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Il cavallo di Nietzsche



di Valentina D'Amico

Dal film Il cavallo di Torino

Dal film Il cavallo di Torino





Il film Il cavallo di Torino nasce dall’interrogativo, che viene posto all’inizio, su quale sia stato il destino del cavallo abbracciato da Friedrich Nietzsche nel giorno in cui il filosofo perse definitivamente il lume della ragione, alla fine del soggiorno torinese. All'uscita dalla sua abitazione, il 3 gennaio 1889, il filosofo tedesco assiste ad una scena che lo segnerà per sempre: un vetturino frusta il suo cavallo che rifiuta di muoversi. Nietzsche rimane impressionato dalla violenza dell'uomo, prova a fermare il vetturino e singhiozzando abbraccia il cavallo.
Il vetturino torna con il cavallo alla sua abitazione di campagna dove lo aspetta la giovane figlia. Il vento incessante tormenta le loro giornate, che passano tra la monotonia e la pesantezza della loro misera esistenza. Sembra che i protagonisti siano rassegnati, non arriverà mai qualcosa che possa cambiare la loro vita.
L’intervista con il regista Béla Tarr è stata raccolta da Valentina D'Amico durante il Festival internazionale del cinema di Berlino del 2011. Sono presenti anche i due protagonisti, Janos Derzsi ed Erica Bok, attrice non protagonista scoperta da Béla Tarr per il film Sátántangó. Il cavallo di Torino non è stato distribuito in Italia, ma Rai Tre lo ha trasmesso il 25 novembre del 2011 dalle 1.50 alle 4.30 di notte.




Sarebbe interessante sapere qualcosa di più sull'inizio del film dove, in una lunga didascalia, citi la tua fonte d'ispirazione, Nietzsche, o meglio l'incidente occorsogli a Torino nel 1889 quando la visione di un cocchiere che frustava il cavallo gli provocò una crisi di pazzia. Quale è il tuo legame con il filosofo e come la sua opera ha influenzato il tuo lavoro?
Se cominciassi ora a parlare dell'opera di Nietzsche non mi basterebbero settimane per esaurire l'argomento. Per il momento posso solo dire che Nietzsche fa parte del mio film come il cavallo e gli altri personaggi.
 
C'è un ragione particolare per la presenza degli zingari e per il modo in cui essi sono rappresentati?
Il mio film si svolge in un arco temporale di sei giorni. Gli zingari arrivano il terzo giorno e sono ovviamente figure simboliche. Rappresentano la libertà, la vita selvaggia e il nomadismo...

L'intervista continua oltre il video



Il concept visivo di Il cavallo di Torino è incredibile. Potresti dire qualche parola su come lo avete creato concettualmente e tecnicamente?
Il concept visivo del film è legato ai nostri gusti, alla nostra passione per un certo tipo di film e per un'epoca precisa che abbiamo tentato di ricreare nel nostro lavoro. Io vedo il mondo in un modo molto simile a quello dei miei collaboratori, mettiamo la macchina da presa sul terreno e giriamo. Questo è il risultato.
 
Il film è diviso in sei atti e a ogni atto, ogni giorno che passa, la speranza diminuisce.
Capisco che il mio film possa essere percepito così. Il mio lavoro non è fornire soluzioni, ma narrare storie, mostrare situazioni. In questo caso si tratta di una situazione molto negativa. Nel mondo tutto muore, le cose finiscono e quello che faccio nel mio film è mostrare la realtà, denunciare la deperibilità di cose, animali e persone.
 
Si parla di un tuo ritiro dal mondo del cinema. E' una notizia vera? E come reagiresti nel caso in cui Il cavallo di Torino ricevesse un premio al festival?
So che è circolata la notizia che mi voleva pronto al ritiro, ma non ne voglio parlare. Le persone che mi conoscono bene sanno quale potrebbe essere la ragione. Sono consapevole del fatto che sia complicato produrre film d'arte per via del loro mercato limitato. Anche i premi hanno un valore limitato. Dopo un po' di tempo il pubblico si dimentica dei premi vinti da un film e nel frattempo vengono prodotte nuove opere. Io sono un pericolo perché mi piace ripetermi perciò, se deciderò di continuare a lavorare, potrei realizzare altri film di questo tipo.
 
Il cavallo di Torino è una sorta di visione metafisica della fine del mondo. Come ha fatto il cast a trovare la chiave giusta per recitare in questo film?
(Nell’intervista interviene l’attore Janos Derzsi)
Lavorare con Bela è estremamente difficile. All'inizio del film lui ti spiega cosa vuole, però è folle, è un monomaniaco. Cura ogni produzione nei minimi dettagli piazzando la camera di fronte all'attore e pretendendo il massimo da lui. La sua ossessione è fotografare la verità espressa dagli occhi di chi recita.
 
Bela, quando hai iniziato a girare Il cavallo di Torino quale era il tuo vero scopo?
Le persone sono spinte da motivazioni molto diverse. Chi si avvicina all'arte lo fa perché sente la necessità di esprimere la propria anima, di fare qualcosa di completamente nuovo rispetto alle cose già prodotte. Questo processo è inevitabile. Solo se una persona è fermamente convinta di una cosa può trasmettere il suo pensiero a un pubblico. Io ho cercato di narrare l'inevitabile pesantezza della vita.
 
Come è nata l'idea di girare un film sulla leggenda che vede protagonista Nietzsche?
L'idea è nata negli anni '80. Quando ho letto la storia di Nietzsche l'ho trovata commovente e così ho deciso di trarne un film. Ho iniziato a discutere il soggetto con i miei collaboratori e progressivamente questo ha preso forma, focalizzandosi sul destino del carrettiere e della figlia. Il fulcro di questo lavoro non è l'arte o l'ideologia, ma la vita. Ho trasformato una leggenda in una storia vera e propria.
 
Il film è un racconto morale in cui a ogni tappa vengono ripetuti gli stessi gesti. Quale è il significato di questo ritorno costante?
Quando ogni mattina ci alziamo ci guardiamo allo specchio e compiamo gli stessi gesti. Vi è un'insistenza patologica nel riprodurre costantemente le stesse azioni nell'attesa che qualcosa di nuovo accada. E' una tendenza tipica dell'essere umano. Quello che ho fatto nel mio film è stato riprodurre la vita.
 
Il cavallo di Torino ha già una distribuzione?
Questo è un film low budget co-prodotto da tre compagnie ungheresi insieme a Germania, Francia e Svizzera. E' stato veramente arduo trovare i fondi per girare un lavoro del genere. Il film non ha ancora un distribuzione, ma la nostra speranza è quella di venderlo in tutto il mondo.
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Parole chiave: béla tarr friedrich nietzsche filosofia cinema

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
Come appassionata ammiratrice del film ORDET (cui stilisticamente, per quel po' che ho potuto vedere potrebbe somigliare) potrei sentirmi portata ad essere interessata anche a questo film, che trovo invece, sempre per quel che ho potuto vedere, molto brutto.
Il famoso episodio della vita di Nietzsche stimola certamente la nostra fantasia, ma qui ci se ne approfitta in modo veramente indecente per una elucbrazione insana che avrebbe fatto rabbrividire il caro vecchio baffone, che pur cupo e profetico oltre ogni dire, amò la Carmen di Bizet per quella gioia di vivere da lui sempre agognata (e mai avuta). Perché infierire sulla memoria del filosofo con questa tetraggine ?

il 25 Dicembre 2013

Francesco Panaro
Capisco quello che dici del film, ma lo sto vedendo, un po' per volta (per ragioni di tempo). Non so se il regista ci ha marciato con Nietzsche..., ma lo ha spiegato nell’intervista. Però il vento, quel vento forte e costante che soffia per tutto il film (non so se fino alla fine) come un brusio, una voce che rimugina, inveisce, che non smette mai (mi sembra di ascoltare Nietzsche... forse. :-)), poi l'arrivo improvviso in casa dell’uomo che compra da bere  “…tutto è distruzione e rovina…”: come se traducesse in un altro linguaggio quello del vento là fuori. E del padrone di casa che lo congeda dicendogli di non pensare a quelle stupidaggini… E tutta quella lentezza (bruttezza?) mi sembra l’inizio di una grande fine.
Grazie Alessandra, ti dirò quando finirò di vederlo.

il 25 Dicembre 2013

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