Marxisti immaginari e maternità surrogata

di Matteo Santarelli











In questi giorni, Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa sono stati al centro di una polemica violentissima. La loro colpa, è quella di aver “affittato” l’utero di una donna per dare al mondo un bambino, che si chiama Tobia Antonio. Oltre alle accuse provenienti da chi pensa che la genitorialità gay sia contro natura, o pericolosa per lo sviluppo psichico del bebè, stavolta è emerso un nutrito coro di critiche da “sinistra”. Queste voci dichiaratamente marxiste hanno accusato Vendola di essersi reso complice della mercificazione del corpo femminile e dello sfruttamento irrefrenabile dell’essere umano. Due caratteristiche innegabili di un “sistema capitalistico avanzato”  che l’ex Presidente della Regione Puglia, in quanto sedicente uomo di sinistra, dovrebbe combattere invece di foraggiare.
 
Piuttosto che prendere le difese di Vendola e del suo compagno, e invece di disquisire sulle aggressioni verbali subite dai due neo-genitori, credo sia più interessante dare uno sguardo analitico alle accuse in se stesse. Accuse apparentemente lineari, semplici, efficaci, e che inoltre sembrano presentare un grande merito, oggi sempre più raro: tenere insieme l’analisi teorica e il sentire popolare, la testa e le viscere, la generalizzazione astratta e il caso particolare, il saggio scientifico e il pamphlet giornalistico. Due sfere spesso separate e distanti, per una volta unite in un unico giudizio critico. Davvero un evento storico per la sinistra contemporanea. Ma in cosa consiste esattamente questa accusa? Al di là delle varie formulazioni, la sua forma tipica può essere riassunta grossomodo così:
 
Vendola è incoerente e politicamente immorale in quanto ha comperato il corpo di una donna che viene da un paese povero  per realizzare un proprio capriccio. In questo modo, si è reso complice del processo capitalistico, che consiste nel trasformare tutto in merce, anche ciò che per sua natura è inalienabile e invendibile.
 
Come tutte le formulazioni sintetiche, questa accusa sottintende un vario numero di assunzioni teoriche e argomentative. Partiamo dal punto principale, ossia la definizione dell’atto sociale in esame nei termini di “compravendita” e  “sfruttamento”. Non serve essere scienziati sociali di primo rango per notare un fatto piuttosto curioso. È interessante infatti come in questa definizione non svolgano alcun ruolo ciò che i protagonisti della vicenda pensano della vicenda stessa. Poiché la mamma naturale ha donato il suo bebè in cambio di soldi, allora lo scambio in questione è una compravendita, e quindi è un caso di sfruttamento. Punto e basta. Nessuno ovviamente si è preso la premura di sapere cosa pensi la donna stessa di quanto accaduto. La sola presenza di un compenso economico – tra parentesi non precisato in alcun modo, né nella sua entità, né nella sua natura: rimborso per le spese di gestazione? Salario? Regalo? – trasforma la mamma surrogata in una venditrice del suo corpo e dei suoi “frutti”, impegnata in una transizione commerciale finalizzata al soddisfacimento dei capricci di una ricca coppia gay.
 
La completa sottovalutazione dei punti di vista soggettivi è un antico vizietto del marxismo più rudimentale. Nei decenni passati, moltissimi autori marxisti hanno lavorato al fine di superare questa debolezza e di costruire una modalità di comprensione del comportamento umano più complessa e più realistica – un esempio  su tutti: il testo di Thompson sulla formazione della classe operaia inglese del 1963. Un altro autore per certi versi vicino al marxismo come Pierre Bourdieu ha criticato l’attitudine dello scienziato sociale che forza le dinamiche e lo sviluppo delle pratiche sociali all’interno di una logica esteriore, costruita a tavolino, alla quale gli attori sociali dovrebbero obbedire ciecamente. Come dimostra il caso in esame, l’ignoranza volontaria dei punti di vista soggettivi e della singolarità del caso in esame comporta infatti gravi conseguenze a livello conoscitivo e, se permettete, morale. E’ bizzarro che nel 2016 una donna non possa in linea di principio partecipare alla definizione di un atto che la vede come protagonista. Perché mai interessarsi del suo punto di vista, quando un editorialista de “Il Fatto Quotidiano” o un blogger “marxista” ci hanno già spiegato “scientificamente” quello che è successo? Cosa può significare l’esperienza di una donna e il suo resoconto, se paragonata alle dinamiche inesorabili e impersonali del capitalismo?
 
Il più noto dei blogger di ispirazione marxista che nei giorni scorsi hanno svolto il ruolo dell’accusa nel processo mediatico a Vendola, ossia il filosofo Diego Fusaro, ha tuttavia richiesto che la donna fosse intervistata da giornalisti finalmente all’”altezza della situazione”, per capire se la venditrice abbia agito per spirito di “filantropia a pagamento”, oppure perché “non riesce ad arrivare alla fine del mese”. Si tratta forse del riconoscimento del fatto che la madre naturale di Tobia Antonio abbia un qualche potere nel definire l’atto sociale che la vede protagonista? Non proprio. In primo luogo, l’atteggiamento sondaggista di Fusaro – un pizzico in contraddizione con la sua esigenza di “giornalismo serio” __ lascia alla mamma soltanto due possibilità di interpretazione del suo comportamento: opzione a) filantropia a pagamento; opzione b) povertà estrema. Ma su quali basi è fondato questo aut-aut? Non ci è dato saperlo. Inoltre, non è chiaro a cosa possa servire un’intervista-sondaggio del genere, visto che il breve post di Fusaro da cima a fondo definisce senza accenno di dubbio la vicenda in esame come un caso plateale di sfruttamento. In soldoni, alla donna indonesiana si chiede soltanto di rispondere “sì” o “in parte” alle inattaccabili formulazioni dell’accusa.
 
Più in generale, queste argomentazioni ispirate a Marx rischiano di confondere le acque in modo piuttosto pericoloso. Assumendo una posizione apparentemente imparziale e oggettiva nei confronti degli eventi sociali, simili accuse finiscono per mettere sullo stesso piano situazioni in cui la “madre surrogata” dichiara di essere stata mossa dal desiderio di far partecipare altre persone alla gioia della paternità e della maternità – leggi l’articolo riguardante il Canada –, con altre ipotetiche situazioni in cui imprenditori della natalità fanno da mediatori tra occidentali capricciosi e povere donne costrette economicamente e moralmente a vendere la propria forza lavoro. Se nel primo caso c’è stata intenzionalità, gioia, felicità e soddisfazione,  e nell’altro terrore, rabbia, delusione e impotenza, non conta niente. Un osservatore esterno e imparziale ha già definito, commentato e giudicato i due casi includendo entrambi sotto un’etichetta comune: “compravendita”, “sfruttamento”.
 
Anche perché – e qua interviene la seconda assunzione arbitraria – come fa a non essere sfruttamento, visto che la mamma è indonesiana? In questo caso, l’accusa a Vendola è appesantita da un’aggravante: il colonialismo. Non solo il politico gay ricco di sinistra ha comprato un bambino, ma addirittura lo ha comprato da un’indonesiana. Se già è difficile pensare che una donna sia dotata del potere epistemologico di definire una sua propria azione, figuriamoci cosa succede nel caso di una donna proveniente dal sud-est asiatico, che in quanto tale dovrà per necessità teorica essere povera, sottomessa, muta e incapace di influire attraverso le sue idee e i suoi convincimenti nella definizione del corso degli eventi. Tuttavia, alla madre è perlomeno risparmiata l’onta dell’accusa morale. Essendo incapace di intendere e di volere, può essere chiamata in causa come testimone, forse come “complice” – così l’ha chiamata Vittorio Sgarbi in un post del 2 marzo__, più probabilmente come semplice mezzo per la soddisfazione del desiderio di due ricchi gay viziati. La sua inesistenza teorica la rende per definizione “non colpevole”. In un certo senso, l’accusa morale sarebbe stata preferibile, in quanto accusare moralmente una persona implica quanto meno una forma minima di riconoscimento. Invece neanche quello.
 
In terzo luogo, credo sia dovuta una parola sulla questione dello “sfruttamento”. In molti hanno chiamato in causa questo termine, rifacendosi alla definizione marxista del termine e utilizzando così il dibattito per scavalcare Vendola a sinistra. “Noi siamo più comunisti di lui: noi denunciamo lo sfruttamento capitalistico e la mercificazione totale, lui ne è complice diretto comprando un bambino – bene inalienabile – e sfruttando una donna”. Sarò sincero: io non capisco davvero cosa si intenda in questo caso per “sfruttamento”. In Marx il termine ha infatti un significato ben preciso: il padrone sfrutta l’operaio, in quanto il valore della merce prodotta attraverso il lavoro di quest’ultimo è superiore al salario corrisposto. Poiché nella prospettiva marxiana il valore consiste essenzialmente nel valore di scambio, e poiché quest’ultimo coincide con le ore di lavoro impiegate per la produzione di una certa merce, lo sfruttamento consiste in breve nel fatto che la merce prodotta dall’operaio vale 8 ore, ma il padrone gliene paga solo 4. Le quattro ore avanzate costituiscono il cosiddetto surplus, che poi verrà re-investito al fine di accrescere il capitale.
 
Anche ammettendo che nello scambio tra la coppia Nichi Vendola-Ed Testa e la mamma vi sia stata una componente economica, davvero non capisco in che senso si tratti di sfruttamento nel senso marxiano del termine, Forse i due ricchi occidentali hanno sottopagato la “lavoratrice” indonesiana, re-investendo il capitale accumulato rivendendo il bambino a un prezzo più alto? Forse hanno intenzione di vendere degli scoop a “Chi” e “Gente” in modo tale da accumulare ulteriore capitale, come vorrebbe una lettura rigorosa del termine “sfruttamento”? Ammetto di aver selezionato degli esempi disgustosi, ma sono gli unici che mi vengono in mente a partire dalle assunzioni teoriche dei difensori marxisti della sacralità della natalità, tanto ossessionati dalla “merce” e dalla “mercificazione” da dimenticare una delle definizioni più semplici proposte dal povero Marx.
Qualcuno risponderà: “si, ma come la mettiamo con i casi in cui un’agenzia transnazionale fa da mediatrice tra donne povere e ricchi occidentali, che magari si scelgono il figlio desiderato sul catalogo?”.
Ma è proprio questo il punto: la definizione del caso, del contesto, della situazione. Com’è possibile definire un determinato atto sociale, senza una riferimento a tutto ciò che lo determina e lo caratterizza: il contesto sociale specifico, le esperienze delle persone coinvolte, le loro giustificazioni, le loro valutazioni? Come insegna il già citato Thompson, gli operai inglesi non sarebbero mai diventati una classe, se non avessero provato l’esperienza di essere oppressi “in quanto operai”. Senza tutto questo, possiamo certamente parlare di “sfruttamento”, ma  con la stessa vaghezza terminologica con la quale posso affermare che chi utilizza la paternità di Vendola per guadagnare stima sociale attraverso i likes di Facebook, lo fa “sfruttando” il piccolo Tobia. Un po’ poco, per chi si dichiara sostenitore di un’analisi “scientifica” della società. Per non parlare del fatto che, come notato da Ida Dominijanni in un post del 4 marzo, l’ira maschile contro la natura mercificante della maternità surrogata sembra sottendere un’idea pura e totalmente disinteressata dei rapporti sessuali-riproduttivi “normali”.  Misconoscendo in tal modo come in essi vi possa essere “violenza, sopraffazione, nonché mercificazione”, così come  era “mercificato anche il rapporto sessuale fra il pater familias tradizionale e la moglie che sfornava bambini a ripetizione come una macchina.”
 
In breve, la definizione a priori dello scambio tra Vendola- Ed Testa e la madre naturale come una relazione capitalistica di sfruttamento deriva da una serie di assunzioni arbitrarie e, ripeto, pericolose. Pericolose, perché non permettono di fare distinzioni fondamentali ai fini dell’interpretazione e del giudizio che diamo su ciò che accade nel mondo. Se pensiamo che ogni relazione di scambio sia una relazione di sfruttamento capitalistico, parole come “sfruttamento” e “capitalismo” diventano indistinte, confuse, finendo così per non significare più niente. Il capitalismo diventa così un sistema totale, senza crepe, che non permette la formazione e l’esistenza di forme di scambio e relazione  alternative e irriducibili alla sua logica – pensiamo al dono, ad esempio. Se non teniamo in considerazione il punto di vista delle persone coinvolte, continueremo ad aspettare che arrivi la rivoluzione perché l’abbiamo trovato scritto in un blog o in un libro dell’800. Se pensiamo che il marxismo sia stato e sia ancora un foglietto Ikea che spiega come si montano le persone e come le si conducono al trionfo dell’umanità, facciamo cattiva pubblicità a una delle correnti intellettuali più importanti degli ultimi secoli.
 
Ma questo ai “marxisti” duri e puri – che tuttavia inciampano sulle definizioni elementari del primo libro del “Capitale” __ non importa niente. A loro basta una frasetta strappata da “Il Manifesto”, e la solita cattiva pubblicità a una corrente di pensiero grande e importante. Tanto poi alla fine del romanzo della storia il capitalismo si annienta da solo. Nel frattempo però con la macchietta del marxismo si guadagnano tanti likes e tante condivisioni. Forme contemporanee e quantificabili di remunerazione simbolica che, nel tanto odiato capitalismo contemporaneo, si trasformano spesso in remunerazione pecuniaria diretta.