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La prima volta che ha pensato è morto



di Francesco Panaro

Immanuel Kant

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Al bar

Nanà – Perché legge…?
Filosofo – …È il mio mestiere! (aspira un po’ di fumo dalla sigaretta e beve dalla tazza)
Nanà – È strano, all’improvviso non so più cosa dire. Mi succede molto spesso. So quello che voglio dire. Rifletto prima di dirlo per essere certa che sia proprio quello che devo dire. Ma al momento di dirlo… pluff… non sono più capace di dirlo (sorride).
Filosofo – Sì. Succede. Dica, ha letto I tre moschettieri?
Nanà – No, ma ho visto il film. Perché?
Filosofo – Perché… Veda, là c’era Portos, però non era nei Tre moschettieri, era vent’anni dopo. Portos, grande e forte, un po’ stupido… Non ha mai pensato in vita sua, capisce? Così, una volta, deve mettere una bomba in un sotterraneo per farlo saltare. Lo fa. Piazza la bomba, accende la miccia, poi scappa, naturalmente. E correndo di colpo si mette a pensare. E a cosa pensa…? Si domanda com’è possibile che egli possa mettere un piede davanti all’altro. È successo anche a lei probabilmente, vero?
Allora smette di correre, di camminare… Non può più, non può più andare avanti. Quando c’è l’esplosione il sotterraneo gli crolla addosso. Lo sostiene con le spalle, è abbastanza forte… Ma alla fine dopo un giorno o due giorni è sopraffatto e muore. Insomma, la prima volta che ha pensato… è morto…
 
Nanà – Perché mi sta raccontando storie di questo genere?
Filosofo – Così, tanto per parlare
Nanà – ma perché bisogna sempre parlare…? Io trovo che spesso si dovrebbe tacere, vivere in silenzio. Più si parla, più le parole non vogliono dir niente. Lei…
Filosofo – Può darsi, ma è possibile.
Nanà – …Questo non lo so.
Filosofo – Mi ha sempre colpito il fatto che non si può vivere senza parlare…
Nanà – Eppure sarebbe piacevole vivere senza parlare.
Filosofo – Sì, sarebbe bello…, sarebbe bello… Sarebbe come se ci si amasse di più. Però non è possibile, non ci si è mai riusciti.
Nanà – Ma perché?! Le parole dovrebbero esprimere esattamente quello che vogliamo dire. Invece ci tradiscono.
Filosofo – Sì…, ma le tradiamo anche noi. Dovremmo poter riuscire a dire quello che vogliamo dire, visto che riusciamo a scriverlo. Insomma, è comunque straordinario che un tizio come Platone si possa comunque ancora capire. Ed è vero, lo possiamo capire! Eppure ha scritto in greco 2.550 anni fa. Insomma, nessuno conosce più la lingua dell’epoca, non la si conosce più con esattezza. Quindi, se qualcosa viene trasmesso, si deve riuscire a esprimersi bene. Ed è necessario.
 
Nanà – E perché bisogna esprimersi? Per capirsi?
Filosofo – Dobbiamo pensare. Per pensare, dobbiamo parlare. Non si pensa in altro modo. E per comunicare bisogna parlare. È la vita umana.
Nanà – Sì, ma allo stesso tempo è molto difficile. Io penso, al contrario, che la vita dovrebbe essere facile. La sua storia de I tre moschettieri forse è molto molto bella…, ma è terribile.
Filosofo – È terribile, sì, ma è un’indicazione. Io credo che si riesca a parlare bene solo quando si rinuncia alla vita per un certo tempo. È quasi… il prezzo.
Nanà – Allora parlare è mortale?
Filosofo – Sì, ma parlare è quasi una resurrezione rispetto alla vita…, nel senso che, quando si parla si ha un’altra vita rispetto a quando non si parla. E allora, per vivere parlando…, bisogna essere passati dalla morte della vita senza parlare. Veda, non so se mi sto spiegando bene, ma c’è una specie di ascesa che fa sì che si può parlare bene solo quando si guarda la vita con distacco.
Nanà – Eppure la vita di tutti i giorni non la si può vedere, non so, con…
Filosofo – …Distacco? Sì, ma allora si oscilla. Per questo che si va dal silenzio alla parola. Si oscilla tra i due perché è il movimento della vita che si è nella vita quotidiana e poi ci si eleva verso una vita… chiamiamola “superiore”, non è stupido dirlo, perché è la vita con il pensiero. Ma questa vita con il pensiero presuppone che si sia uccisa la vita troppo quotidiana, troppo elementare.
 
Nanà – Sì, ma pensare e parlare è uguale?
Filosofo – Io credo do sì. Era detto in Platone, noti bene, è una vecchia idea. Ma io credo che non si possa distinguere nel pensiero ciò che sarebbe il pensiero e le parole per esprimerlo. Analizzi la coscienza: non riuscirà a cogliere, se non con delle parole, un momento del pensiero.
Nanà – Allora parlare è un po’ rischiare di mentire…
Filosofo – Sì, perché credo che la menzogna sia uno dei mezzi della ricerca. C’è poca differenza tra l’errore e la menzogna. Certo, non parlo della menzogna nuda e cruda, comune che fa sì che io le dica: “Verrò domani alle 17”, e poi non vengo perché non sono voluto venire domani alle 17. Capisce? Questi sono trucchi. Ma la menzogna sottile è spesso molto poco distinguibile da un errore. Si cerca qualcosa e poi non si trova la parola giusta. Ed è quello che lei diceva prima, perciò le succedeva di non sapere più che cosa dire, perché temeva di non trovare la parola giusta. Io credo che sia così.
Nanà – Sì, ma come si fa a essere certi di aver trovato le parole giuste?
Filosofo – Bisogna esercitarsi. Dipende solo dalla pratica, insomma. Dire ciò che bisogna dire in modo che sia giusto, ossia che non ferisca, che dica ciò che significa, che faccia ciò che deve fare, senza ferire, senza straziare.
Nanà – Sì, in fondo cercare di avere buona fede… Una volta una persona mi ha detto: “la verità è in ogni cosa, e un po’ anche nell’errore”.
Filosofo – È vero, è vero. È ciò che non si è visto subito in Francia nel XVII secolo, quando si è pensato che si potesse evitare l’errore, non soltanto la menzogna, ma l’errore. Che si potesse vivere nella verità così, direttamente. Credo che non sia possibile, perché c’è stato Kant, c’è stato Hegel? Perché la filosofia tedesca serve a riportarci nella vita, a farci accettare che bisogna passare dall’errore per arrivare alla verità.
(…)

Questa è la mia vita






Parole chiave: jean-luc godard immanuel kant

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