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Il poeta commerciante in Africa



di Francesco Panaro Matarrese



«Rimbaud poliglotto, già letterato in Francia, abbandonate le muse, messo da un canto la critica e gittata la penna, era venuto in Africa a spennare i suoi ideali, tuffando le strofe alate, le odi epiche, e gli articoli artistici nel prosaico ma lucroso bagno di commercio di importazione e di esportazione. Aveva spirito, in verve, ed abilità di causerie veramente francese»






Alcune testimonianze italiane su Rimbaud in Africa

Pietro Sacconi fu il primo esploratore a citare Rimbaud in un suo scritto pubblicato sulla rivista milanese «L’Esploratore». La lettera che indirizzò alla rivista è datata 17 giugno 1883 e narra di un viaggio fra i Galla: «Tanto io che altri due miei compagni, il signor Reimbaut (sic) [una nota a piè di pagina spiega: Reimbaut, agente della casa francese in Harar. I veri europei in Harar sono cinque: Reimbaut, noi due fratelli e due miei nipoti]  e il greco Costantino Rigos, punti da vaghezza di sincerare le cose, determinammo di recarci in luogo. A pretesto della nostra gita esternammo il desiderio di prendere la fotografia del lago Aromoja e mangiarci su quelle sponde un montone arrostito.
 
Il 13 di buon mattino ci mettiamo in sella e con passo rapido arriviamo al lago Aromoja verso le 9 ant. […] Il bacino del lago si presenta in forma ovale un po’ allungata; tutt’intorno è coltivato a durra e sparso di capanne a padiglione della foggia comune alle costruzioni galla, qualche arbusto di gelsomino e l’eterna euphrobia, acacie e biancospini […].
 
Quasi regolarmente, e spesso in compagnia del greco Dimitri Rigas, passavamo assieme le monotone serate harariane trangugiando tra una discussione e l’altra qualche bicchiere della birra indigena e dedicavamo uno o due giorni alla settimana ad escursioni nei dintorni, cercando di spingerci il più lungi possibile per soddisfare la nostra curiosità e conoscere quanto d’interessante poteva presentare il paese, sia dal lato topografico che da quello riferentesi alla flora, alla fauna ed a memorie di antichi tempi.
 
Fu durante tali escursioni che il povero Rimbaud incominciò ad accusare qualche dolore al ginocchio destro […]. Era uomo d’onore e di molto amor proprio, tutto dedito al commercio, del suo passato non parlava mai né, sotto quella scorza stravagante ed un poco scontrosa, era dato sospettare delle sue geniali qualità di poeta e letterato.
 
Di Verlaine non fece mai cenno. Solamente una volta ebbe a dirmi che, disgustato della vita bohémien a cui il suo temperamento irrequieto e avventuroso e l’ambiente in cui giovanissimo erasi trovato, lo avevano trascinato, erasi definitivamente deciso di abbandonare la Francia. Imbarcatosi nel 1880 per Cipro, dove era già stato qualche anno prima trovò impiego presso un’impresa di costruzione. Colà ebbe la disgrazia, lanciando una pietra, di colpire alla tempia un lavorante indigeno, freddandolo. Spaventato si rifugiò a bordo di una nave in partenza ed ecco come il destino lo portò in Aden […]».
 
L’amicizia fra Rimbaud e Franzoj è testimoniata dai ricordi di Ferrandi (cfr. p. 240), il quale narra come i due avessero  «lunghe discussioni letterarie, dai romantici ai decadenti», ma anche da una lettera di Rimbaud in cui si parla di una donna che il poeta decise di cacciare di casa.
 
Probabilmente si tratta della stessa donna con cui Rimbaud viveva ad Aden e la cui foto è qui riprodotto al n. 172. Forse Franzoj aveva preso le sue difese e Rimbaud si era sentito in dovere di rendergli nota la sua decisione.  Sappiano inoltre da Ottorino Rosa che «nei lunghi anni trascorsi in Harrar tenne una galla, la quale non abitava nemmeno in sua casa, ma bensì in quella del servo Giami.
 
«Nel 1886,» scrive Ugo Ferrandi in una testimonianza affidata a Benjamin Crémieux, «la carovana Soleillet e quella Franzoj – a cui io apparteneva – erano attendate nel bosco di palmizi fuori del villaggio Dankali [Tagiura]: il Rimbaud, invece, aveva la sua dimora in una capanna del villaggio stesso. Le sue visite ai vari accampamenti erano frequentissime e, pure avendo  cordiali rapporti coi suoi connazionali, si piaceva della nostra amicizia.
 
Il Franzoj, noto giornalista e polemista, era un amante di letteratura francese e latina (leggeva sempre Orazio nel suo non facile testo) e, col Rimbaud, era lunghe discussioni letterarie – dai romantici ai decadenti. Io invece affliggeva il Rimbaud con domande d’indole geografica… o islamica. Bisogna notare che il Rimbaud aveva qualche anno prima (durante l’occupazione araba di Harrar) tentato l’Ogaden.
 
Arabista di prim’ordine, teneva, nella sua capanna, delle vere conferenze sul Corano ai Notabili indigeni. […]
Dettaglio intimo: quando aveva il piccolo bisogno di mingere, si chinava come gli indigeni: onde questi lo consideravano un poco come musulmano. […] Il Rimbaud mi diede della chiare e brevi notizie su Tagiura, che io avrei desiderato pubblicare, con le poche mie note… ma il destino non me lo permise».
 
Robecchi-Bricchetti, in una lettera del 31 dicembre 1888 da Harar scriveva ad alcuni amici: «Il giorno di Natale si è passato in allegra e buonissima compagnia. Lo abbiamo festeggiato in casa mia, ove erano convenuti a pranzo l’ing. Ilg, arrivato qui la vigilia, il padre Gioacchino della Missione, i signori Rimbaud e Bidault, fotografo questi e provetto commerciante il primo e in pari tempo viaggiatore e distinto scrittore, nonché altri due compagni italiani, certo Rosa, rappresentante la casa Bienenfeld di Aden, ed il simpaticissimo quanto originale Ferrandi, da poco arrivato per tentare qualche piccola spuculazione commerciale».
 
E Nell’Harrar scrive: «[…] Bidault e il suo amico Rimbaud poliglotto, già letterato in Francia, e che abbandonate le muse, messo da un canto la critica e gittata la penna, era venuto in Africa a spennare i suoi ideali, tuffando le strofe alate, le odi epiche, e gli articoli artistici nel prosaico ma lucroso bagno di commercio di importazione e di esportazione. Aveva spirito, in verve, ed abilità di causerie veramente francese».
 
Il 22 di maggio 1888 l’allora console generale italiano a Aden, Antonio Cecchi, in un dispiaccio al Ministro degli Esteri Francesco Crispi, scriveva: «Mi consta che il giorno 10 del corrente mese giungeva in Ambos una grande carovana guidata da Ibraim Abubeker (uno dei tanti figli del noto defunto Abubeker, Emir prima Pascia poscia di Leila) recante dallo Scioa, via Harrar, avorio e schiavi in numero rilevante. Accompagnava la carovana il negoziante francese Rembau, uno degli agenti più intelligenti e più attivi del Governo Francese in quelle regioni.»
 
Copia dello stesso dispaccio fu rinvenuta al Foreign Service di Londra da Enid Starkie negli anni Trenta e fu così che nacque l’immagine di Rimbaud mercante di schiavi. Per alcuni era la logica conseguenza del «déréglement de tous les sense», per altri una calunnia atroce lanciata dai suoi nemici per infangarne la memoria. Non spetta a noi risolvere un altro dei numerosi misteri che avvolgono la vita di Rimbaud. Basti dire che se alcuni storici hanno dimostrato l’infondatezza di quella particolare notizia (perché il 10 maggio 1888 Rimbaud era altrove), tuttavia molti sostengono che tutti i commercianti, per un verso o per l’altro, erano implicati nella tratta degli schiavi dato gli alti guadagni che il commercio offriva.
 
Poco si sa dei rapporti intercorsi fra Rimbaud e Pietro Felter, Sono rimaste tuttavia due sue lettere indirizzate al poeta che sono fra le più commoventi che questi ricevette durante la sua malattia. La prima è del 13 maggio 1891, la seconda del 13 luglio. Citiamo qui un brano della seconda: «Mio caro Rimbaud ho appreso la dolorosa notizia e le assicuro che mi è molto dispiaciuto. Per fortuna, al tempo stesso, so che lei ha coraggio e filosofia in abbondanza, e sono convinto che una volta passata la sventura, una gamba in più o in meno, non sarà quella che le impedirà di fare la sua strada nella vita. È con molto piacere che la rivedrò qui molto presto. Quante novità da quando lei è partito!».
Album Arthur Rimbaud, a cura di Eileen Romano, Einaudi-Gallimard




Parole chiave: francesco panaro matarrese arthur rimbaud luigi robecchi-bricchetti pietro sacconi ugo ferrandi

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