle meraviglie reso ancor più divertente nel cartone animato di Walt Disney, andrebbe tenuto presente 364 giorni l’anno. Potrebbe essere d’aiuto per difendersi dagl’incantatori. Quali? Basta scegliere, di esempi ce ne sono a migliaia, oggi.
 
Con tutto il rispetto per la Storia infinita, per Harry Potter o per la letteratura colta,  quella che segue è un’altra breve storia che ha attraversato intatta molti secoli, da una lingua all’altra, vale la pena ascoltarla. Si dice che sia arrivata dal Medio oriente. Ma la sua terra di origine è solo un dettaglio poco interessante.
«Allora, cos’è questo difficile e temuto Talmud? Vuoi spiegarmelo una volta per tutte?»
Chiede il goy, il non ebreo – gentile, in italiano – al suo amico ebreo.
«Certo! Due spazzacamini escono dalla canna fumaria, uno è sporchissimo di fuliggine, l’altro no. Mi sai dire chi dei due va a lavarsi?».
Qui è necessario ricordare che niente è automatico, e questo è un avvertimento per i non credenti, che nulla cade dal cielo, e questo è invece un ammonimento per chi crede. Insomma qui bisogna fermarsi un attimo e riascoltare.
 
La domanda era: chi dei due spazzacamini va a lavarsi?
«…Come chi va a lavarsi, naturalmente quello nero di fuliggine!». Dice il goy, il gentile.
Così sembrano le cose, ma «è errato, replica l’ebreo. Lo spazzacamino nero di fuliggine guardando il suo collega pulito crede di essere pulito anch’egli. Al contrario, quello pulito vedendo il collega sporco va a lavarsi, inutilmente».
«Ma certo! E’ talmente semplice!», replica, il goy, il non ebreo.
 
«Calma, calma. Non arrivare a conclusioni semplici ed affrettate: se venendo fuori da una canna fumaria uno spazzacamino è pulito e l’altro è lercio, chi corre a ripulirsi?».
«Ma santi numi, dice l’amico, lo hai detto tu stesso ora, ci va quello pulito, no?».
«Tu salti alle conclusioni, semplificando. Devi sapere che lo spazzacamino nero di fuliggine  ha visto l’altro andare a lavarsi. Ha dedotto che il collega pulito ha creduto di essere sporco perché ha visto lui sporco. Quindi, quello pulito è andato a lavarsi perché ha pensato di essere sporco senza esserlo. A quel punto anche lo spazzacamino sporco, notando il comportamento del collega, è andato a  lavarsi…».
«Ma sì, come ho fatto a non pensarci prima?».
«Certo, dopo sembra tutto facile. Ma ritorniamo all’inizio. Dei due spazzacamini che scendono dal camino uno è pulito, l’altro invece è tutto sporco. Chi è che va a lavarsi?».
«Ma lo hai detto tu, entrambi…», risponde con naturalezza.
 
Chissà se le storie sono come vengono narrate. Quando le risposte sembrano troppo naturali…
Così, il signore ebreo, alla candida risposta del suo amico gli ricorda, «Ma ti sembra ragionevole che dallo stesso nerissimo camino uno spazzacamino ne esca pulito e uno sporco?».
Insomma, come dire? Alla fin fine può essere necessario mettere in dubbio le domande – come è necessario capire per qual motivo Kant nella sua  Critica della ragion pura ha finto la  demolizione della prova dell’esistenza di Dio e, invece, nelle opere successive l’ha ristabilita – perché, qualche volta, se non quasi sempre, le risposte sono proprio lì, lì dentro. Ma non sempre.