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Essere ottimisti è da criminali



di Francesco Panaro Matarrese








Il 2 febbraio del 1968 la Westdeutscher Rundfunk, televisione della Repubblica federale tedesca, trasmise due opere di Samuel Beckett: il filmato della rappresentazione di “Comedie” e il mediometraggio “Film”, con Buster Keaton. Al termine delle due trasmissioni seguì un dibattito televisivo registrato precedentemente, il 17 gennaio dello stesso anno. In studio, fra gli altri, Theodor W. Adorno, Hans-Geert Falkenberg, mente dei programmi culturali di quella televisione, Martin Esslin, competente nonché responsabile programmatore culturale della BBC e Ernst Fischer, scrittore, filosofo e critico tedesco.
 
L’insolito e non facile dibattito fu mandato in onda in prima serata, una scelta audace che Adorno ringraziò con una lettera datata 5 aprile del 1968, anche per «…la completa libertà e l’assenza di limitazioni temporali (…)», una decisione, da parte dell’emittente, per niente pensabile per l’epoca, «mai vista in televisione». Secondo Adorno quell’esperimento  rivelava qualità sorprendenti «non ancora esplorate» del mezzo televisivo. In realtà, in Europa le televisioni sperimentavano nuove e complicate strade di programmazione culturale. Già nel 1967 la Rai aveva trasmesso un’intervista per niente comoda di 
Pier Paolo Pasolini con Ezra Pound, e più tardi, in Francia, nel 1974, la Ortf trasmetteva Télévision (il vero titolo, in realtà, era Psychanalyse), uno speciale di due puntate su Jacques Lacan.
 
Ma se per la televisione francese era doveroso celebrare il cittadino Lacan e per la televisione italiana era una prodezza mandare in onda l’intervista del corsaro Pasolini con lo scomodo Pound, poeta americano, italiano d’adozione, non era per nulla scontato che la televisione tedesca desse tanto spazio ad uno scrittore e drammaturgo irlandese che scriveva in inglese e francese e che con la Germania aveva poco a che fare. Quello che segue è un frammento del dibattito televisivo seguito alla trasmissione delle due opere di Beckett. Alla fine del testo il link di una scheggia di quella trasmissione.



ADORNO – (…) l’uomo non può liberarsi servendosi della volontà. È il problema che mi sono posto quando mi sono imbattuto nella filosofia di Schopenhauer: come potrebbe l’individuo, che sottostà al principium individuationis e non è altro che una pura e casuale emanazione della volontà, come potrebbe mai questo povero individuo che è solo apparenza negare  a se stesso la volontà di vivere e tirarsi fuori, per dirla con Schopenhauer, dall’anello dei carboni ardenti da cui è circondato? Beckett direbbe: non potrebbe in nessun modo, ed è per questo che la vita è un inferno. Si può dire che ha finito con il portare con Schopenhauer alle sue estreme conseguenze, tanto da trasformarlo nel suo contrario. Ma non vorrei spingermi tanto oltre nell’interpretazione filosofica…
 
FALKENBERG – (…) Una simile autodeterminazione dell’uomo in un momento in cui l’arte e le sue costruzioni non esistono più in sé e per sé, ma sono legate alla società… Insomma, quale validità può avere un’interpretazione del genere in un mondo la cui struttura politica è così sinistra?
FISCHER – Guardi, mi verrebbe da dire in prima battuta che pensare con ottimismo è da criminali.
ADORNO – Già!
FISCHER – Pensiero e ottimismo sono due cose inconciliabili.
ADORNO – Perfettamente d’accordo!
 
FISCHER – Agire tuttavia  è da ottimisti. Nel suo caso, nel caso di Beckett, se posso fare a meno d’impiegare queste parole insulse come ottimismo e pessimismo, c’è però una contraddizione straordinariamente interessante, di cui lui stesso è consapevole. In Molloy l’autore afferma: «in me ci sono sempre stati due buffoni, fra gli altri, quello che non desidera altro che restare dove si trova, e quello che immagina che altrove andrebbe un po’ meno male»
Theodor W. Adorno, Essere ottimisti è da criminali, a cura di Gabriele Frasca.

Leggi anche Essere è essere percepiti





Parole chiave: francesco panaro matarrese beckett adorno

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Guido Repetto
Se "pensare con ottimismo è da criminali", pensare con pessimismo non lo è da meno. E' un inganno, che definire voluto o non-voluto importa poco, rivolto anzitutto nei confronti dello stesso percipiente-pensante, diciamo pure dell'appercipiente. "Penso" che l'attibuire i connotati di pessimismo e di ottimismo ad un pensiero sia già di per sè un'impresa ardua, che diviene disperata qualora detta attribuzione non giunga alla "fine" del pensiero e, aggiungerei, ad opera di un terzo. Là, potrebbe avere un certo senso, ma solo un certo, nulla di più. Se definiamo ottimista o pessimista un pensiero (non nostro o nostro sul quale ritorniamo criticamente in un dato momento) vuol dire che per noi c'è stato un errore di valutazione. Fischiettare sarebbe meglio, ma richiede maggiore volontà.
il primo Agosto 2012

Claudio Tricoli
L'uomo a una dimensione H.Marcuse ti risolve il problema Guido
il 29 Giugno 2013

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