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Non sarò come mio padre



di Gad Lerner

Ugo Stille

Ugo Stille





“Mio padre conduceva un’esistenza biforcuta, schizofrenica”.
Suona terribile un tale giudizio quando proviene dal figlio che pure ti ha amato e condivide la pubblica ammirazione di cui fosti circondato. Ma Alexander Stille non avrebbe certo potuto rimuovere la disperazione con cui da bambino lo affliggevano i continui scoppi d’ira di quel padre vagante per casa in pigiama, fra pile di giornali che era proibito gettare, dopo aver dettato la sua corrispondenza quotidiana da New York al “Corriere della Sera”.

 
Non può tacere l’umiliazione sistematica cui vedeva sottoposta la madre; la meschinità nel rapporto col denaro; la diffidenza malevola nei confronti del prossimo. “Ricordo che andavo in giro ripetendomi continuamente: ‘Io non sarò mai come lui. Io non sarò mai come lui’”.
 
E ancor oggi quando Alexander Stille viene avvicinato da un ammiratore di suo padre che ne magnifica la saggezza, la cultura, la simpatia e lo humour, non può fare a meno di pensare all’”operazione di economia psichica” attraverso cui quell’uomo brillante scaricava nella sfera privata – là dove custodiva la sua sicurezza ferita – dosi massicce di ansie e nevrosi.
 
Immergendosi nell’avvincente vicenda familiare novecentesca da cui l’autore è stato generato, una vicenda che è anche storia dell’antifascismo italiano e dell’America come provvidenziale crogiuolo d’incontri culturali, bisogna ricordare la matrice che Alexander Stille reca impressa nel suo medesimo cognome: egli è il figlio di uno pseudonimo diviso in due.
 
Ugo Stille, difatti, non è mai esistito. O meglio ce ne sono almeno due, frutto di una complice fantasia giovanile. E’ il nome inciso sulla piastrina militare di Giaime Pintor, il migliore amico di suo padre, quando muore partigiano saltando su una mina nel novembre 1943. Ma prima ancora fu la firma d’invenzione condivisa a Roma da Pintor con il compagno d’università Mikhail Kamenetzki, nato a Mosca nel 1919 e avventurosamente immigrato in Italia, quando i due amici si alternavano nella scrittura di una rubrica per il settimanale “Oggi”, ritrovo di una prima embrionale militanza antifascista.
 
Quel cognome italiano, Stille, il ventitreenne Kamenetzki riuscirà a trasferirlo sul passaporto americano dopo la fuga del 1941 dall’Italia delle leggi razziali. Anche se per gli amici resterà Misha, mai Ugo. “La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America”, viene pubblicato contemporaneamente in Italia (da Garzanti) e negli Stati Uniti. Reso elettrico, commovente, oltre che rigoroso nella documentazione inedita, dallo sforzo compiuto da Alexander Stille per restituire in pari grado dignità ai due poli antitetici, mai pacificati, della sua famiglia.
 
Perché la sensuale moglie di Ugo Stille, Elizabeth Bogert, donna emancipata della borghesia del Midwest, attratta dal fascino reticente della cultura ebraica in fuga dalla tragedia che ne ha provocato la distruzione nel Vecchio Continente, è a sua volta una figura straordinaria, nella sua fatica.
 
Sopporterà, ma non potrà accettare. Comprenderà il valore di Misha e del suo mondo, anche se lui prima di sposarla neanche un cenno aveva fatto al suo ebraismo, ma non smetterà di detestarne l’antiestetica matrice oestjuden. Nel mentre ripulisce la casa della sorella di Stille trasformata in un immondezzaio dalla mania di lei che non è disposta a buttare via nulla, confida a Sarah, la fidanzata di Alexander che l’aiuta nell’impresa: “Non te ne farei una colpa se decidessi di scartare questo bacino genetico”.

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Parole chiave: ugo stille persecuzioni giovanni gentile giaime pintor

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