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Non sarò come mio padre



di Gad Lerner

Il pasticcio delle identità custodite nel segreto da Misha, le biografie travisate per giustificare il traffico dei passaporti che garantiscano di sfuggire prima al comunismo sovietico poi al razzismo fascista italiano, con molteplici ricadute nell’apolidia e nel pericolo, feriscono la straordinaria personalità intellettuale di un giovane formatosi alla scuola filosofica di Giovanni Gentile.
 
Col paradosso del 1941, quando si laurea con lode a Roma ma subito deve fuggire in America portandosi in tasca una lettera di segnalazione dello stesso Gentile, ministro del regime che lo discrimina. Approda così a New York un intellettuale cresciuto in una famiglia russa anticomunista le cui relazioni giovanili però si manterranno, dopo la morte di Giaime Pintor, con gli altri compagni della cellula clandestina del Pci, da Lucio Lombardo Radice a Felice Balbo, da Valentino Gerratana a Antonello Trombadori, da Pietro Ingrao fino ai fratelli Natoli. Arruolatosi nell’esercito degli Usa parteciperà allo sbarco alleato in Italia e sarà testimone della rovina del paese che l’aveva respinto.
 
Da quel momento si sforzerà di diventare americano fino in fondo, di più, concepirà il suo lavoro di corrispondente come un vincolo di garanzia per la fragile Italia da salvaguardare nell’atlantismo. Impresa che trasforma il doppio esule in un grande giornalista ma lo conduce a reprimere la sua identità complessa. Sarà al tempo stesso un formidabile analista di politica statunitense e di relazioni internazionali, un ricercato protagonista della mondanità intellettuale newyorkese, ma anche un marito che picchia la sua Elizabeth e rifiuta di trasmettere ai figli il carico significativo della propria biografia.
 
In mezzo alle sue tonnellate di carte in disordine si celano lettere e testimonianze di cruciale interesse (ma non l’ultima missiva del grande amico Giaime Pintor, quella l’ha perduta, chissà se per incuria o per tenersela solo dentro di sé). Precluse agli altri, forse nella convinzione che non potrebbero capire il tumulto esistenziale che la storia gli ha introiettato.
 
Quando, molti anni dopo, verrà chiamato a Milano per dirigere il “Corriere della Sera” in un momento di sua crisi editoriale, lo angoscerà l’idea di perdere il passaporto statunitense, sua ancora di salvezza. E solo nell’editoriale del 1987 con cui si presenta come direttore, per la prima volta, concederà una riga di riferimento personale a Giaime Pintor con cui condivise lo pseudonimo e alle leggi razziali che ne avevano forzato l’emigrazione. Dopo quarantasei anni di silenzio assoluto, nel corso dei quali nulla aveva fatto perché i suoi figli si avvicinassero all’ebraismo e apprendessero la lingua italiana.
 
Struggente è il racconto di Alexander Stille sugli ultimi anni dei suoi genitori, piuttosto rassegnati l’uno all’altra che non davvero pacificati. Una delle più frequenti cause dei loro litigi durati una vita era l’horror vacui che impediva a Misha di liberarsi di quintali disordinati di giornali ormai inutili, ciò che esasperava la pulsione di Elizabeth per l’ordine e la pulizia.
 
“Mio padre era un prodotto di quella civiltà ebraica dell’Europa orientale che Hitler ha quasi completamente distrutto –spiega l’autore- nella quale i libri e l’apprendimento occupavano un posto sacro, perché ogni altra cosa nella vita ti può essere strappata (e probabilmente lo sarà)”.
 
Dobbiamo essere grati a Alexander Stille di questo doloroso sforzo di ricostruzione, a tratti impudico e spietato. Fino all’ultimo ha cercato la confidenza dei suoi genitori, raccogliendone le testimonianze più intime perfino nella sfera sessuale. In fondo avevano vissuto un’attrazione fulminea: la madre era entrata in un party di Manhattan con il suo primo marito per uscirne con l’uomo che nonostante tutto mai più avrebbe lasciato. Due mondi che si incontravano e si scontravano, appunto, un matrimonio di guerra e pace. Ma anche un raro affresco di storia intellettuale del secolo tragico con cui stiamo facendo ancora i conti. (Gad Lerner)




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Parole chiave: ugo stille persecuzioni giovanni gentile giaime pintor

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