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Solaris



di Roberto Paura

Design Oleg Lobykin

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«Io stesso non capisco i libri come Solaris. Sa, quando inizio a lavorare a qualche opera, sono di solito cosciente di quello che voglio scrivere, quale sarà il genere del libro, quale l’accento, quale lo stile, eccetera. Nel caso di Solaris mi è successo qualcosa di eccezionale. Questo libro, nel senso letterale della parola, è stato un’avventura. L’ho scritto del tutto spontaneamente, così che ad ogni passo mi aspettavo qualche sorpresa. Non dominavo con la coscienza la materia dell’opera, il che ha avuto come risultato un anno intero di indugio sul finale del romanzo: una fine che mi accontentasse non mi veniva in mente. Oggi mi sembra che il libro sia stato finito bene. Ritengo sia stato scritto proprio come si deve. (…) L’incapacità di indovinare che cosa ho voluto dire in Solaris, cioè di risolvere tutti i suoi misteri e, dunque, anche di trarne l’interpretazione più corretta, non fa che confermare l’irrazionalità estrema di questo lavoro».
  Stanislaw Lem, 1976, intervista con Zoram Zivcovic 


La fantascienza, affermò Stanislaw Lem in un saggio degli anni ’70 che lo portò ad essere radiato dall’Associazione degli Scrittori di Fantascienza Americani, è un genere appiattito tra due estremi: le ingenue inversioni del mondo reale e le facili invenzioni di mondi fiabeschi. Il mondo che Lem decise di fabbricare, quello del suo capolavoro “irrazionale” (come da lui stesso definito) Solaris, non era né ingenuo né fiabesco, ma un’entità inconoscibile che ancora oggi stimola centinaia di interpretazioni.

Lem stesso non riuscì mai a dare pienamente un significato alla sua opera prima, trasposta al cinema in due versioni di grande successo, quella sovietica del 1972 di Andrej Tarkovskij e quella americana del 2002 di Steven Soderbergh. Scritto nel 1961, Solaris anticipò di molti anni tematiche simili, quelle in primis di Philip K. Dick da Lem in realtà cordialmente disprezzato (lo definì “un visionario tra i ciarlatani”, venendo corrisposto dalla paranoica accusa di Dick di essere una spia comunista), e nonostante fosse slegato dal mainstream fantascientifico anglosassone la sua opera si colloca quasi alla perfezione nelle tendenze della New Wave che proprio in quegli anni iniziavano a diffondersi.

L’opera di Lem, fortemente improntata a una fantascienza di tipo filosofico, nasce dalla sua ampia conoscenza di materie forse opposte ma di cui l’autore polacco riuscì a cogliere i punti di contatto: dopo aver studiato filosofia, si laureò in medicina dedicandosi poi alla cibernetica, e fu uno dei fondatori dell’Accademia di Cibernetica ed Astronautica. Il pianeta morto, pubblicato nel 1951, fu il suo primo romanzo di fantascienza, ma andò presto a scontrarsi insieme con i suoi articoli e saggi scientifici contro la dottrina del regime staliniano, e caduto in disgrazia e costretto a guadagnarsi da vivere come assistente di laboratorio, Lem tornerà a scrivere alcuni anni più tardi.

Le sue principali opere, tradotte in più di 30 lingue, sono scritte a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Del 1959 è Pianeta Eden, che anticipa il tema dell’incomunicabilità delle intelligenze raccontando la storia del naufragio di un’astronave terrestre su un pianeta alieno apparentemente disabitato, minuziosamente descritto da Lem proprio come per Solaris; qui, tuttavia, domina il tema del regime, della disinformazione, degli esperimenti scientifici che provocano orrende mutazioni. A Solaris del 1961, segue nel 1964 L’Invincibile e nel 1965 Cyberiade.
  Nel primo prosegue la tematica del contatto dell’uomo con intelligenze aliene: l’equipaggio dell’incrociatore “Invincibile”, sulle tracce del precedente e scomparso incrociatore “Condor”, giunge su Regis III, mondo apparentemente morto ma ricco di inquietanti enigmi; nel secondo Lem abbandona la fantascienza eminentemente ‘seria’ ma non per questo accantona la vena filosofica, raccontando in chiave favolistica, umoristica ed allegorica le bizzarre avventure di due “fantageni”, gli inventori Trurl e Klapaucius sempre pronti ad inventare macchine e  consegni avveniristici per risolvere problemi interstellari. Questa svolta della narrativa di Lem sarà meglio esplicata in due notevoli opere del 1971, Il Congresso di Futurologia e Memorie di un viaggiatore spaziale.

Il primo, seppur sempre in una chiave umoristica-allegorica, affronta le tematiche dickiane riprese da Matrix del divario realtà/finzione, e racconta di un astronauta che partecipa ad un congresso di futurologia in uno stato centroamericano squassato dalla rivoluzione e della guerra civile: rapito dall’esercito e ibernato, si risveglierà decenni più tardi in una società dominata da prodotti chimici e psicofarmaci che rendono la realtà apparentemente serena agli occhi di chi li assume nascondendo l’orrore reale in cui la Terra è sprofondata; il secondo si riavvicina pienamente al tono di Cyberiade e, accostato da molti al Gulliver di Swift, racconta le strampalate vicende di un astronauta in viaggio nel cosmo, quotidianamente impegnato con paradossi spazio-temporali e mondi abitati da robot antrofobici, anticipando di un decennio il successo della molto simile Guida galattica per autostoppisti di Adams.

Premio di Stato consegnatogli dalla Polonia nel 1973, Grand Prix al terzo Congresso Europeo di Fantascienza nel 1976 (riconoscimento che chiude una lunga serie di dibattiti nell’ambiente di genere sull’etichettatura della sua produzione), candidato per la Polonia al Nobel per la letteratura nel 1977, Lem ha smesso di scrivere narrativa dal 1987, ma il suo impatto sulla fantascienza e sulla letteratura mondiale è quotidianamente riscoperto, e le morali che i lettori cercano di trarre dalle sue affascinanti e complesse opere valgono ancora oggi, in un mondo sempre pieno di incertezze e angosce sul futuro.

Emblematica della filosofia esistenzialista dell’incertezza di Lem resta quindi Solaris, opera spesso considerata anti-utopica, fortemente critica nei confronti della certezza tutta occidentale di poter in futuro stabilire un contatto con un’altra intelligenza. I “cavalieri del Santo Contatto”, così Lem chiama nell’opera tutti i solaristi, ardenti assertori della possibilità di poter stabilire un giorno un contatto con la monumentale intelligenza dell’oceano plasmatico del pianeta Solaris. Contatto che sfugge come sfuggiva agli scienziati del passato la quadratura del cerchio e il moto perpetuo (sempre parole di Lem), e come sfuggiva, aggiungeremmo, il Santo Graal qui rappresentato dal pianeta stesso, simbolo più che oggetto di conquista, ricerca interiore più che ricerca esteriore. In effetti è questo il messaggio tipicamente ‘new wave’ di Solaris: il passaggio dall’outer space, dallo spazio esterno, all’inner space, lo spazio interiore.
 
Mentre gli umani tentano con Solaris un contatto puramente fisico, sollecitandolo con radiazioni, bombardamenti e quant’altro, e aspirando a una risposta altrettanto fisica, tangibile, esteriore, Solaris risponde tentando un contatto interiore, ponendo dinanzi agli scienziati una proiezione oggettivata del loro io e cercando di comprenderne le reazioni emotive. Ecco quindi che dopo quasi un secolo di contatti falliti e ricerche vane il pianeta risponde per la prima volta alle sollecitazioni umane tramite gli umani stessi, creando ‘dal nulla’ (apparentemente) copie “più perfette dell’originale” di persone amate e al contempo temute dagli scienziati della stazione, tutte comunque morte da anni. Un “crudele miracolo”, afferma Kelvin – il protagonista – nel finale del romanzo. Solo di lui sappiamo con certezza la natura dell’ospite donatogli da Solaris: la giovanissima moglie, Harey, suicidatasi dieci anni prima, appena diciannovenne, per colpa dello stesso Kelvin.

Egli è incapace di rigettare la copia così umana e perfetta di Harey creata da Solaris, la ama ma al contempo la teme, ne è angosciato, è condotto da essa involontariamente quasi alla follia, come accade per gli altri due sue compagni nella stazione spaziale, Snaut e Sartorius, di cui possiamo solo immaginare la natura dei propri ospiti. Al dramma posto da Solaris ai lucidi scienziati terrestri essi rispondono nell’unico modo che conoscono, lo studio astratto, teorico di queste creature. Sartorius, il perfetto scienziato, li tratta come oggetti di dibattito scientifico, e apparentemente non cede alla sfida che gli pongono e si sforza di conservare la lucidità a dispetto della follia della situazione. Snaut cede alla follia, pur riuscendo fino in fondo a conservare una propria razionalità, e sembra incapace di affrontare il crudele miracolo di Solaris.

Kelvin, infine, si rinchiude nella biblioteca, cercando risposte nel passato, dalle miliardi di pagine prodotte su Solaris dalla sua scoperta, ma trovandovi solo astruse teorie e inutili dissertazioni. Come ben intuisce Riccardo Valla ne I miracoli crudeli di Stanislaw Lem (prefazione all’edizione Urania Collezione 2004), è Kelvin a trovare la chiave di volta dell’enigma, a rifiutare la razionalità ed accettare l’irrazionale incarnato in Harey, sperando anche dopo la sua scomparsa nella sua riapparizione, quasi pregando il dio-bambino Solaris (come Kelvin lo interpreta alla fine) di ripetere il crudele miracolo.

Solaris è un’opera che distrugge tutte le certezze del positivismo novecentesco, e, seppure alla fine l’enigma è risolto con un espediente scientifico, la risposta di Kelvin alle sollecitazioni di Solaris resta irrazionale, e l’incapacità di trovare il senso ultimo degli ospiti prodotti dal pianeta simboleggia il vano affannarsi dell’uomo nel cercare di conoscere l’inconoscibile. Simile all’oceano kantiano della metafisica, in cui l’uomo naufraga credendo di scorgere la terraferma ma facendosi ingannare dal suo desiderio di trovare una spiegazione là dove non vi possono essere, l’oceano di Solaris rappresenta l’ignoto, il limite ultimo dell’intelletto e della razionalità umana.

Ma è anche simbolo di qualcosa di primordiale, che ricorda le origini dell’uomo e della vita stessa, come ben dimostra Gianfranco De Turris in Solaris, o “dell’irrazionale”, postfazione all’edizione Mondadori del 2003. Oceano, acqua, come simbolo dell’origine della vita nella Bibbia, nell’Enuma Elis, nel Kelevala, nelle filosofie di Esiodo e Talete come nell’immaginario mistico-alchemico (ben conosciuto dal De Turris, studioso della discussa filosofia di Evola): il brodo primordiale terrestre, le ‘acque’ dell’utero, sono forse concetti inconsciamente ripresi da Lem attraverso le sollecitazioni di archetipi jungiani. All’oceano, vasto, immenso, sterminato, si contrappone l’uomo, piccolo, finito, imperfetto, smanioso di sondare, di conoscere il segreto che nasconde il colosso, e alle cui sollecitazioni quest’ultimo risponde con indifferenza, quieta grandezza di chi tutto sa e non s’interessa più a nulla. Impossibile non cercare nel contrasto uomo/Solaris il contrasto uomo/Dio, impossibile non accostare all’immensa e vana mole di teorie, di scuole di pensiero e di studi su Solaris l’uguale plurisecolare affannarsi teologico sulla natura della Trinità, sulle prove ontologiche dell’esistenza di Dio, sul concetto dello Spirito Santo e altro ancora.

Un po’ come per le opere di Kafka, anche per Solaris ognuno dà una propria chiave interpretativa. Ne propongo una anch’io, anticipata nelle righe sopra (del resto, non diceva forse Heidegger che la realtà è un circolo ermeneutico, e che non c’è una sola interpretazione ma ogni interpretazione è valida?). Il concetto di fondo dell’opera di Lem è che entità metafisiche non possono dare prove tangibili, ontologiche, fisiche del loro esistere. Il fallimento ultimo delle migliaia di ricerche degli scienziati e planetologi nel risolvere l’enigma di Solaris si basa proprio su quest’errore, lo stesso errore che tutti i dottori della Chiesa e i teologi hanno compiuto in centinaia di anni di tentativi di trovare prove definitive dell’esistenza di Dio.
 
Nel medioevo, Anselmo d’Aosta giunse a definire le prove che dimostravano senza ombra di dubbio l’esistenza di Dio; ci sarebbe voluto solo Immanuel Kant per far crollare quelle certezze, giungendo ad affermare che l’uomo può conoscere fenomeni, ma non “noumeni”: può conoscere solo ciò che percepisce attraverso i sensi, ma Dio è noumeno, è inavvertibile. Cadeva così ogni speranza di giungere un giorno a chiudere l’eterna disputa tra fedeli ed atei con una prova definitiva in favore dei primi, e l’uomo credente tornò a chiudersi nella propria esperienza di fede mistica e solitaria, poiché solo in questo modo può tentare di raggiungere Dio.

Solo Kelvin capisce tutto questo, o forse neanche lui lo capisce razionalmente ma lo accetta irrazionalmente.  L’unico contatto possibile con Solaris non è scientifico, ma metafisico: le apparizioni, le “entità F” che Solaris manda agli scienziati della stazione orbitante non hanno alcun fondamento scientifico, semplicemente non possono esistere. Non è con la fisicità delle apparizioni che Solaris cerca il contatto con l’Uomo, ma col modo di reagire tutto personale e interiore degli scienziati della stazione nei confronti di quelle apparizioni. Solo in questo modo appare spiegata, ed assume un significato profondissimo, la frase finale del romanzo: «… ma persistevo nella fede irremovibile che l’epoca dei miracoli crudeli non fosse ancora finita».

E’ una fede, quella di Kelvin, non una certezza positivista, ed una fede in un miracolo, in qualcosa cioè di totalmente irrazionale, di assolutamente mistico. E’ l’attesa del manifestarsi della divinità, l’attesa del miracolo. La stessa attesa, possibile solo con uguale “fede irremovibile”, a cui chi crede è costretto a rassegnarsi in un mondo in cui miracoli tangibili, quelli biblici e quelli di Cristo, non si verificano da duemila anni ed insegnano che, se un Dio esiste, esso non tenterà – o non tenterà più – un contatto fisico ma solo nello spirito degli uomini che continuano a credere.
(Fabbricanti di Universi)

Solaris, Andrej Tarkovskij


Parole chiave: stanislaw lem fantascienza letteratura cinema philosofilm

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