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la leggerezza della fame. Il neorealismo magico








Il realismo magico del film più zavattiniano di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica. Il neorealismo magico.







Parole chiave: miracolo a milano zavattini de sica cinema

COMMENTI

Sono presenti 6 commenti per questo articolo

Roberta Aquilini (utente non registrato)
Questa fame l'ho sentita raccontare tante volte, la costante era la frase che non vi è nulla di più terribile, questa fame ha condizionato la vita di tanti che nn l'hanno mai dimenticata anche in tempi in cui il cibo era in eccesso, la paura di ritornare a quello stato, gli incubi notturni....non riesco ad immaginarla e credo molti di noi. 
l'11 Febbraio 2011

Pio Antonio Caso
C'è una storia che raccontava mio padre. Non saprei dire se vera o inventata. Comunque è parte di un passato che non ho vissuto.
Mio padre era un pescivendolo. Aveva uno di quei banchetti, poggiato su due treppiedi, un tempo così comuni per tutti i venditori di merci varie, al mercato di Piazza Fontana, sotto il Portico della Dogana. Una cassapanca con il lucchetto serviva per riporre le cassette del pesce e la bilancia con i pesi.
Era il periodo della avanzata delle Forze Alleate: Americani, Inglesi, Indiani, Australiani, Canadesi, Marocchini e altri soldati di tutte le Nazioni impegnate nella Seconda Guerra Mondiale, affollavano le banchine della Marina di Taranto.
Ci si svegliava presto, quasi a notte inoltrata, per poter comprare il pesce messo all'asta al Mercato all'ingrosso, che si teneva proprio in quelle ore, sia per il ritorno delle barche, sia per antica consuetudine, che nemmeno la guerra aveva stravolto.
Si doveva pagare in contanti e anche se le Am-lire circolavano in abbondanza (bisogna dire che gli Alleati trassero un gran vantaggio dall'inflazionare la nostra moneta e usarono anche questo mezzo per ridurre in ginocchio, oltre ogni ragionevole necessità, la nostra economia) spesso mio padre non aveva capitali sufficienti per l'approvvigionamento quotidiano del banchetto e affrontare così la giornata di lavoro. Perciò ricorreva all'usuraio del Mercato che dietro pegno dell'anello con l'acquamarina, regalo di mia madre all'allora giovane sposo, gli dava il denaro bastante per lavorare. “Quando me li restituisci?” chiedeva lo sciacallo, già proteso al guadagno. “Quando esce il sole” rispondeva mio padre, chiaramente intendendo una metafora: il sole dell'incasso proveniente dalla vendita. Infatti, storia dentro un'altra storia, un mattino che si presentò grigio e pieno di pioggia, volse nel giro di poche ore, in una giornata di gran sole. Eccolo presentarsi dinanzi al banchetto, chiedendo capitale ed interessi. Fortunatamente mio padre aveva uno humor salace, di rapido ed efficace stile pugliese. Sorridendo, per mascherare l'ironia sulla miseria morale e intellettuale dell'usuraio, gli fece capire che il sole della scadenza finanziaria era un sole frutto di lavoro, di attesa per qualche compratore che con la pioggia non sarebbe mai arrivato. Insomma, quella era l'economia del tempo: tutti aspettavano il sole. C'erano delle mattine propizie che alle nove già si vedevano buoni risultati. Così era possibile mandare il garzone dal fornaio a prendere una pagnotta e farla farcire di provolone e mortadella, persino un quarto di vino dalla cantina. Doveva sembrare una festa patronale, quando capitavano mattinate del genere: vedere, man mano che tutti i pescivendoli cominciavano ad incassare am-lire, frotte di ragazzi scalzi con pantaloni tenuti alla meglio con un pezzo di spago, che di gran fretta entravano e uscivano dalle salumerie e dalle osterie vicine alla Marina. La mattina che riguarda questa storia, il garzone tornò al banchetto con un enorme filone di pane pieno di frittata di cipolle, olive nere e melanzane sott'olio e una fiaschetta da mezzo litro di vino di Manduria. Anche se l'appetito era tanto e i due, mio padre e il garzone, avevano equamente diviso il filone, a un certo punto si
il 12 Aprile 2011

Pio Antonio Caso
saziarono, senza più riuscire a finire quell'enorme pezzo di pane. Fu così che, baciato il pane rimasto, lo gettarono dentro la cassapanca e finirono la giornata. Passarono alcune settimane, arrivò una tramontana gelida che impedì alle barche di pescare e il mercato, privo di merce, si trovò senza pesce da vendere. I pescivendoli aspettavano le barchette locali che si avventuravano nel Mar Piccolo, ma neanche queste erano capaci di fornire merce bastante per tutti, specie per chi non aveva capitali di riserva, mancando l'usuraio che disdegnava quei magri guadagni. La fame cominciò a farsi sentire. Dolorosa, dava dei crampi allo stomaco; subdola, diventava un pensiero dominante che annullava la persona; persistente, non si riusciva a mandarla via, neanche accendendosi una cicca di sigaretta e illudendosi che il fumo potesse riempire quello spazio vuoto, sempre più vuoto. “Ma non abbiamo buttato un pezzo di pane dentro la cassapanca?” si dissero i due, quasi all'unisono, aprendo nervosamente il lucchetto e rovistando in tutta fretta tra resti di pesce puzzolente e marcio e cassette di legno. Il pezzo di pane fu trovato: duro come pietra, ricoperto da un velo di muffa, verde e poco appetitoso. Un piatto della cucina pugliese, un tempo molto diffuso e conosciuto, è l'acquasale. Un semplice pezzo di pane, cosparso di sale e qualche goccia d'olio, diventa una colazione che riempie lo stomaco a metà mattinata e ferma il languorino prima del pranzo vero e proprio. Mio padre mandò così il garzone a ripulire ed ammorbidire quel pane sotto la vicina fontana, mentre si faceva prestare del sale e dell'olio da una vicina donnetta. Mentre questo accadeva, passava un soldato inglese, che vista la scena, commentò in un italiano stentato, ma comprensibile: “Però, puliti questi Italiani. Lavano il pane prima di mangiarlo!”.  
il 12 Aprile 2011

Eli Mcbett
Caro Antonio, 
l'olio di oliva é la salvezza di noi morti di fame e l'oro del mediterraneo.
Chissá se la gente lo sa apprezzare
A me ha tenuto in vita fino ad oggi, laddove capita, come a tuo padre, spesso di dover mangiare pane secco e olio d'oliva come unico pasto disponibile. Ho imparato peró. Questa é una delle diete migliori per non ammalarsi, per curarsi, per essere sani. Ho imparato che si mangia un sacco di immondizia schifosa e quando ho fame prendo un pezzo di pane o faccio un pancake con della farina e dell'acqua e ci passo sopra un filo d'olio (che non manca mai sulle mie zuppe, laddove ho potuto fare una spesa di verdure fresche). Queste cose sono la gioia piú grande del mondo e nessuno lo sa. Pensa che ci furono dei tempi in cui l'olio di oliva (che rubavo a csa dei miei di nascosto) era la sola cosa che avevo e allora me ne bevevo un cucchiaio come pasto...
Ricordo quella ragazza Argentina che odiava il thé col latte perché era l'unica cosa che potevano "mangiare" per lunghi periodi e dunque in seguito - potendo magiare altro - lo odió. Noi siamo fortunati, ad avere l'olio di oliva e le olive, É puro oro, Un mio amico contadino mi insegnó raccontandomi di come lui e suo padre passavano la giornata mangiando pane ed olive...
Io il pane secco non lo butto mai. il cibo, a meno che non sia avariato neppure. e non sopposto quelli che lasciano il cibo nel piatto. li trovo disgustosi, la gente non sa davvero cosa sia la fame... Io davvero lo so ed é pergesto che profondamente apprezzo i FREEGANS                                  http://www.youtube.com/watch?v=zSMBVdPMK5I&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=52A7wuz_3HE&feature=related

e queste pretiche dovrebbero essere portare all'attenzione dei governi che blablabla di assurditá e crisi economiche quando son barche bucate sul fondo e non possono fare a meno di affondare...
il 12 Aprile 2011

Cassandra00 (utente non registrato)
commovente
e splendidi commenti
vi adoro
il 4 Luglio 2011

Roberta Aquilini
Sì Cassandra, anch'io la prima volta che ho visto questo video mi sono commossa, ed ora l'ho rivisto ancora da un'altra angolazione per via di ciò che sta accadendo all'Europa e al mondo, delicatissimo surrealismo, volevo aggiugere  è vero Eli ciò che scrivi, ma la fame che mi raccontava mio padre(che fra l'altro da giovane aveva la stessa magrezza del personaggio) era priva anche di quell'olio meraviglioso e di quel pane, in Emilia gli ulivi non esistono e il pane è diverso, a quei tempi trovare olio di oliva lì era impossibile ed la farina era un miraggio, quindi dai racconti non solo di mio padre ma di una intera generazione, ho capito che si parlava di una fame che ti avrebbe lasciato dei segni poi per tutta la vita, di una fame che ti costringeva ad andare nei fossi per pescare rane per poi cucinarle in qualche modo a cena, di una manciata di farina di mais da dividere in dieci, certo quei palloncini non sono così surrealisti visti dalla generazione che ha vissuto la fame vera, la condizione più brutta che ti possa capitare quando sei adolescente o giovane ed hai il corpo che esige una certa quantità e qualità di  di nutrimento, ma anche vissuta nella mezza età o da anziano, i crampi ti perseguitano tutto il giorno ed anche la notte ed al mattino il primo pensiero è come cavartela per il giorno che verrà, arrampicarsi su qualche albero per racogliere qualche frutto acerbo, o rubare al fruttivendolo del paese una mela. La fame che mi è stata raccontata mi ha sempre colpita perchè si era incarnata in qualche modo in chi l'aveva vissuta anche in tempi di abbondanza. Mi chiedo come la nostra generazione affronterebbe una fame del genere, forse meglio in virtù delle esperienze passate, ora conosco anch'io pane ed olio o pane e sale e lo adoro anche in questi tempi da MCDonald's(si scrive così'?)...forse qauei racconti, quelle esperienze anzi, e senza il forse dovremmo tenerle vive perchè ricchezza incommensurabile sono, per tutti noi ed anche per il futuro.. 
il 27 Dicembre 2011

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