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Senza parole



di Francesco Panaro Matarrese




Attraversa la campagna, le colline francesi del nord-est con mente e passo veloci, senza distrazioni. Le nuvole, le pietre, l’aria, gli alberi  sono suoi, e non c’è l’occorrenza, il bisogno della contemplazione. Le cose  appartengono a lui perché lui è nella sostanza delle cose che gli sono davanti e che scivolano alle spalle. È l’inizio della lunga trilogia di Heimat del regista e sceneggiatore tedesco Edgar Reitz.
 
9 maggio del 1919, il giovane tedesco Paul Simon torna a casa a piedi con un viaggio di sei giorni di cammino, reduce della Prima guerra mondiale. Più che alla sua Germania, sta tornando al suo paese natio, a Schabbach, nell’Hunsrük, e come per la natura che ha battuto passo dopo passo attraversa anche il suo piccolo paesino d’origine che scorre davanti a sé e che passa alle spalle. Anche qui, poche induzioni a distrazioni per ciò che appare ai suoi occhi: le pozzanghere, un sorriso agli animali pascolanti nella strada, la chiesa, le case, le persone che si affacciano cautamente incuriosite. E arriva, arriva a casa, e non riduce il passo suggerito dal suo fluido metronomo interno, anzi, quasi lo accelera.
 
E qui accade qualcosa che non accade, perché non è un evento, perché tutto è nella sua disorientante normalità: non toglie il pastrano di soldato, prende il martello e aiuta il vecchio padre a montare sulla ruota del carro l’attrezzo bollente di forgia, senza smettere lo zaino dalle spalle. Non una parola di benvenuto, non un gesto o uno sguardo che potrebbe essere superfluo, dalla bocca del vecchio solo il nome del proprietario del carro e del figlio Helmut che non è tornato dalla campagna di Russia. Sembrano solo dovute informazioni.
 
Qui il benvenuto è la perenne porta aperta, per chi esce e per chi entra di chi attinge nel cerchio senza fine della natura che non oppone porte. La fluidità dei suoi passi, dei passi di Paul, si è sciolta ora nella gestualità del lavoro. Come se non fosse mai partito Paul. I due, il vecchio padre e il giovane figlio, padroneggiano la gestualità di artigiani da più di quattro generazioni. La sete di riprendere quello che era stato interrotto dalla Grande guerra è dissetata in questi pochi minuti.
 
All’apparente spigolosa semplificazione maschile delle questioni affettive si aggiunge il calore algido femminile delle donne della casa paterna e dei vicini. La razione di amorevolezza razionale   contadina sembra tutta qui, inquietante e rasserenante, contemporaneamente. Queste parole possono indurre, anzi, inducono, all’incomprensione del prologo del film, che mostra e libera prepotentemente, fortemente una commozione inattesa nel tumulto del silenzio, dell’assenza della parola. Il calore delle emozione c’è, non associato alla parola.
 
È l’inizio di  Nostalgia di luoghi lontani, il primo episodio di Heimat, la lunga saga di trenta puntata di Edgar Reitz, l’epopea di una famiglia renana che va dal 1919 al 1982. Mostrare, senza nessuna implicazione di carattere morale. E non c’è la parola, e se non è proprio scomparsa, si è rarefatta almeno in questo inizio di film. Però bisogna fugare tutti i dubbi, non è un film muto e questo si capisce subito.
 
Per l'incipit di questo lungo racconto Reitz sembra che abbia usato, anzi, ha usato la chiave wittgensteiniana della distinzione del  dire e del  mostrare: «Il punto centrale è la teoria di che cosa può essere detto mediante una proposizione – per esempio mediante il linguaggio – (e, il che finisce per essere lo stesso, che cosa può essere  pensato) e che cosa non può essere detto mediante una proposizione, ma solo mostrato; il che, io credo, è poi il problema fondamentale della filosofia» (Lettera di Wittgenstein a Russell del 19 agosto 1919).





Heimat  è un vocabolo tedesco che non ha un equivalente immediato nelle lingue neolatine e nell’inglese. La traduzione più adottata è quella di “piccola patria”, “luogo natio”, territorio circoscritto dove si è avuta l’infanzia, dove ci si sente a casa propria e la lingua è quella degli affetti. L’heimat nasce nella cultura tedesca dell’Ottocento con l’arrivo dell’industrializzazione, in seguito all’emigrazione della popolazione dalla campagna verso la città, con il dissolvimento della moltitudine degli stati tedeschi in una unica entità egemonica, lo stato prussiano.
 
Il concetto di heimat, in origine, fu identificato nel significato di “patriottico”, come reazione alla perdita dell’identità originaria, ma non “nazionalistico”. Alcune scuole sociologiche, hanno visto nell’heimat i semi del “Blut und Boden” (sangue e terra), il rifiuto di tutto ciò che è estraneo alla “piccola patria”, poi utilizzato dal nazismo per consolidare capillarmente nel popolo tedesco il senso di appartenenza.
 
L’heimat non va confuso con l’heimatfilme, un genere cinematografico sviluppato dal ’45 fino a metà degli anni Sessanta  che attinge dallo spirito tedesco della  piccola patria ma è una cinematografia di tipo  sentimentale di ambientazione montana, con una trama semplice: una giovane contadina tedesca o austriaca, ingenua, corteggiata dal bravo ragazzo del suo paese ma tentata anche dal  pericoloso uomo forestiero. La conclusione era sempre quella, alla fine la fanciulla sposava il proprio compaesano.
 
L’opera di Reitz, però, è di natura completamente diversa. L’heimat reitzano fu comunque ingiustamente accusato di mostrare la provincia della Germania nazista, quella lontana dai luoghi del potere tedesco, non responsabile del nazismo. Ma è stata un’insinuazione infondata. Il film tocca i tasti delle responsabilità del popolo tedesco nel fluire di fatti della vita quotidiana. Mette l’accento sull’esaltazione di alcuni e sulla vita di tutti i giorni di altri. Fa capire che c’è un popolo manipolato anche dalla propria superficialità, che sicuramente sottovaluta i criminali politici nelle mani dei quali è caduta la loro Germania.
 
La responsabilità di un popolo è principale e in questo caso è colpevole per non aver sgominato in tempo quello che stava accadendo. Al fianco
 della Germania nazista del führer e dei gerarchi scorreva, su una retta parallela, la Germania di tutti i giorni, illusa e ammaliata dalle promesse del nazismo. E la domanda,  le domande sono: in quanti, nelle democrazie odierne, per fare un esempio, si sono illusi di aver scelto la giusta strada politica per sé e per il proprio Paese e invece a distanza di anni si sono dovuti ricredere? Quanti popoli, e in quanto tempo, sono riusciti a percepire autonomamente, in democrazia, che un uomo o un’idea di governo può essere falsa e quindi liberarsene? In un’epoca in cui gli  ismi erano molto forti grazie anche al notevole analfabetismo cosa si può dire, oggi, della situazione politica, non solo europea, voluta da popoli con un livello si scolarizzazione alto?

Parole chiave: francesco panaro matarrese reitz nazismo wittgenstein heimat

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