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Nemmeno una parola



di Heinrich Böll

Foto di Elliott Erwitt

Foto di Elliott Erwitt


Fred, quindici anni prima, non potendo più sopportare la miseria, lascia la moglie, i tre bambini e la casa composta da una sola piccola stanza per vivere vagabondando in una città tedesca dell’immediato dopoguerra. In giro per una commissione, nello scenario di strade tristi che si andava popolando sempre più di annunci pubblicitari, lo sguardo di Fred viene catturato da una donna un po’ trascurata ma molto bella. Osservandola attraverso le vetrine, si accorge che non è una donna qualsiasi, ma sua moglie. Che seguirà fino a quando non deciderà di smettere improvvisamente di osservarla nella sua delicata gestualità di tutti i giorni. Una storia fatta di persone che, nonostante la miseria dalla quale sono avvolte, non si sentono perseguitate dalla cattiva piega della vita, dalla mancanza di successo e di obiettivi. Nonostante i numerosi romanzi e racconti, E non disse nemmeno una parola – pubblicato nel 1953 – è il capolavoro di Heinrich Böll. Ma il Nobel arrivò solo nel 1972.


Pensai che potevo permettermi la spesa di un caffè, e leggere intanto il giornale. I rumori della strada non mi giungevano che velati, benché li attraversassi in pieno. Qualcuno decantava la qualità delle sue banane.
Mi fermai davanti alle vetrine di Bonneberg, guardai i cappotti di mezza stagione le facce dei manichini, che m’incutono sempre un vago terrore. Contai gli assegni nella tasca interna del mio pastrano, mi assicurai di non aver perso la busta col danaro liquido, e improvvisamente il mio sguardo cadde sul passaggio che divide le vetrine di Bonneberg: scorsi una donna la cui vista mi toccò il cuore e al tempo stesso mi agitò. Era una donna non più giovane, ma bella, vedevo le sue gambe, la gonna verde, la consunta giacchetta bruna, vedevo il cappello verde, ma soprattutto il profilo mesto e soave, e per un attimo – non so quanto durò – il cuore non cessò di battere.

La vedevo attraverso due lastre di vetro, vedevo che stava guardando gli abiti esposti ma intanto pensava a qualcos’altro… sentii che il cuore tornava a battere, continuavo a guardare il profilo di quella donna, e a un tratto seppi che era Käte. Poi mi riapparve estranea, per qualche istante mi agitai nel dubbio, sentii montarmi il calore nella testa, e credetti di impazzire, ma essa riprese la strada, io la segui lentamente, e quando a vidi senza il diaframma dei vetri, seppi con assoluta certezza che era Käte.
Era lei ma era diversa, tutta diversa da come la ricordavo. Mentre la seguivo lungo la strada, essa continuava ad apparirmi a un tempo estranea e conosciutissima; mia moglie, con la quale avevo trascorso tutta la notte precedente, con la quale sono sposato da quindici anni.
“Forse impazzisco davvero” pensai.

Sussultai quando Käte entrò in un negozio. Mi fermai accanto a un carretto di verdura, tenni d’occhio l’ingresso del negozio, e lontano lontano, dietro di me, quasi gridasse da un mondo sotterraneo, sentivo l’uomo che stava proprio al mio fianco: «Cavolfiori, cavolfiori, due per un marco».
Benché fosse assurdo, avevo paura che Käte non uscisse mai più dal negozio: tenevo d’occhio l’entrata, guardavo la faccia ghignante di un giavanese di cartapesta, che si teneva una tazza di caffè davanti ai bianchissimi denti, sentivo la voce del verduriere quasi proveniente da una profonda caverna: «Cavolfiori, cavolfiori, due per un marco» e pensavo a moltissime cose, non sapevo bene a che, e mi spaventai quando improvvisamente Käte uscì dal negozio. Essa entrò nella Grüne Strasse, il suo passo era veloce, e io mii agitavo quando, talvolta, la perdevo di vista per alcuni istanti, ma poi si fermò davanti alla vetrina dii un negozio di giocattoli, e io potei contemplarla, vidi il suo profilo triste, la sua figura che per tanti anni, la notte, mi è giaciuta al fianco, che avevo ancora vista quattro ore prima e che ora non avevo riconosciuta.

Quando lei si voltò, io balzai in fretta dietro il banco di un imbonitore, di dove la potei osservare senza che lei mi vedesse. Lei guardò dentro la sua sporta, ne tirò fuori un biglietto, lo studiò, e intanto vicino a me l’uomo urlava: «Ma se voi considerate, signori miei, che vi radete per cinquanta… cinquant’anni di seguito, e che di conseguenza la vostra pelle…».
Käte continuò per la sua strada, e io non sentii il resto. Seguii mia moglie, attraversai quaranta passi dopo di lei i binari del tram che convergono al Bildonerplatz. Käte si fermò davanti ala banco di una fioraia, vidi le sue mani, le vidi distintamente, lei, cui mi univano più legami che a qualunque altra persona al mondo: con la quale non solo avevo dormito, mangiato, parlato per dieci anni di fila, senza interruzione… a lei mi legava qualcosa che unisce due creature più che dormire insieme: c’era stato un tempo in cui avevamo pregato insieme.

Essa comprò grandi margherite bianche e gialle, e continuò a camminare, lentamente, molto lentamente, lei, che ancora un istante prima camminava così veloce, e io indovinai a che cosa stesse pensando. Essa suole ripetere, infatti: «Compro i fiori che crescono nei prati dove i nostri piccoli non hanno mai giocato».

Così ce ne andavamo l’uno dietro l’altra, pensando entrambe ai bambini, e io non avevo il coraggio di raggiungerla, di rivolgerle la parola. Sentivo a mala pena i rumori che mi circondavano: molto lontana, velata, mi tambureggiava nell’orecchio la voce di un annunciatore che diceva al microfono: «Attenzione, attenzione, corsa speciale della linea H per l’esposizione dei droghieri… attenzione, corsa speciale della linea H…».
Nuotava al seguito di Käte come attraverso un’acqua grigia. Non potevo più contare i battiti del mio cuore, e mi spaventai un’altra volta quando Käte entrò nella chiesa del convento, e la porta nera imbottita di cuoio si chiuse alle sue spalle.
Solo a questo punto mi accorsi che stavo ancora fumando la sigaretta che mi ero accesa allorché, passando accanto al portiere, ero uscito dalla cancelleria: la gettai, aprii con cautela la porta della chiesa, sentii risuonare delle modulazioni d’organo, attraversai la piazza, sedetti su una panchina e attesi.

Attesi a lungo, cercai di immaginare com’era andata, quella mattina, quando Käte era salita in autobus, ma non riuscivo a immaginare nulla, mi sentivo perduto, trascinato pigramente dal corso di un immenso fiume, e l’unica cosa che vedevo era la porta nera dalla quale doveva uscire Käte.
Quand’essa uscì davvero, stentai a convincermi che fosse lei: ora camminava più svelta, aveva posato i grandi fiori dal lungo gambo in cima alla sporta, e dovetti affrettarmi per tenere il passo con lei, mentre, riattraversato in fretta il Bildonerplatz, tornava a imboccare la Grüne Strasse: i fiori oscillavano al ritmo del suo passo, io mi sentivo le mani sudate, barcollavo leggermente, mentre il mio cuore era gonfio d’un pulsare doloroso. […]

Il telefono squillò di nuovo rumorosamente, ma non tornai alla realtà che quando Serge, alla mie spalle, disse: «Sicché, Bogner, già di ritorno? Così presto?».
«Perché?» domandai senza voltarmi.
«Sì» disse lui ridendo. «Non sono nemmeno venti minuti.» Ma poi mi si piantò davanti, mi guardò in faccia, e solo dalla sua fisionomia cominciai a capire quel che era successo: vidi ogni cosa, tornai del tutto in me, e dal suo viso capii che pensava anzitutto ai soldi. Pensava che fosse accaduto qualcosa coi soldi. Me ne accorsi, guardandolo.
«Bogner,» disse a bassa voce «siete ammalato o ubriaco?»
Cavai di tasca gli assegni, la busta col denaro liquido, gli porsi tutto quanto: lui lo prese e senza guardarlo, lo posò sul suo scrittoio.
«Bogner, ditemi cosa è accaduto.»
>«Nulla» risposi. «Non è accaduto nulla.»
«Vi sentite male?»
«No… Penso a una cosa, mi è venuta un’idea.» Rividi tutto dietro il viso pulito di Serge: vidi Käte, mia moglie, sentii qualcuno gridare: «Cappotti?», vidi di nuovo Käte, tutta la Grüne Strasse, visi la sua consunta giacchetta bruna, sentii qualcuno annunciare una corsa speciale della linea H per l’esposizione dei droghieri, vidi la porta nera della chiesa, vidi gialle margherite dal gambo lungo, destinate alle tombe dei miei bambini, Qualcuno gridò «Cavolfiori!»… rividi, riudii ogni cosa, vidi il profilo triste e soave di Käte attraverso il volto di Serge…
E non disse nemmeno una parola, Heinrich Böll

Parole chiave: letteratura

COMMENTI

Sono presenti 10 commenti per questo articolo

Eli Mcbett
Sembra una storia assurda una volta scritta, ma le relazioni della vita funzionano proprio cosí: fuggendo dalle persone e inseguendo fantasmi. Un giorno gli uomini noteranno che il reale e il virtuale sono parte delle stessa faccenda di vita, vista semplicemente da angoli diversi e si rilasseranno o cercheranno un'ulteriore dimensione altrove in cui nascondersi. Anche a me é capitato di non incontrare a casa un uomo, di non incontrarlo agli appuntamenti, ma di sapere che mi pedinava. Anche io ho seguito le tracce di uomini con cui non sapevo vivere. Non siamo un po' tutti cosí?
il 18 Luglio 2011

Lisa Roversi
No, non siamo fatti tutti così, e il romanzo non "punta" al pedinamento. Non è questo il senso del romanzo di Boll. Fred è attratto improvvisamente da una donna vista per strada, non aveva riconosciuto, subito, la moglie, in quella donna... 
il 18 Luglio 2011

Eli Mcbett
io parlo di pedinamento o a cosa punta il romanzo di Boll?  mi riferirei al romanzo se qui si trattasse del romanzo e non di un suo preciso estratto ....  Ho letto il romanzo... no? mi auguro che si propongano frammenti per suggerire spunti di idee e situazioni, non per fare il Bignami della letteratura. Se abbiamo il permesso... ma qui i permessi sembrano sempre di meno...? credo di aver parlato dell'amare l'assente e del non saper osservare il presente. pensavo fosse chiaro se si fosse letto ció che ho scritto. Se una persona non riconosce un'altra che gli é famigliare in un contesto diverso evidentemente é una persona che vedeva ina persona solo attaverso una lente preconcetta all'interno di un ruolo e forse non aveva mai guardato la persona... non dice questo Boll? lo dico io. Mi dispiace se non é quello che avresti detto tu, Lisa.
il 18 Luglio 2011

Eli Mcbett
e per fortuna non siamo tutti fatti cosí e la cosa bella e che ce lo possiamo raccontare in maniera diversa...
il 18 Luglio 2011

Angelica Rebora
Bello questo romanzo. Meno bello di Boll è l'accostamento di Kate a Gesù Cristo, che ha sopportato (tirato avanti) silenziosa (senza dire nemmeno una parola) tutto ciò che ha visto e subito. Ma questa è la 'potenza' e la forza di Boll. E nessuno oserà contestarla. Nemmeno io :-)
il 19 Luglio 2011

Lisa Roversi
Sì, la silenziosa donna cristiana...
il 19 Luglio 2011

Cassandra00 (utente non registrato)
apprezziamo ciò che abbiamo solo quando ci manca
il 20 Luglio 2011

Fiamma (utente non registrato)
Questo libro è la più bella storia d'amore che abbia mai letto.
il 25 Luglio 2011

Giovanna Rossi
...lo leggerò...

il primo Agosto 2011

Viviana Governi (utente non registrato)
non conosco il libro e neanche lo scrittore.. non avverto ''il pedinamento'' nella storia, ma un profondo rimpianto ed un grande amore ancora vivo in questo uomo che nota con grande tenerezza la giacca ed il profilo mesto e soave della moglie.. Devo leggere tutto il libro ma sento amore nell'aria ed anche malinconia (non tristezza).
il 30 Agosto 2011

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