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L’inedito di Wallace



A cura  dell'Archivio DFW Italia











«Tutti i fallimenti sono sempre una vittoria»


Da anni circolava nei siti frequentati dagli appassionati (da quando era stato scovato da Jason Kottke nel 2008), e ora noi l’abbiamo tradotto in italiano. Si tratta di un pezzo (per forza di cose) anonimo che si trova da una decina di anni sul sito della Granada House, la casa di recupero dove Wallace ha soggiornato per un periodo di sei mesi nel 1989. Forse non si potrà mai confermare “ufficialmente” la paternità del testo, né la Granada House, né tanto meno gli Alcolisti Anonimi vorranno farlo, ma i dettagli biografici – che ora, grazie all’opera di D.T. Max, conosciamo meglio – concordano perfettamente, e lo stile per noi non lascia dubbi: noi crediamo sia stato scritto da Wallace.




La storia di un ex-residente
Mi hanno indirizzato alla Granada House nel novembre 1989. “Indirizzare” è un modo gentile di raccontare la cosa. Ero stato accolto in un centro di recupero associato ad un ben noto ospedale psichiatrico di Boston, e c’era uno psichiatra in questo centro che era riuscito a creare con me un rapporto di fiducia, e secondo lui (1) a meno che non mi fossi impegnato a seguire un trattamento a lungo termine da qualche parte non sarei riuscito a stare lontano da alcol e droga, e (2) se non fossi riuscito a stare lontano da alcol e droga sarei morto prima dei 30 anni. Ne avevo 27. Quello non era il mio primo centro di recupero e nemmeno il mio primo ospedale psichiatrico.
 
Poiché certi miti sulla dipendenza e sui centri di riabilitazione sono duri a morire, vi presenterò una mia breve biografia. Sono cresciuto in una famiglia stabile e piena di affetto formata da entrambi i miei genitori. Nessuno dei miei parenti più stretti ha mai avuto problemi di droga. Non sono mai stato in prigione o arrestato – non mi hanno mai fatto nemmeno una multa per eccesso di velocità. Nel 1989 avevo già una laurea e un master ed ero a Boston per prendere un altro diploma. Ed ero, a 27 anni, un alcolizzato all’ultimo stadio e un tossicodipendente. Ero stato in cura per disintossicarmi e in un centro di recupero.
 
Ero già stato posto sotto custodia sorvegliata in alcuni reparti psichiatrici; avevo già alle spalle almeno un serio tentativo di suicido, una serie di sessioni di elettroshock e così via. La diagnosi dei miei familiari, amici e insegnanti era che ero brillante e pieno di talento, ma avevo “problemi emotivi”. Soltanto io sapevo quanto questi problemi fossero profondamente connessi con l’alcol e la droga, di cui avevo fatto un uso intenso a partire dall’età di quindici anni.
 
Ogni mio singolo episodio di esaurimento aveva fatto seguito ad un periodo segnato da un uso intensivo di marijuana, sedativi e alcol. Avevo cercato una prima volta di smettere quando avevo diciannove anni; ero riuscito a stare lontano da qualsiasi tipo di sostanza al massimo per tre mesi. Mi ero convinto che questo avvenisse perché ero debole, o perché avevo dei problemi mentali veramente inguaribili per cui solo la droga e l’alcol potevano offrirmi un qualche sollievo.
 
Per questo motivo ho passato la maggior parte degli anni ‘80 tra i corni di un dilemma che la maggior parte dei tossicodipendenti e alcolizzati conosce molto bene. Da una parte, sapevo che la droga e l’alcool mi controllavano, dirigevano la mia vita e mi stavano uccidendo. Dall’altra, io amavo queste cose – voglio dire, le amavo veramente, come in quel tipo di amore in cui tu puoi fare qualsiasi cosa, e ti dici ogni bugia possibile per evitare di dover lasciar andare il tuo beneamato. Per la maggior parte dei tardi anni ‘80, il mio metodo per “smettere” con la droga era passare da un periodo di solo droga a uno di solo alcol.
 
Quindi ripassavo alla droga per “smettere” di bere. La sola idea di mesi o anni senza una qualsivoglia sostanza mi era inimmaginabile. Questa era la mia situazione di base. Volevo aiuto e allo stesso tempo non lo volevo. E ho reso difficile agli altri il compito di aiutarmi: potevo andare un giorno tutto disperato in lacrime da una psichiatra e poi due giorni dopo trovarmi a discettare con lei su alcune sottigliezze della teoria junghiana; potevo discutere con i terapeuti sulla differenza tra una volgare bugia pragmatica e una bugia “estetica”, raccontata solo per la sua bellezza; potevo punzecchiare i miei tutori nel programma dei 12 passi riguardo a certi ovvi paradossi inerenti al concetto di negazione. E così via.
 
I sei mesi passati presso la Granada House mi hanno aiutato immensamente. Ancora adesso provo imbarazzo per alcune delle iperboli e per i toni melodrammatici che sono abituali nel linguaggio del recupero, ma quello che conta è che la mia esperienza nella Granada House mi ha aiutato, a cominciare dal fatto che il personale ha accettato di accogliermi nonostante l’odiosa aria di superiorità con cui parlavo di loro, della casa, e del programma di recupero in 12 passi che provavano a mettere in pratica. Sono stati pazienti, ma non erano mica stupidi.
 
Mi hanno obbligato a rispettare una struttura e una disciplina di recupero che da solo non sarei stato capace di seguire: terapie obbligatorie, incontri obbligatori degli Alcolisti Anonimi e dei Tossicodipendenti Anonimi, lavori obbligatori, coprifuoco, faccende domestiche, ecc. Per non parlare della lettura obbligatoria di testi degli Alcolisti e dei Tossicodipendenti Anonimi, che trovassi in loro un valore letterario o meno.
 
La Granada House mi ha anche offerto la mia prima esperienza di una vera comunità di recupero: c’erano un po’ più di una ventina di nuovi residenti, e il personale impiegato – quasi tutti a loro volta pazienti – e i volontari non pagati, e qualche dozzina di ex-residenti della casa che sembrava stessero sempre lì, tra la cucina, il soggiorno e gli uffici. Mi sono fatto degli amici e anche dei nemici, e nemici che poi sono diventati amici. Sono stato, per sei mesi, letteralmente immerso nel recupero.
 

Allora mi sembrava affollato e claustrofobico e rumoroso, e soffrivo per la mancanza di “intimità,” proprio come non sopportavo la semplicità radicale dei consigli per i principianti dati dal programma in 12 passi: vai a un incontro sui 12 passi ogni giorno, fai che uno di questi incontri diventi il tuo gruppo di riferimento, trovati un tutore e digli la verità, datti da fare con qualche tipo di lavoro nel tuo gruppo, prega per avere aiuto che tu creda o no in Dio, ecc. Tutto questo sembrava spiacevole, poco dignitoso e stupido.
 
Ora, dall’alto di quasi quattordici anni di sobrietà, sembra precisamente quello di cui avevo bisogno. Alla Granada House ero circondato da pazienti in recupero in tutta la loro varietà e ripetitività, con le loro nevrosi e  la loro compassione, e mi hanno tenuto occupato, e mi hanno brutalmente e incessantemente ricordato che avevo una malattia potenzialmente mortale da cui avrei potuto guarire soltanto facendo alcune cose semplici e un po’ strampalate. Mi è stato impedito di starmene seduto da solo a fumare una sigaretta dopo l’altra e a diventare matto con domande astratte su cose che erano molto meno importanti del semplice fatto di non mettere sostanze chimiche nel mio corpo.
 
Questo non vuol dire che il personale e i volontari della Granada House non  ascoltassero. La casa era organizzata e disciplinata, ma non autoritaria. Una delle cose più belle e utili che i membri del personale della casa fecero per me fu di stare seduti ad ascoltare – le lamentele, le voglie, le domande, le confessioni, lo sbraitare, lo scontento, i terrori, e le intuizioni sia reali che immaginarie – poiché la maggior parte della mia prima fase di guarigione è consistita nell’imparare a dire a voce alta quello che pensavo della droga e dell’alcol e del recupero, invece di continuare a farlo girare e contorcere dentro la mia testa.
 
Le persone della Granada House mi hanno ascoltato per ore, e lo hanno fatto senza quel distacco clinico tipico dei dottori, e senza l’ansiosa credulità dei familiari. Ascoltavano perché, in ultima analisi, mi capivano veramente: erano stati veramente in bilico tra l’essere sobri o meno, avevano amato proprio quella cosa che li stava uccidendo, si erano trovati a non poter più immaginare la vita con l’alcol e la droga, ma nemmeno senza.
 
Erano anche capaci di riconoscere le stronzate, e la manipolazione, e l’intellettualizzazione senza senso come un modo di non affrontare terribili verità – e per molti giorni la cosa più utile che fecero fu di ridere di me e scherzare sui miei tentativi di non guardare in faccia la realtà (tentativi che erano, lo capisco ora, pateticamente facili da riconoscere per un compagno di dipendenza), e limitandosi a suggerirmi di non usare nessuna sostanza oggi, perché il domani mi sarebbe potuto apparire molto diverso. Consigli come questo possono sembrare troppo semplicistici per essere utili, ma invece sono stati fondamentali: ho superato un sacco di giorni di sobrietà prima di capire che l’unica cosa che dovevo davvero fare era resistere ogni singolo giorno.
 
Infine, poiché tutto il personale e gli ex-residenti erano membri degli Alcolisti Anonimi e dei Tossicodipendenti Anonimi, il mio rapporto con loro mi ha aiutato facilitando la mia partecipazione attiva alla confraternita dei 12 passi, che con ogni probabilità è il solo metodo garantito per conservare la sobrietà per molti anni. Ora, nel 2003, non vivo più a Boston, ma sono un membro attivo e impegnato degli Alcolisti Anonimi nella mia nuova comunità.
 
Sono anche un componente attivo di questa comunità. I cittadini o le agenzie governative che dovessero valutare la possibilità di dare un supporto finanziario alla Granada House, potrebbero essere interessati al seguente resoconto. Dal 1983 al 1989 non ho quasi mai pagato le tasse, sono costato quasi 100.000$ in trattamenti, ricoveri e cure psichiatriche a due diverse compagnie di assicurazione sanitaria, sono costato a me e ai miei genitori altri 70.000-80.000$ quando abbiamo finito la copertura assicurativa, e sono costato migliaia di dollari a due diversi Stati quando non ho avuto più alcuna fonte di reddito e mi sono dovuto dichiarare nullatenente.
 
Nel 1990 e 1991, non ho pagato nessuna tassa, ma allo stesso tempo non sono costato niente a nessuno. Dal 1992 a oggi, non sono costato nulla alla mia famiglia, al governo o alle istituzioni caritatevoli, ho pagato oltre 325.000$ di tasse federali, statali e municipali, e ho donato almeno altri 100.000$ a varie iniziative di beneficenza. Non so quanto sia costato mantenermi per sei mesi alla Granada House (io stesso ho pagato 20$ alla settimana di affitto, ma era la tariffa minima perché ero al verde), ma anche con il più arido sistema di rendicontazione dei costi, mi sembra che ne sia valsa la pena per tutti quanti.
Grazie all’Archivio DFW Italia

Traduzione a cura dell’Archivio DFW Italia, che ringrazia Norman Gobetti e Lorenzo Andolfatto per la supervisione.



Parole chiave: david foster wallace archivio dfw italia

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Mcbett (utente non registrato)
mente lucida, in ogni caso.

il 14 Settembre 2013

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