uncommons

stories



Curvatura etica



di Francesco Panaro

È un crimine etico avvicinare questi studenti alla filosofia degli autori dei massacri nei campus americani con una semplificazione sociologica, psichiatrica e giornalistica da intrattenimento, con accluso congegno ideologico a tempo contenente una morale religiosa. Si commette un crimine etico grave anche qui, fra queste parole, se non si riesce ad essere chiari e ad allontanare, a tenere separata la terra dalla sabbia.
 
Gli studenti di filosofia hanno letto e studiato la letteratura esistenzialista, sono scesi nei dettagli de Il muro di Sartre, conoscono letterariamente, e praticamente, la viltà, la velleità del loro giovane e sfortunato contemporaneo, sanno che è un osservatore distaccato e pericoloso del mondo, di quella terra che Dante definisce nel Paradiso «l'aiuola che ci fa tanto feroci» e che scatena istinti violenti.
 
Sanno ogni piccolo movimento, conoscono a memoria il delirio di uno dei protagonisti dell’opera sartriana, loro non hanno nulla da condividere con lui: «Quando scendevo in istrada mi sentivo nel corpo una strana potenza. Avevo su di me la rivoltella, questa cosa che esplode e fa rumore. Ma non era più da lei che traevo la mia baldanza, era da me stesso: ero un essere della specie delle pistole, dei petardi e delle bombe». La curvatura etica dell’omicida è chiara, ma opposta alla curvatura etica di Tom e diversa da quella di Ariel. Non ce n’è solo una, ma più sottili linee d’ombra che danno forma al non definito dell’individuo, solo nel mondo e di fronte al mondo.
 
Tutti i martedì di quell’inverno la giovane Ariel, ritornando dalle lezioni di esistenzialismo, percorrendo la strada a piedi lungo il fiume Schuykill, attraversando West Philadelphia per tornare a casa, telefona alla mamma per avere un po’ di compagnia. Inevitabile che la conversazione deragli inconsapevolmente nel senso di disperazione che, ormai da tempo, l’ha afferrata.
 
«Sono le lezioni di esistenzialismo – le ha detto con preoccupazione sua madre – voglio che tu le abbandoni!». Pur riconoscendo una parziale verità in quelle parole, Ariel ha continuato a seguire le lezioni, a soffrire d’insonnia tutte le notti dei martedì di lezione fino all’arrivo del tepore di maggio. E la fine del semestre ha sistemato quasi tutto, con naturalezza.
 
Ariel conserva tutt’oggi i libri di testo di quel corso di dieci anni fa, allineati nella libreria sulla sua scrivania, quasi mai più toccati. Vive a Chapel Hill, in Nord Carolina. L’estate scorsa Phil, suo marito, poche settimane dopo la nascita della loro bambina, le chiede di ricordargli il nome del suo professore. Un collega della Penn University gli ha linkato un articolo sul social network: il professore associato Tom Meyer della Temple University si è suicidato.
 
Lo shock e lo smarrimento sono le prime sensazioni di Ariel. Sceglie di non leggere subito la notizia per timore degli effetti incontrollabili dell’instabilità degli ormoni del post-parto e per un senso irrazionale di superstizione per aver appreso la notizia con la bimba in braccio.
 
Una notte di qualche tempo più tardi si è fatta forza e ha letto: volato via dalla finestra del suo appartamento al quarto piano. Probabilmente un salto non abbastanza alto per garantirgli una morte indolore, ammesso che quello per lui avesse significato.
 
Durante una delle lezioni di quei sei mesi di corso del 2002 Tom fece vedere agli studenti il film Crimini e misfatti di Woody Allen. Della scena in cui il professor Levy mette fine alla sua vita a dispetto della sua intelligenza saltando dalla finestra, ne parlarono nella discussione dedicata. Lui, Tom, accennò che si sentiva nella parte del suicida e chiese alla classe il motivo per cui non avrebbe dovuto farlo.

Ariel intervenne tentando timidamente: «perché qualcosa è meglio di niente». Un altro studente, invece, disse «perché quando sei vivo hai scelta. La morte è uno stato di non scelta». A sentire il concetto di scelta a Tom s’illuminò il volto, gli piaceva. L’esistenza è nella sua essenza una possibilità. E per lui, forse, era avere proprio quella, l’ultima.

<<< Pagina precedentePagina
di 2
 
Parole chiave: francesco panaro esistenzialismo tom meyer sartre filosofia

COMMENTI

Sono presenti 10 commenti per questo articolo

Remo (utente non registrato)
"...Esistono ragazzi che vestono la pazienza come un abito, nonostante la giovane età e i pensieri densi di rovinose insicurezze. E lo fanno meglio di tanti adulti affermati". Una storia ben raccontata. Ancora, grazie
il 17 Gennaio 2013

Elena (utente non registrato)
Complimenti. Che bel racconto!  Mi ha fatto pensare che l'esistenzialismo è stato anche per me una ricerca personale, da studentessa liceale, forse  per avvicinarmi al ricordo di mio padre, prof di filosofia e laureato su Blondel, o per trovare nel profondo i principi teorici dell'esistenza. Con il crescere, la filosofia viene sostituita dalla realtà, dai problemi  quotidiani e la riflessione rimane  un lusso.

 
il 17 Gennaio 2013

Francesco Panaro
Grazie a te Elena. È un privilegio ricevere complimenti su un tema filosofico complesso come l'esistenzialismo, legato poi com'è a due persone reali come Tom e Ariel. Mi fai pensare ad una foto della targa, anzi dell'iscrizione sul muro della casa di Blondel, al numero civico 15 di Aix en Provence: "Qui ha vissuto Maurice Bloindel dal 1896 al 1949" Un muro dai colori che non si possono dimenticare. 
Grazie anche a te, Remo. Grazie a tutti e due per questa gentilezza..
il 17 Gennaio 2013

Mcbett (utente non registrato)
"perché quando sei vivo hai scelta. La morte è uno stato di non scelta".
Fin quando si crede di avere scelta. Altrimenti, sapendo che di fatto non si ha mai scelta, ma non si riesce a rinunciare al disperato tentativo di contraddire questo dato.
E talvolta ci si riesce. 
il 14 Settembre 2013

Pio Antonio (utente non registrato)
grazie, sempre grazie: per la possibilità che ci doni. E non è poco!
il 30 Luglio 2014

Guido Repetto (utente non registrato)
Quell'aria heideggeriana che si respira in chiusura e che prende a soffiare sul già letto è uno dei motivi per cui mi piace tornare sovente su questo tuo pezzo, Francesco.
Certo, preferisco che la scoperta della possibilità più propria dell'essere e quindi, non me ne voglia Heidegger che vado un po' di fretta, dell'esistenza altro non sia che uno spingerci a ritornare presto indietro a progettare la nostra vita (e che sia autentica!) piuttosto che dimostrare la validità di un teorema.
Io, solo per arricchire culturalmente il commento, preferisco essere (O Cielo, ho scritto Essere?) un Atteone che si gode, quanto meno, la visione di quella gran gnocca di Artemide da nuda e la fa franca dalla sua ira e dai cani.
Le ultime righe, solo per strappare un qualche contributo ulteriore al Nobilissimo Pio, Chierico d'Antonio e Vagante per Caso.

Complimenti, ogni tanto va pure scritto, Francesco.
il 31 Luglio 2014

Pio Antonio (utente non registrato)
Beati gli ultimi è stato detto e beate le ultime righe, dico io. Di noi resteranno impresse nella memoria di chi ci è stato vicino, d'affetti o di un miserabile letto nel reparto geriatrico d'un ospedale, le ultime parole, gli ultimi saluti, l'ultima definitiva immagine di un essere biologico che si reimpossessa di uno Spirito carcerato in un corpo materiale. (quelli che studiano le stringhe, non i calzolai, ma i quantistici, sanno cose che io non so...). Senza tener conto alcuno di un tempo passato, trascorso, perduto dove solo l'immagine che un ricordo ha impresso nel cervello, come un hard disk dov'è stato archiviato un backup in attesa di un nuovo francese, sia esso un Proust o un Sartre a sottolineare le grinze dello spazio-tempo, del qui e ora, dell'eterno che torna o che rimane lì dov'è, a macerare magari in un Nirvana di solitari depressi santi, senza peccato e senza possibilità di peccare. Se peccato fosse ammirare le cosce marmoree di una Artemide. Questa condizione umana in bilico tra equilibrio statico e dinamico, questa duplice occupazione di luoghi di per sé contrastanti e complici, come l'età cronologica e l'età biologica che s'accavallano dentro ognuno di noi. Un "noi" molteplice nell'unità del nosto "io" che di tutto e di tutti ha sentore. Fortunatamente non sono filosofo, ma li ammiro questi uomini che a volte aiutano a percorrere strade che loro stessi non conoscono. Bambini siamo e siamo cresciuti e di quell'età c'è rimasto il gusto di prendere sentieri impervi e sconosciuti, ricercando non il senso di noi stessi o della vita, ma l'importanza di quel paio di cosce marmoree che attiva come catalizzatore il discernimento e la scoperta del confine tra materia e spirito. Male che va, di fronte a quelle non si pensa al suicidio... Grazie al Nobilissimo Messer Guido e all'illustre Chierico Franceso, Moderni Chierici Vaganti.
il 31 Luglio 2014

Guido Repetto
Ora, ammesso che prima lo sia stato, essere serio è ardua fatica, Messer Pio, perché mi sovviene prepotente quella facezia idiota del tizio che implorava un settanta soffocato com'era dalla misura immediatamente precedente. Uomo saggio quello, perché un conto è il "ci morirei lì", un altro è schiattarci davvero "lì".

Atteone, invece, non tornò più indietro se non, magari, per strappare ai cespugli un ultimo pasto da cervo un po' prima di divenirlo egli stesso, pasto, per i suoi cani ignari e inconsolabili se non dal trucco. Si avvicinò alla natura e ne divenne parte, per poco e da bestia, senza nemmeno l'idea d'un possibile ritorno, d'una seppur misera prospettiva di rielaborazione della vile esperienza.

Non è l'idea della morte in sè che, in fondo, mi angoscia nella storia, quella di Tom, bensì il tempo (Essere è tempo ci suggerisce Vattimo), la velocità. Quanto dura un volo dal quarto piano? Un nulla, quasi. Heidegger ci parla di un "vivere la morte", di un "essere per la morte", ma nell'ottica di una progettazione dell'intera esistenza. Insomma: avanti, ma piano, non dal piano, ché se spariscono quelli che si interrogano, poi rimangono solo quelli che si beano degli acquisti.

Poi, di quando in quando, che la vita an-gosciata lasci posto alla vita ac-cosciata.

P.s. Non potendo attendermi un contributo del vecchio Martin sui trattini dell'ultimo periodo, rilancio al N.M.C.V. Pio Antonio Caso.
il primo Agosto 2014

Pio Antonio (utente non registrato)
Warum bleiben wir in der Provinz, mein Lieber Guido Repetto.
Un metalinguaggio che tenga “insieme” le diverse discipline né più, né meno,come un cesto di vimini una varietà di frutti raccolti durante una passeggiata nella Natura. Un cesto che non dimentica la propria provvisorietà, sapendo d'essere una convenzione in attesa di una conferma che, forse, anzi sicuramente, non arriverà e se e quando arriverà, non apparterrà più a questo tempo. Una morte voluta, cercata, non diversa da una morte “naturale”, attesa di una conferma insita nel vivere stesso. Vantaggi e svantaggi legati ad ogni “scelta”: quando si “muore” nel decidere di buttarsi giù da una finestra al quarto piano, qual'è il momento esatto in cui avviene la “morte”, il non-esserci? Zia Tina se n'è andata a 96 anni: poco prima di andarsene ha zittito il chiacchiericcio proveniente dal salotto, alzando il dito verso il naso: “Shhhhtttt! Fate silenzio. Sta per parlare Qualcuno veramente importante”.
il 12 Agosto 2014

Guido (utente non registrato)
  Certo, Messer Pio carissimo, Voi avete ragione, né, del resto, era mia intenzione vivere la morte di un altro. La Zia Tina col suo carico d'anni, mi piace pensare, doveva proprio avere una gran voglia di risparmiarsi l'ultima dose di chiacchiericcio, chiunque di veramente importante sperasse o s'illudesse che stesse per parlare da un momento all'altro. Teniamola pure presente la Zia Tina, che ne sappiamo noi che con Umano senso di giustizia rimbalziamo tra l'illusione pacificante delle radure e lo smarrimento del fitto inestricabile della foresta. Lacerato il cesto e sparpagliati i rametti di vimini, sparsi i frutti che nessuno raccoglierà, giunti al termine della nostra euristicamente fallimentare escursione nella Natura, magari immersi nell'irreversibile caos del mobilio, qualcuno potrebbe anche parlare o tuonare davvero. Ma, se mi è concesso, preferirei che un tono calmo, pacato e rilassante accompagnasse il mio smarrimento di fronte all'immeritata ricompensa.
il 15 Novembre 2014

Nome (*richiesto)

Email (*richiesta, non sarà pubblicata)


Attenzione! E' possibile inserire commenti di massimo 500 parole.


Registrati al sito, è gratuito e istantaneo!

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in stories

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2019 proprietà riservata Tramas Web