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Tempo fuori luogo



di Philip K. Dick


Il brano che segue è tratto da Tempo fuori luogo (Time Out of Joint nel titolo originale) di Philip K. Dick,  il romanzo  del 1959 che ha ispirato al regista Peter Weir The Truman Show, del 1998.
Dick è stato una costante fonte di ispirazione per il cinema. Da Blade runner alla trilogia di Matrix, passando per Terminator. Nel film Weir non omaggia Dick, non lo cita. Ma sia nel romanzo che nella pellicola tutti sono consapevoli di vivere in un finto paesino californiano, tranne i due protagonisti, gli unici ignari della  realtà circostante.  Tempo fuori luogo – oppure   Tempo fuori di sesto nella traduzione alternativa – è una citazione di Dick dalla quinta scena del primo atto dell’Amleto di Shakespeare, intorno alla quale girano molti eventi del romanzo: «Il mondo è fuor di sesto; ed è un dannato scherzo della sorte ch'io sia nato per rimetterlo a posto».


Com'era calmo tutto quanto.
Lo avvolse una terrificante desolazione. Che disastro era stata la sua vita. Eccolo lì, quarantasei anni, a trastullarsi in soggiorno con il concorso del giornale. Niente impiego serio e remunerativo. Niente figli. Niente moglie. Niente casa propria. E in più faceva lo scemo con la moglie del vicino.
Una vita indegna. Vic aveva ragione.
«Potrei anche mollare» decise. «Il concorso. Tutto. Andarmene altrove. Fare qualcos’altro. Andare a sudare in qualche campo petrolifero con un casco di latta in testa. A spazzare le foglie. A fare i conti seduto alla scrivania di un ufficio di una compagnia di assicurazioni. A fare l’agente immobiliare. Qualunque altra cosa sarebbe di certo più sensata. Migliore. Mi sto trascinando in un’infanzia prolungata… coltivo i miei hobby, come un bambino che incolla i pezzi dei suoi modellini».
Il ragazzino che lo precedeva ricevette il suo ghiacciolo e corse via. Ragle posò una moneta da cinquanta centesimi sulla cassa.
– Avete della birra? – disse. La sua voce suonò strana. Fioca e lontana. L’uomo alla cassa con il cappello e il grembiule bianchi lo fissò immobile. Non accadde nulla. Nessun rumore, da nessuna parte. Bambini, automobili, il vento: tutto taceva.
La moneta da cinquanta centesimi scivolò in una fessura e cadde giù. Scomparsa.
«Sto morendo» pensò Ragle. «O chissà…».
Il terrore si impadronì di lui. Cercò di dire qualcosa, ma le labbra rimasero sigillate. Imprigionato nel silenzio.
«No, basta!» pensò. «Basta! Mi sta capitando di nuovo».
Il chiosco delle bibite si disintegrò. Molecole. Vedeva le molecole, incolori, prive di qualità, che lo componevano. Poi riuscì a vedere, in trasparenza, lo spazio retrostante, le colline, gli alberi, il cielo. Vide scomparire il chiosco delle bibite con l’uomo alla cassa, il registratore di cassa, il grande contenitore dell’aranciata, i rubinetti della Coca e del chinotto, i secchielli di ghiaccio con le bottiglie, la piastra degli hot-dog, i vasi di senape, i coni infilati l’uno nell’altro, la fila di pesanti coperchi di metallo che coprivano i diversi gusti di gelato.
Al suo posto c’era un foglietto di carta. Allungò la mano e afferrò il pezzetto di carta. C’era scritto qualcosa. In stampatello.
 
CHIOSCO DELLE BIBITE
 
Si riscosse e tornò indietro barcollante, passò oltre i bambini che giocavano e le panchine con i vecchi. Camminando, mise una mano in tasca e trovò la scatola di metallo che vi teneva.
Si fermò, aprì la scatola e guardò gli altri foglietti di carta che vi erano custoditi. Aggiunse quello nuovo.
Sei, in tutto. Era la sesta volta. (…)

– Per tornare al discorso – disse Ragle – sempre che non ti annoi, pensavo di andare all’ospedale della Veterans Administration… Posso approfittare del mio status di veterano per farmi dare assistenza medica. Ma non sono sicuro che ce ne sa uno nel posto dove andrò. Ho pensato che potrei utilizzare il tesserino militare anche per iscrivermi all’università e seguire qualche corso.
– Di che cosa?
– Be’, di filosofia, ad esempio.
Gli parve un’idea balzana. – Perché? – chiese.
– La filosofia non è forse rifugio e consolazione?
– Non lo sapevo. Forse in passato. La mia impressione è che la filosofia abbia a che fare con le teorie sulla verità e con le domande sul senso della vita.
Imperturbabile, Ragle disse: – Che c’è del male in questo?
– Nulla, se credi che ti serva.
Ragle disse: – Qualcosa ho letto, ai miei tempi. Stavo pensando al vescovo Berkeley. Gli idealisti. Ad esempio… – Indicò con la mano il pianoforte che si trovava in un angolo del soggiorno. – Come possiamo affermare che quel pianoforte esiste?
– Nn possiamo – disse Vic.
– Forse non esiste.
Vic disse: – Scusa tanto, ma per me sono solo parole.
A quel punto, il volto di Ragle impallidì improvvisamente. Gli si spalancò la bocca.  Con gli occhi fissi su Vic, si raddrizzò sulla sedia.
– Ti senti bene? – disse Vic.
– Devo pensarci – disse Ragle, parlando a fatica. Si alzò in piedi. – Scusami – disse. – Ne riparliamo più tardi. La cena è pronta… almeno credo–. E scomparve in sala da pranzo. (…)

A tavola, mentre tutti erano intenti a mangiare, Ragle Gumm era assorto nei suoi pensieri. Di fronte a lui, Sammy blaterava del suo club e del suo potente macchinario bellico.
Lui non ascoltava.
«Parole» pensò.
Problema centrale in filosofia. La relazione tra la parola e l’oggetto… Che cos’è una parola? Un segno arbitrario. Ma noi viviamo nelle parole. La nostra realtà è tra parole non tra cose. Comunque, la «cosa in sé» non esiste: solo una  Gestalt nella mente. La cosalità… l’idea di sostanza. Un’illusione. La parola stessa è più reale dell’oggetto che rappresenta.
La parola non rappresenta la realtà. La parola è la realtà. Per noi, almeno. Forse Dio riesce ad attingere gli oggetti, ma noi no.
Nella sua giacca, appesa nel ripostiglio in anticamera, c’era la scatola di metallo contenente le parole.
 
CHIOSCO DELLE BIBITE
PORTA
CAPANNONE INDUSTRIALE
AUTOSTRADA
FONTANA
VASO DI FIORI
La voce di Margo lo riscosse.
Philip K. Dick, Tempo fuori luogo, Sellerio


The Truman show



Griffin


Parole chiave: cinema letteratura

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