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La bici di Bontempelli



di Sergio Bontempelli


Il primo giorno di agosto si è spento Massimo Bontempelli, storico e uomo di cultura poliedrico. Giulietto Chiesa: «…Un amico, compagno di viaggio, di idee e di passione. Uno degli intellettuali italiani tra i più lucidi del nostro tempo». Quello che segue è uno scritto privato, appassionato di Sergio, il figlio.


 Quando una persona cara non c'è più, capita di pensare alle cose più stupide: alle bischerate, come si dice a Pisa. In questi giorni in cui mio padre se ne è andato ho pensato molto ad un piccolo episodio, accaduto quando avevo cinque, forse sei anni.
  Babbo aveva da sempre l'abitudine di andare ovunque in bicicletta. E quando ero piccolo mi portava sulla canna: a fare lunghe girate, o semplicemente a prendere il pane e a fare la spesa. Quel giorno, rimasto chissà perché impresso nella mia memoria, decise appunto di andare a fare la spesa, e mi portò con sé.
  Scendemmo in strada a prendere la bicicletta, che come di consueto era legata a un palo davanti alla porta di casa. Attorno alla bicicletta trovammo dei ragazzi, dovevano essere poco più che adolescenti, che chiacchieravano. Uno di loro era seduto sul sellino, un altro si appoggiava alla canna, un altro ancora stava in piedi, ma reggeva con la mano destra il manubrio.
  Nella mia mente di bambino, quella scena mi fece orrore. Letteralmente. I ragazzi mi sembravano brutti, aggressivi, minacciosi. Tra l'altro uno di loro portava addirittura gli occhiali scuri, che per me erano il simbolo di una persona cattiva, di un brutto ceffo da cui stare alla larga. E poi, osavano toccare impudicamente – e senza permesso – la cosa più sacra di babbo, la sua bicicletta. Pensai che sarebbe successo qualcosa. Babbo si sarebbe arrabbiato, forse ci sarebbe stata una rissa. Ebbi un attimo di paura: i ragazzi dovevano essere cattivi, forse potevano farci del male. Poi mi tranquillizzai: si sa che da bambini i genitori sembrano onnipotenti, e babbo per me era forte, più forte anche di Mazinga Z che era il robot dei cartoni animati di allora.

Mentre mi preparavo a una scena di sangue, successe l'imprevedibile. Babbo si avvicinò con la chiave per aprire il lucchetto della bicicletta. I ragazzi si spostarono tutti, qualcuno di loro arrossì, e quello seduto sul sellino chiese scusa. Forse, pensai, si erano accorti che babbo era più forte di  Mazinga Z, e ne avevano avuto paura. Babbo però non manifestò nessuna aggressività: disse anzi che non c'era niente di cui scusarsi, che avevano fatto bene a usare la sua bicicletta per stare insieme e fare due chiacchiere. Mi pare di ricordare che subito dopo, salito sulla canna, gli chiesi spiegazioni, e lui mi disse che non davano fastidio a nessuno, quindi in fondo che male c'era? Nella mia mente di bambino pensai a lungo a quell'episodio. E ne ricavai alcune riflessioni che in qualche modo hanno accompagnato tutta la mia vita.     Anzitutto, pensai, la bicicletta di babbo non era solo di babbo. Era di tutti quelli che – come aveva detto lui - "non davano fastidio a nessuno".Non solo. La bicicletta di babbo poteva essere usata in tanti modi: per andarci in giro, ma anche per starsene seduti a chiacchierare al fresco dell'estate, e per fare chissà quante altre cose che avrei scoperto piano piano, crescendo e diventando grande. Unica condizione richiesta per usare la bicicletta di babbo era, appunto, quella di non dare fastidio a nessuno.

La cosa più sorprendente, per la mia intelligenza di bambino, era che la bicicletta di babbo poteva essere usata non solo dagli amici di babbo, ma anche da persone sconosciute, e persino da brutti ceffi con gli occhiali scuri. Perché i ragazzi brutti (o che apparivano tali, a me o ad altri) avevano anche loro diritto di usare la bicicletta di babbo, purché rispettassero l'imperativo più sacro: quello di non dare fastidio a nessuno.
  Mi accorgo solo ora, pensandoci, che la bicicletta di babbo è stata fondamentale per me. Oggi penso che anche la città in cui vivo, la mia città, è come la bicicletta di babbo: possono starci tutti, purché non diano fastidio a nessuno. E così non importa se uno è cattolico o musulmano o valdese o ateo, se è italiano o straniero, se ci somiglia o se ci sembra diverso, se ha il permesso di soggiorno o se è "clandestino", se è povero o ricco, se lavora o se chiede l'elemosina, se abita in una casa o in una baracca. Perché nella mia città, come nella bicicletta di babbo, deve esserci posto per tutti. Da grandi, alle cose piccole non ci si pensa più: si guarda – sbagliando – ai contesti, e si perdono i dettagli. E così anche io non ho più pensato alla bicicletta di babbo.

Nel frattempo il mio rapporto con lui è diventato difficile, pieno di equivoci e incomprensioni. A volte mi sembrava di non riconoscerlo più: negli ultimi anni era diventato rigido, intollerante con gli altri e qualche volta anche con sé stesso. Parlava male di tutti, e sembrava non sopportare nessuno. Litigava con i suoi amici per motivi che a me parevano insignificanti, e per quei motivi levava il saluto. Era cambiato persino il suo tono di voce, e non c'era modo di avere una comunicazione serena con lui.

Tutto questo accadeva forse perché sia io che lui, per motivi diversi, avevamo dimenticato la sua bicicletta. La bicicletta di babbo. Quando se ne è andato, a me è rimasta l'amarezza di non aver più dialogato veramente con lui (forse questo non è vero, e infatti a volte non lo penso: ma in questi momenti capita che ti balena un pensiero e subito dopo non lo pensi più). Poi ho trovato su  Facebook un ricordo commosso di babbo, scritto da una mia amica che si chiama Tania. Lo riporto così com'è: «me lo ricordo che usciva dal liceo e se ne andava a casa in bici. Una volta gli ho chiesto un passaggio per scherzo e lui mi ha caricato».     E' stato questo messaggio che mi ha riportato alla mente l'episodio della bicicletta, quando ero piccolo. E solo leggendo quel messaggio ho capito quanto era importante quella storia così marginale e stupida. Così oggi so cosa voglio dire a mio padre, so cosa urlerei se lo avessi qui, vivo: «Babbo, la bicicletta!».   

Parole chiave: massimo bontempelli

COMMENTI

Sono presenti 5 commenti per questo articolo

Fernanda (utente non registrato)
:-)
il 7 Agosto 2011

Fausto (utente non registrato)
Un bellissimo ricordo, carico di filiale rimpianto....
il 7 Agosto 2011

Clara (utente non registrato)
un racconto senza retorica, pieno di calore e, davvero, molto istruttivo: grazie cercherò di farne tesoro. 
il 7 Agosto 2011

Tonino Cafeo (utente non registrato)
I particolari che danno senso al tutto. Che bel ricordo, Sergio! Spero che leggerai quanto ti sono vicino e quanto mi ha fatto bene leggere il libri del tuo babbo.
l'8 Agosto 2011

Daniela Agostini (utente non registrato)
capisco il cambiamento di bontempelli , era indignato!! e se avesse cercaton di riprendere la sua bicicletta occupata da un gruppo di ragazzi ..oggi avrebbe avuto difficoltà perchè la cafonaggine l'insolenza e la protervia sono aumentate.....

l'8 Agosto 2011

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