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Dove avvengono le decisioni



di Pietro Montani

Dziga Vertov, Man with a movie camera

Dziga Vertov, Man with a movie camera










Conversazione
con Pietro Montani*






C’è la grande opportunità che si apre grazie alle nuove tecnologie per far diventare la natura già intimamente politica dell’arte, quando l’arte assolve davvero alla sua funzione, qualche cosa di più intimamente partecipativo. Naturalmente lo spettacolo, in particolare lo spettacolo teatrale, è sempre stato profondamente partecipativo; ma è tuttavia una partecipazione che si è consumata in senso fondamentalmente contemplativistico.

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C’è un modo di contemplare anche molto partecipato: si esce diversi dallo spettacolo a cui si ha partecipato con molta convinzione, facendo molta elaborazione personale, passionale, emotiva, eccetera. Si può uscire trasformati; ma si esce trasformati come soggetti. Più difficile è dire che quello spettacolo abbia effettivamente trasformato un pezzo di realtà. […] I partecipanti possono effettivamente introdurre qualcosa di determinante dentro l’opera, per esempio modificarla, modificarla a vari livelli, ma possono anche  costruire dei contesti di partecipazione che sono effettivamente “politici” nel senso dell’antica caratterizzazione di questa parola: il luogo dove avvengono le decisioni. Perché la “polis” non è tanto la città nel senso urbanistico moderno ma è lo spazio pubblico in cui si consumano decisioni importanti, in cui davvero la partecipazione cambia le decisioni; e così via.
 
Io non finisco di stupirmi di quanto così timidi siano gli artisti… più che timidi, tradizionalisti: cioè legati a qualche cosa come la riproduzione dei vecchi problemi nelle nuove condizioni tecnologiche, piuttosto che fare apparire i nuovi problemi, una cosa che l’arte ha fatto sempre, proprio per sua natura, quella di… anticipare.
 
Pensa che cosa sarebbe possibile se a qualcuno fosse venuto in mente di fare un uso un po’ più spregiudicato dei famosi Google Glass; questo device mi sembrava e mi sembra tuttora di straordinarie opportunità. Ma non solo il device non ha avuto successo nel mercato, ma questo c’era da aspettarselo; soprattutto anche in fase sperimentale è stato utilizzato infinitamente al di sotto delle sue potenzialità. […]
 
Quando è stato utilizzato in modo immediato, soprattutto per lavorare sui rapporti di reciprocità, pensa cosa potrebbe significare, durante uno spettacolo che avesse le sufficienti infrastrutture per accogliere questi interventi, una visione stereoscopica dello spettacolo stesso grazie al fatto che una quarantina, una cinquantina di spettatori potrebbero avere un Google Glass e intervenire, perché Google Glass non è soltanto un recettore ma qualcosa che può produrre dentro l’immagine… insomma, si tratta davvero di, come dire, liberare la fantasia ed essere più spregiudicati. 
 
Pensa tu se questi spettatori si trovassero all’interno di una manifestazione politica in senso tradizionale. Uno degli esempi che faccio nel mio libro è quello delle controversissime piazze della Primavera Araba; pensa a che cosa potrebbe essere per noi, per il futuro e per gli usi che se ne sarebbero potuti fare di queste piazze, di ciò che è accaduto in queste piazze, se fossero state percorse da cento manifestanti muniti di un’apparecchiatura di quel genere, cioè di una tecnologia indossabile capace di riprendere e di introdurre riprese.
 
Questo significa che verrebbe di colpo riqualificato il lavoro di ricostruzione del significato politico di alcuni eventi che hanno un carattere, tuttora, sommamente opaco. […] Ho in mente in particolare, un paio d’anni fa con i miei studenti abbiamo fatto un seminario su questo; uno o due film di Piazza Tahrir, quella egiziana, che abbiamo visto, ci erano sembrati particolarmente insoddisfacenti non tanto perché non fossero qualitativamente vivaci, emotivi, importanti, ma perché tu sentivi proprio che avresti avuto bisogno di una maggiore condizione stereoscopica, cioè di vedere di più, di vedere la piazza in modo più capillare e intersecato.
 
[Tziga Vertov] è stato quello che ha visto più lontano di tutti. Oggi davvero siamo in grado di dirlo. È stato necessario un cinquantennio per ricominciare a prendere contatto con questo grandissimo pioniere. In una frase bellissima di cui non dimentico mai il tono sconsolato Vertov dice: “Per tutta la vita ho costruito una locomotiva, ma mi sono accorto che mi mancava la rete ferroviaria”. Capisci? La “rete” gli mancava…! È Vertov che ha anticipato.
 
Sì, naturalmente, quello che ci siamo appena detti, sul piano di una struttura che è ancora pensata in senso fondamentalmente lineare, non come un ipertesto ma in modo lineare, Vertov l’aveva anticipata. Per esempio lui pensa a questo suo film del ’24, “Kinoglaz”, “Cine-occhio”, come ad un testo interminabile che può irradiarsi da centri di significato evidenziati dal film stesso, per esempio con le didascalie, nei modi più diversi. Lì ci troviamo di fronte a qualcosa che è interattivo – profondamente, costitutivamente – e anche autopoietico. E lì mancava, effettivamente, la rete, la famosa “rete ferroviaria” che oggi abbiamo.
 
 
*Pietro Montani, filosofo, ha insegnato Estetica, come professore associato, nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Urbino dal 1987 al 1992. Nel 1993 è stato chiamato, come professore associato di Estetica, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “la Sapienza” di Roma, dove attualmente insegna presso il dipartimento di Studi Filosofici ed Epistemologici. Ha compiuto diversi studi nell’ambito della teoria estetica, con particolare riguardo alle problematiche di carattere linguistico e alle implicazioni dell’uso delle nuove tecnologie in campo comunicativo ed artistico. Nella nostra conversazione siamo partiti dal suo ultimo libro, “Tecnologie della sensibilità – Estetica e immaginazione interattiva”, per discutere del ruolo intimamente “politico” dell’arte in generale e del teatro in particolare; parlando di Google Glass, della Primavera Araba e di Piazza Tahrir, per terminare con Tziga Vertov, il grande regista russo che Pietro apprezza con passione e intensità e che ha più volte trattato in diverse occasioni.
 
Grazie alla RAI di Qui non c’è un perché





Parole chiave: Pietro Montani dziga vertov google glass

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
mi viene in mente la famosa scenetta di Non ci resta che piangere, quando Benigni e Troisi cercano di spiegare ad un esterrefatto Leonardo da Vinci come è fatta la ferrovia ed il treno...

Penso che sia verosimile quello che scrive Montani, ma bisogna anche  pensare a come le tecnologie attecchiscano sempre grazie ad un contesto e ad un salto di paradigma.
Si vede che questi parametri non ci sono ancora.

Sul fatto che poi si sia sempre troppo ancorati ad una tradizione, anche questo è vero. E qui mi riallaccio all'articolo sulla scuola presente in Uncommons, stiamo ancora impartendo una istruzione come due secoli fa. Non sarebbe il caso di ripensare anche questo?

il 28 Luglio alle 10.47

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