Hardcore o Arcore?




Basta pronunciare poco o per niente la  d di  hardcore. E per i sottrattori un luogo diventa il vero puttanaio a luci rosse per eccellenza.
Le parole rivelano o nascondono sempre la sostanza dei fatti. Puttane, prostitute oppure  escort? Naturalmente escort, parola che, tradotta dall’inglese, significa  scorta. Gli americani chiamano le puttane e le prostitute in quel modo al posto delle volgari  whore,  bitch. Ma negli anni Sessanta e Settanta lo slogan non era fate l’amore e non la guerra? Una volta, certo, oggi invece no. Oggi le donne si ritrovano a combattere come militari in Irak, impiegate a fare da scorta agli uomini,   armate di sesso per garantire un mondo migliore alle future generazioni. Complici, alleate di un antico progetto comune maschile-femminile: andare in quel posto a tutti, specialmente alle rivoluzioni o evoluzioni dei costumi, dei modi di pensare.
In letteratura sono da sempre ben rappresentati i vecchi decrepiti attratti dalle giovanissime, possibilmente vergini. Storie che parallelamente ed inevitabilmente raccontano anche di bambinelle che hanno un debole per la vecchiaia degli uomini e per il potere che irradiano. Per sfatare un mito molto piccolo e borghese: non ci sono bambine o bambini innocenti. La morale è una questione di tempo, come dice la maitresse molto consumata di vita.
E così che in una villa di un paesino chiamato  Hardcore un signore ormai vecchio, dalla personalità stravagante trova «l’inizio di una nuova vita a un’età in cui la maggior parte dei mortali è già morta…
 
L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso malignio, te ne accorgerai. Era un po’ più giovane di me, e non avevo sue notizie da così tanti anni che poteva benissimo essere morta. Ma al primo squillo riconobbi la voce al telefono, e le sparai senza preamboli:
«Oggi sì.»
Lei sospirò: Ah, mio triste professore, scompari per vent’anni e torni solo per chiedere l’impossibile. Subito dopo riacquistò il dominio della sua arte e mi offrì una mezza dozzina di scelte allettanti, ma, questo sì, tutte usate. Insistetti che no, che doveva essere pulzella e per quella stessa notte. Lei domandò allarmata: Cos’è che vuoi provare a te stesso? Niente, le risposi, ferito nel punto che più mi doleva, so benissimo quello che posso e quello che non posso fare. Lei disse impassibile che i grandi professori sanno tutto, ma non tutto: gli unici Vergini che ormai rimangono nel mondo siete voi nati in agosto. Perché non mi ha dato l’incarico con maggiore anticipo? L’ispirazione non dà preavvisi, le dissi. Ma forse aspetta, disse lei, sempre più scaltra di qualsiasi uomo, e mi chiese un minimo di due giorni per vagliare bene il mercato. Io le replicai serio che in un affare come quello, alla mia età, ogni ora è un anno. Allora non si può, disse lei senza un’ombra di dubbio, ma non importa, così è più emozionante, cazzo, ti chiamo fra un’ora.»
Memoria delle mie puttane tristi, Gabriel Garcìa Màrquez.

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