Le epidemie sono orrende senza humour

di Fausto Pellecchia

René Magritte

René Magritte






L’autocertificazione al tempo del virus corona.
Commento filosofico.








Ci si può chiedere se non sia profondamente assurdo dover firmare un’autocertificazione per avere il diritto di uscire di casa in tempi di quarantena universale.  
 Sono confinato in casa, come tutti gli italiani in questo periodo di isolamento forzoso. Per poter uscire, occorre un’autorizzazione, anche per andare a comprare il pane o per sgranchire le gambe: una dichiarazione firmata che attesti il motivo della mia sortita: lavoro, spese di prima necessità, salute, ragioni familiari urgenti. Senza questo documento, e in caso di infrazione, devo pagare un’ammenda di centinaia di euro. Ma che cosa può valere questa attestazione sottoscritta da me medesimo? Quanto può essere legittima un’autogiustificazione per uno “spostamento in deroga”? Non viene il dubbio che si tratti di uno scherzo assurdo dell’amministrazione, assolutamente priva di autentico valore giuridico?  
No! – mi viene risposto – perché ogni infrazione può ben essere sanzionata! 
Si tratterebbe allora di una fiducia irragionevole nell’autonomia dell’individuo, nella sua coscienza morale? – Neppure per sogno! Perché altrimenti questo documento e questi controlli sarebbero semplicemente superflui.
  
Per comprendere la questione, è forse utile ritornare alla nozione di “vita etica” secondo G.W.F. Hegel. Esattamente due secoli fa, nel redigere i suoi Lineamenti di filosofia del diritto (1820), il filosofo aggiunge un mattone al suo edificio filosofico, ma al tempo stesso scrive dispense per i suoi corsi universitari all’Università di Berlino. A suo avviso, una concezione della morale e del diritto che si fondi sulla parola data non può non essere situata storicamente in una comunità. Il filosofo ironizza sulle concezioni astratte dei principi morali universali (con trasparente riferimento a Kant) che oppongono ciò che “deve essere” a “ciò che è”. Come avverte nella prefazione del suo libro, “cogliere e comprendere ciò che è, questo è il compito della filosofia, perché ciò che è, è razionale”. 
 
A partire da questo assunto, egli mostra come la moralità soggettiva tenda ad esprimersi all’esterno, ad affermarsi oggettivamente nel mondo, attraverso le azioni. Ma, per Hegel, il dovere individuale, anche quando prende la forma di un’azione, non è sufficiente. I nostri principi morali devono infatti confrontarsi con la realtà dei costumi di una data società.
Come risolvere questo confronto? Per Hegel, la soluzione rimanda alla nozione di “vita etica”, che egli distingue dalla moralità individuale, e che si applica nella sfera della famiglia, della società civile e dello Stato: “Il principio degli Stati moderni – scrive – ha questa forza e questa profondità prodigiose di lasciare che il principio della soggettività, da un lato, si compia fino all’estrema indipendenza della particolarità personale e, dall’altro, venga ricondotto, al tempo stesso, nell’unità sostanziale”.  
 
Dunque, nel sottoscrivere per me stesso una deroga al divieto di uscire, mi riconosco anche parte di una comunità. In altri termini, l’emancipazione individuale non ha senso se non in un contesto sociale. Inversamente, una società vitale non si accontenta di emanare regole astratte; essa offre ai suoi membri la possibilità di riconoscersi nei principi comuni. Ed è riconoscendosi in questa “vita etica” che l’individuo porta realmente a compimento la sua libertà, che si realizza e si emancipa conciliando morale e diritto.
Così, sottoscrivendo per me stesso una deroga al divieto di uscire, non mi accontento di dare una forma oggettiva alla mia morale individuale – assicurando che sono onesto, che mi comporto bene ecc. – ma mi riconosco altresì parte di una comunità, costituita realmente mediante principi intersoggettivi, che sono appunto quelli della cittadinanza e che io condivido. Perciò, se dovete uscire di casa, riempite il modulo con serietà. Ma sentitevi liberi proprio attraverso l’adempimento di quest’obbligo: siate hegeliani!
 
P.S.
E’ forse interessante ricordare che Hegel, diventato rettore dell’Università di Berlino nel 1829, muore improvvisamente il 14 novembre 1831, vittima probabilmente dell’epidemia di colera (o forse di un tumore allo stomaco). È sepolto nel Cimitero di Dorotheenstadt: la sua tomba è adiacente a quella di  Johann Gottlieb Fichte, suo predecessore nel rettorato berlinese, anch’egli morto di colera  nel 1814, contagiato dalla moglie, Johanna Rahn, cheaveva contratto la malattia curando i soldati negli ospedali militari.