La formula della verità

di Fausto Pellecchia

Audrey Hepburn e Gregory Peck alla Bocca della verità, dal film Vacanze romane

Audrey Hepburn e Gregory Peck alla Bocca della verità, dal film Vacanze romane




In un appassionato intervento “Sulla verità del referendum”, Raniero La Valle pone una premessa di ordine filosofico. «La verità è rivoluzionaria – scrive La Valle – nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova. Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairos non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci». Questo rammarico sottende l’indicazione di una permanente sfasatura tra il tempo della nostra rappresentazione e quello del suo inverarsi o falsificarsi. Un irrimediabile iato separa, infatti, la verità dalla sua anticipazione in una rappresentazione, dal nostro farcene un’immagine o dal nostro averne un presentimento – siano essi intonati sentimentalmente al timore o alla speranza. All’appuntamento con la verità arriviamo sempre in ritardo, poiché essa, nella rappresentazione, può essere solo ri-conosciuta, sia come l’Altro che contraddice la nostra anticipazione, allorché ci diciamo «Ah, mi sbagliavo, le cose stanno diversamente»; sia quando essa ci sorprende nella forma di una conferma : «Ecco, le cose stanno proprio così come pensavo…». In questo senso, propriamente vera, e perciò scevra da paura o da speranza (entrambe “passioni tristi”, come insegnava Spinoza), è soltanto quella rappresentazione che include in sé anche la distanza che la separa dalla verità. 

È questa forse la ragione più congrua che ha indotto alcuni comitati spontanei per il No a ricavare il proprio nome dalla catchphrase di Bartleby lo scrivano, nell’omonimo racconto di Herman Melville. Si potrebbe obiettare che la denominazione prescelta sembra smorzare o attenuare la forza performativa del No, dislocandone le ragioni nella sfera delle preferenze e delle inclinazioni soggettive, privandolo perciò della perentorietà categorica di un netto rifiuto. Sarebbe infatti implicito, nella frase melvilliana, anche il riconoscimento della potenza persuasiva che spinge all’assenso e all’accettazione, sebbene le ragioni del No appaiano relativamente preponderanti e, infine, prevalenti. La formula sembra dunque sottesa da una temporanea oscillazione tra opposte ragioni, segnalando una possibile esitazione dinanzi alla problematicità della decisione. 

Pur in ossequio alla political correctness, conviene tuttavia ribadire la radicalità del rifiuto espresso nel tormentone melvilliano. Preliminarmente, è opportuno precisare che l’originale formula di Bartleby ha la forma verbale del modo condizionale : “preferirei di no” (I would prefer not to). Se presa alla lettera, essa manifesta una piega manieristica che la rende inusuale e sofisticata, prossima all’agrammaticalità - che qualcuno direbbe appropriata al lessico dei “radical chic”. Andrebbe pertanto tradotta con “avrei preferenza di non farlo”, giacché la forma equivalente di uso comune è appunto: I had rather not.

Tuttavia, nel racconto di Melville, la formula ha delle varianti. Talvolta abbandona il condizionale e diventa seccamente indicativa: “Preferisco di No” (I prefer not to). In ogni caso, essa riflette una caratteristica indeterminatezza semantica, risultante dal rifiuto di Bartleby di eseguire tutto ciò che gli viene ordinato, consigliato o implorato di fare. Le sue numerose occorrenze si riferiscono sia all’ordine dell’Avvocato di collazionare le copie degli altri due scrivani dello studio, o di rileggere a quattr’occhi le proprie copie, sia alla richiesta di svolgere alcune commissioni all’esterno, sia all’invito a traslocare il suo scrittoio, spostandolo nella stanza accanto allo studio.

Persino quando, una domenica mattina, l’Avvocato cerca di entrare nel suo studio e si accorge che Bartleby lo usa ormai come camera da letto, o quando infine, esasperato dalla irremovibile riluttanza del suo eccentrico scrivano, vuole cacciarlo via, proponendogli altre possibili occupazioni (dal momento che questi si rifiuta ormai anche di copiare i documenti di studio), sempre riaffiora la formula del diniego e della non-preferenza. Nella sua pervicace iterazione, la formula esprime il tacito rovesciamento del principio di ragione: preferenza di nulla piuttosto che qualcosa (qualsiasi cosa) : «non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà», precisa Gilles Deleuze nel suo impareggiabile commento (1). Da essa, perciò,  l’Avvocato è progressivamente sospinto verso una sorta di feconda disperazione, che lo costringe a mutare costantemente (e inutilmente) il proprio ruolo: da capufficio esigente a padre premuroso, da confidente a consulente benevolo, da padrone ad amico fraterno. 

Se proviamo a svolgere il parallelismo situazionale del Comitato per il No con la formula di Bartleby, è facile comprendere che essa non esprime un semplice rifiuto, ma si limita a ricusare nettamente un non-preferito, cioè il testo della controriforma costituzionale. Tuttavia, neppure accetta o vi oppone un preferibile. La formula, infatti, obbliga lo stesso Bartleby a cessare definitivamente la sua attività di copista, sostituendola con un puro, irredimibile non-fare. Trasposto nei termini del nostro problema referendario,  rifiutare il revisionismo della controriforma non equivale a mantenere inalterata l’attuale “costituzione materiale” del sistema politico, che rappresenta il modo in cui è stata erosa, stravolta e tradita nella sua attuazione la costituzione formale del ’48.

Al contrario, il diniego suppone esattamente l’impossibilità di una tale perseveranza. Piuttosto, l’opzione che si limitasse a preservare lo status quo, a perpetuare le cose come sono, è tolta così radicalmente che non c’è neppure bisogno di ricusarla esplicitamente. Come per Bartleby, la formula “preferisco di No” elimina impietosamente tanto il non-preferito (il testo di revisione costituzionale) quanto il preteso preferibile (lo stato attuale delle cose): li rende indiscernibili, azzerando ogni apprezzabile preponderanza dei motivi di scelta. Essa crea un vuoto nel linguaggio che lo svincola dai riferimenti, dalle assunzioni o dai taciti presupposti che generalmente assicurano e rassicurano l’interlocutore circa le attese di senso con le quali egli si dispone a comprendere ciò che viene detto. L’impiego della formula di Bartleby «esclude – come scrive Deleuze- ogni alternativa e inghiotte quel che pretende di conservare, non meno di quanto scarti ogni altra cosa». 


È dunque possibile sciogliere il significato politico della formula di Bartleby, interpretandolo con le parole di Augusto Illuminati: «Il problema, infatti, non è di dire NO, teniamoci quella che abbiamo (la Costituzione, la vita in degrado ad essa soggiacente), ma diciamo Sì a una vita in trasformazione e avviamo un processo costituente che ne registri le direzioni di cambiamento. […] L’unico senso del rifiuto di questa riforma, metà inconcludente e metà autoritaria, è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura, che faccia perno sull’espansione dei diritti e della cittadinanza, sui beni comuni e sul municipalismo, su nuove forme di reddito e welfare» (2). 

 

1. G. Deleuze, Bartleby o la formula, in G. Deleuze, G. Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata, 1993
2.  A. Illuminati, Festa e Metafisica dell’asino - Il No costituente che dice Sì alla vita, in Operaviva info. 2 giugno 2016

 

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