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Il suo nome è Django



di Francesco Panaro Matarrese

Quentin Tarantino

Quentin Tarantino








«Sei sul serio libero?!», la ragazza nera cammina al fianco di Django – Django Unchained, senza catene, libero, o scatenato, sfrenato nelle pistolettate – in un abito di una foggia che ricorda dozzinalmente le divise dei militari o i vestiti dei gentiluomini inglesi nell’America del Sette-Ottocento, con il raccapricciante particolare del colore azzurro.
 
Django, risponde di sì, è libero, pensando che la ragazza si riferisca al riscatto da schiavo a uomo libero. Invece no, la ragazza nera non vuol dir quello, gli sta dicendo: «…cioè tu vuoi vestirti così?!».

A Tarantino piace entrare nel contemporaneo per canzonare i  neri americani di oggi che si vestono come si vestono e che, per quello, per la libertà di indumento, credono di essere liberi. Una scena che ricorda quella di un altro film, Malcom X, Denzel Washington e Spike Lee vestiti da neri americani che camminano per strada come se fossero in un musical – non è un’abitudine solo da afroamericani quella di misurare la libertà dalla scelta dei propri vestiti, fateci caso.

Adorabili derisioni, a cui siamo abituati ormai da anni dai telefilm di serie copiati dalle sceneggiature del cinema, anche  tarantiniano, e ora, con una formidabile quadratura del cerchio Tarantino ricopia se stesso. Come la stella del cinema fa la guest star nel telefilm Friends, così fa il vero Django, Franco Nero del western Django orginale del 1966 di Sergio Corbucci, facendosi dire dal Django-Jamie Foxx: Giango, mi chiamo Giango, la D è muta. Un Tarantino alla ricerca della risata facile, alle prese con l'eroe individualista che, riscattando se stesso, riscatta antenati e discendenti.
 
Ma l’essenza del film non sta nel vestiario. Ciò che Tarantino porta sugli schermi di tutto il mondo è un ritornello che si vuole scambiato per storia, quando storia non è, ma solo un riff – ritornello – della mitologia americana.
 
Sulle nenie hollywoodiane, anche di marca, che illustrano etica, morale, solidarietà si spera che la popolazione europea, almeno quella un poco più accorta, abbia imparato la lezione. La schiavitù ha poche parentele con Django Unchained, perché non è che uno spaghetti western fra pistolettate fragorose, liquido color rosso sangue, frustate, fumo di sigari e lisciate di baffi, ammazzamenti e commedia.
 
Uno spaghetti western scritto e girato da un americano con il cognome italiano. Con colonna sonora professionale di Ennio Morricone.
 
Spike Lee, sempre lui, come se avesse dimenticato il film su Malcom X, un polemico che non risparmia critiche su tutto quello che si riferisce alla schiavitù dei neri d’America, è stato molto esplicito poche ore fa: “La schiavitù non è uno spaghetti western alla Sergio Leone, ma un Olocausto. I miei antenati erano schiavi, rapiti dall’Africa. E io li onorerò”. Ossia, ha escluso di vedere il film – nella regola ferrea che aveva quell’editore italiano che diceva: quel romanzo non mi piace e quindi non lo leggerò. Non si può non essere solidali con tutt’e due.
 
Trailer
Django Unchained, regia di Questin Tarantino. Italiano:


 
Django Unchained, regia di Questin Tarantino.Inglese:



Django, regia di Sergio Corbucci, 1966

Parole chiave: francesco panaro matarrese hollywood neri d'america quentin tarantino philosofilm

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
secondo me quando Tarantino guarda all'Europa fallisce il bersaglio. 
Non mi era piaciuto il film sull'attentato a Hitler (Bastardi senza gloria) e non mi è piaciuto questo che imita a modo suo lo spaghetti western, anzi questo mi pare proprio una mezza schifezza. 
il 17 Marzo 2013

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