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Lo strano caso di Gage e mister Cartesio



di Antonio R. Damasio

Phineas P. Gage, dagherrotipo

Phineas P. Gage, dagherrotipo


Risale a Cartesio quella separazione drastica fra emozione e intelletto che per secoli è stata un criterio ispiratore della ricerca, nonché un principio speculativo da non violare. Ma la realtà si sta rivelando diversa. In particolare, le affascinanti indagini sul cervello attualmente in corso muovono in un’altra direzione. Damasio è stato forse il primo a porre sotto attento esame le infauste conseguenze della separazione di Cartesio, e oggi è possibile circoscrivere quell’errore sulla base non soltanto di argomentazioni speculative, ma anche dell’analisi di casi clinici (…) e della valutazione di fatti neurologici sperimentali…




 Siamo nel New England, alla fine dell’estate del 1848. Phineas P. Gage, venticinquenne caposquadra di un’impresa di costruzioni, sta per precipitare dalle stelle alle stalle. Un secolo e mezzo dopo, la sua caduta sarà ancora significativa.

  Gage lavora per la Rutland & Burlington Railroad: a lui è affidata una squadra numerosa di operai (una  gang, in gergo), con il compito di gettare i binari per una nuova linea ferroviaria che attraverserà il Vermont. Nelle due settimane precedenti, sono avanzati un po’ a rilento, in direzione delle cittadina di Cavendish; adesso sono impegnati su una sponda del Black River. Il loro lavoro è tutt’altro che agevole, per i numerosi affioramenti di roccia dura. Invece di aggirare ogni scarpata, si è deciso di far saltare la roccia, dove necessario, per la aprire la via a un tacciato più diritto e piano. Gage sovrintende a tutti questi lavori, ed è magnificamente all’altezza; atletico e ben proporzionato nel suo metro e settanta di statura, si muove con rapidità e precisione. Somiglia ad un giovane James Cagney, a un elegante Yankee Doodle che balli il tip tap su rotaie e traversine, vigoroso e aggraziato al tempo stesso.

  Agli occhi dei suoi capi, poi, Gage è ben più che un dipendente in gamba come ce ne sono tanti: lo definiscono l’uomo «più efficiente e capace» tra quanti hanno assunto. E questo è un bene, perché il lavoro richiede tanta maestria fisica quanto sottile concentrazione, soprattutto quando bisogna preparare le detonazioni. Qui occorre procedere in modo ordinato, passo dopo passo. Dapprima, va scavato un foro nella roccia; poi il foro va riempito per metà con esplosivo in polvere, si deve inserire la miccia e la polvere deve essere coperta con sabbia. Questa deve essere «pressata», cioè compattata con un’accurata sequenza di colpi inferti con una barra di ferro. Infine, bisogna accendere la miccia. Se tutto va bene, la polvere esploderà dentro la roccia; la sabbia è essenziale, poiché senza la sua copertura protettiva l’esplosione si sfogherebbe fuori della roccia. Anche la forma della barra e il modo in cui viene usata sono molto importanti: Gage se ne è fatta fare una apposta, dando indicazioni precise, ed è un virtuoso della pressatura.

  Alle quattro e mezzo di questo caldissimo pomeriggio, Gage ha appena finito di introdurre la polvere esplosiva nel foro, e ha detto all’uomo che è con lui di coprirla di sabbia, fino al riempimento. Qualcuno da dietro lo chiama e Gage si volta per un istante a guardare sopra la propria spalla destra. Si distrae e prima che l’operaio abbia versato la sabbia comincia a pestare con la barra di ferro, direttamente sulla polvere. Subito fa sprizzare scintille dalla roccia, e la carica gli esplode sul viso. L’esplosione è  così violenta che la squadra si blocca, raggelata: ma in pochi secondi è chiaro quel che è successo. L’esplosione è stata diversa dal solito, e la roccia è rimasta intatta; diverso dal solito anche il rumore che l’ha accompagnata, un sibilo come di razzo scagliato nel cielo. Ma non sono fuochi d’artificio: è un assalto, una scarica. La barra metallica penetra nella guancia sinistra di Gage, fora la base della scatola cranica, attraversa la parte frontale del cervello ed esce, velocissima, dalla sommità della testa, per andare a cadere, impiastricciata di sangue e tessuto cerebrale, a una trentina di metri di distanza. Phineas Gage è stato scagliato a terra e giace stordito, nel chiarore del pomeriggio; muto, ma sveglio. E così sono tutti gli impotenti spettatori.

  Orribile incidente intitolano – prevedibilmente – la notizia il «Daily Courier» e il «Daily Journal» del 20 settembre, una settimana più tardi. Il 22 settembre, il «Vermont Mercury» curiosamente intitola Mirabile incidente; il «Boston Medical and Surgical Journal» con più precisione sceglie il titolo Passaggio di una barra di ferro attraverso al testa. A giudicare dalla concretezza con la quale raccontano la vicenda si direbbe che i giornalisti conoscessero bene i racconti straordinari e i racconti dell’orrore di Edgard Allan Poe. Forse è così, anche se non sembra vero: i racconti gotici di Poe non sono ancora popolari, e lo stesso Poe morirà un anno dopo, sconosciuto e squattrinato. O forse è solo che l’orribile è nell’aria.

  Tutti si sorpresero che Gage non fosse rimasto ucciso all’istante; l’articolo medico della rivista di Boston riporta che «subito dopo l’esplosione il paziente fu rivoltato sulla schiena»; che poco dopo egli mostrò «alcuni movimenti convulsi delle estremità» e «nel giro di pochi minuti parlò»; che «i suoi uomini (dei quali egli era beniamino) lo sollevarono e a braccia lo trasportarono fino alla strada, che distava solo poche pertiche (una pertica essendo pari a circa 5 metri) e lo posero a sedere su un carro trainato da buoi, sul quale egli – seduto con la schiena eretta – percorse più di un chilometro, fino all’albergo di Joseph Adams»; e che Gage «scese dal carro da solo, con un piccolo aiuto da parte dei suoi operai».

  Vediamo un po’ meglio la figura di Adams. Egli è il giudice di pace di Cavendish; inoltre possiede l’unico albergo e l’unico spaccio di alcolici del paese. Io lo vedo pià alto di Gage. Largo quasi il doppio, apprensivo come la sua stazza dad Falstaff lascia immaginare. Dopo essersi avvicinato a Gage, manda subito a chiamare il dottor Johm Harlow, uno dei medici di Cavendish. Nell’attesa, mi sembra quasi di sentirlo esclamare: «E allora signor Gage. Che cosa abbiamo?» e anche, perché no: «Ohimè, che disgrazia ci tocca vedere!». Agita le mani. Quasi ad allontanare ciò che è successo, e conduce Gage verso la zona ombreggiata del portico dell’albergo. Le descrizioni lo indicano come una piazza, che suona grande e spazioso e aperto; forse è grande e spazioso, ma non è aperto: è giusto un porticato. Adams ora forse fa bere a Phineas Gage una limonata, o magari un bicchiere di sidro ben fresco.

  Dall’esplosione è passata un’ora, il sole si sta abbassando e il caldo è più sopportabile. È in arrivo un altro medico, il dottor Edward Williams, un collega – più giovane – del dottor Harlow, il quale in seguito descriverà la scena con queste parole: «Quando lo vidi era seduto su una sedia nella piazza dell’albergo di Adams, a Cavendish. Appena mi avvicinai, mi disse: “Dottore, qui c’è lavoro per voi”. Prima ancora di scendere dalla carrozza, avevo notato la ferita sulla testa: si potevano vedere chiaramente le pulsazioni del cervello. Notai anche qualcosa che non riuscii a spiegarmi, prima di esaminare la testa: la sommità di questa si presentava come un imbuto rovesciato. In seguito avrei scoperto che ciò che era dovuto ala fatto che l’osso attorno all’apertura era fratturato per una lunghezza di quasi 5 centimetri in tutte le direzioni. Ho dimenticato di precisare che l’apertura attraverso il cranio d i tegumenti aveva un diametro di quasi 4 centimetri: i bordi di questa apertura erano rovesciati, e nel complesso la ferita dava l’impressione che un oggetto sagomato a cuneo avesse attraverso la testa muovendo dal basso verso l’alto. Mentre io gli esaminavo la ferita, Gage raccontava ai presenti in che modo era stato colpito: parlava con tale lucidità ed era talmente desideroso di rispondere che io rivolsi le mie domande a lui piuttosto che agli uomini che erano presenti al momento dell’incidente e che ora ci attorniavano. Poi Gage mi riferì alcune delle circostanze, come poi ha fatto più volte, e io posso affermare con sicurezza che né in una qualsiasi occasione successiva – salvo una – io lo considerai men che perfettamente razionale. L’unica volta in cui ne dubitai fu una quindicina di giorni dopo l’incidente, allorché insistette a chiamarmi John Kirwin – e però a tutte le mie domande rispose in modo corretto».
  La barra di ferro (…) Henry Bigelow, professore di chirurgia alla Harvard, la descrive con queste parole «Il ferro che attraversò il cranio pesa 6 chilogrammi; è lungo 110 centimetri e ha un diametro do poco più di 3 centimetri. L’estremità che penetrò per prima e rastremata, per una lunghezza di 18 centimetri, e termina con una punta del diametro di circa 6 millimetri. A queste circostanze, forse, il soggetto deve la propria salvezza. Il ferro non somiglia ad alcuno strumento, ed è stato fatto da una fabbro della zona seguendo le indicazioni del cliente». Gage è piuttosto rigoroso per tutto il suo lavoro e i feri del mestiere.

  Sopravvivere all’esplosione con una ferita al capo così ampia e profonda, essere capace di parlare e camminare e di mantenersi coerente subito dopo l’incidente: tutto ciò è ben sorprendente. Ma sarà altrettanto sorprendente che Gage superi il sopravvenire dell’inevitabile infezione. Il dottor Harlow conosce bene l’importanza della disinfezione. Non ha gli antibiotici, ma ricorrendo alle sostanze chimiche all’epoca disponibili egli pulisce la ferita energicamente e con metodo preciso; inoltre dispone il paziente in posizione semisdraiata, in modo da facilitare il drenaggio. In Gage si produrranno forti febbri e almeno un ascesso, sul quale il bisturi di Harlow interverrà prontamente. Alla fine la giovane età e la rubsuta costituzione di Gage avranno la meglio (…).

  Phineas Gage sarà dichiarato guarito nel giro di meno di due mesi. Tuttavia quest’esito stupefacente impallidisce al confronto con la straordinaria svolta che la sua personalità sta per subire. Il suo carattere, i suoi gusti, i suoi sogni, le sue aspirazioni: tutti cambieranno. Il corpo di Gage può essere ben vivo e vegeto, ma c’è un nuovo spirito che lo anima.
 Antonio R. Damasio,  L’errore di Cartesio, Adelphi

Parole chiave: filosofia psicologia neurologia

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