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Peripezie del dire no



di Fausto Pellecchia









Ricordate la paradossale formula di Bartleby, il singolare personaggio di Herman Melville?  Tentando una approssimativa traduzione, si può provare a rendere in italiano il celebre enunciato “I would prefer not to” – con il quale lo scrivano declina la propria adesione ad ogni ingiunzione dell’Avvocato, trasformando ogni volta l’ordine ricevuto in un semplice invito, al quale ci si può sempre rifiutare – con i “avrei preferenza di no”.  Gilles Deleuze, nel suo memorabile commento al racconto di Melville, si è soffermato sulla struttura linguistica della formula:

«Si osserva prima di tutto un certo manierismo, una certa solennità:  prefer è usato raramente in questo senso, e né il principale di Bartleby, l’avvocato, né gli impiegati dello studio se ne servono abitualmente (“una strana parola; per quanto mi riguarda non la uso mai…”). La formula ordinaria sarebbe piuttosto  I’d rather not. Ma soprattutto, la stravaganza della formula va al di là della parola stessa: certo, è grammaticalmente corretta, sintatticamente corretta, ma la sua brusca conclusione, NOT TO, che lascia indeterminato ciò che rifiuta, le conferisce un carattere radicale, una specie di funzione-limite. La sua ripresa e la sua insistenza la rendono complessivamente ancor più insolita (G. Deleuze, Bartleby o la formula, in Id., Critica e clinica, tr. it di A. Panaro, Cortina, Milano 1996, p.93)».

Casualmente, mi sono imbattuto di recente in una formula singolare,  quasi al limite degli usi grammaticalmente consentiti,  che sembrerebbe contenere il rovescio della formula di Bartleby. A distanza di decenni, mi è capitato di incontrare un mio vecchio compagno di liceo. Dopo il primo scambio di convenevoli, siamo entrati in un bar dove ho invitato l’amico a bere qualcosa. Ma una volta dinanzi al banco, al consueto invito del barman: “desidera qualcosa ?”, l’amico abbassa lo sguardo e mi dice  “ No grazie. Non preferisco nulla”. Ciò che mi ha colpito nella sua risposta è l’uso “perverso” del verbo preferire sospeso nel vuoto generato dalla doppia negazione.

Preferire, infatti, implica una scelta, un’opzione,  ovvero, come recita un buon vocabolario della lingua italiana, “un libero atto di volontà, per cui, tra due o più possibilità, si manifesta di preferirne una, ritenendola la migliore, più adatta o conveniente delle altre”.  Se, dunque, nego ogni preferenza, la formula, presa alla lettera, può valere sia come rifiuto di ogni determinata offerta, tutte equiparandole nell’indifferenza;  sia come accoglimento che a tutte aderisce con ecumenica protervia. L’enunciato non preferisco nulla può, cioè, significare sia:  “mi va bene una cosa qualsiasi, indifferentemente”; sia come  un’adesione totalizzante e onnivalente all’invito del barman del tipo:  “desidero tutto ciò che puoi offrirmi, senza alcuna preferenza”.


Se, al contrario,  come suggerisce la consueta interpretazione pragmatica della frase a partire dal suo contesto, cerchiamo di risalire all’intenzione del parlante, la formula equivale semplicemente ad un garbato rifiuto: “preferisco non prendere nulla”. Immaginiamo ora di generalizzare l’involontario sofisma contenuto nella risposta del mio amico nelle diverse situazioni di vita, in analogia con quanto accade nella vicenda del singolare scrivano di Melville.  Sviluppando sul piano logico-semantico l’implicito assunto estraibile dalla negazione di ogni opzione – “non preferisco  nulla” – la negazione associata al verbo preferire  rischia di diventare ‘espletiva’ o pleonastica.

È questo il caso delle frasi negative che hanno un’interpretazione semantica equivalente a quella delle frasi corrispondenti senza negazione. Esempi paradigmatici sono le frasi comparative come  «non mi piace mangiare più di quanto non sia necessario (a nutrirmi)»;  o  alcune subordinate temporali come «Non partirò di qui fino a che non mi raggiungerai» ecc. Per quanto ci si sforzi di evitare le vertigini dell’aporia del nulla e della negazione, che da Platone a Severino hanno ammaliato la metafisica occidentale,  la frase “non preferisco nulla (piuttosto che qualcosa)”, sembra appartenere alla stessa famiglia di frasi derivabili  dall’enunciato nichilistico: “preferisco il nulla, piuttosto che qualcosa”.

Ma in quest’ultima, drastica formulazione-limite, la frase dell’amico trasformerebbe l’invito, a cui risponde declinandolo, in un’ingiunzione perentoria a cui essa si sottrae con un eccesso di  radicalità. La riluttante elusione di un’anodina richiesta si trasformerebbe nel gesto estremo di rivolta  al dispotismo dell’imperativo. La formula di Bartleby ne risulta capovolta e, insieme, integrata in un rapporto di reciprocità:   “avrei preferenza di non farlo” si rovescia e, insieme, si reitera  in “preferirei non preferire alcunché…”.

Se Bartleby  esibisce, nel racconto di Melville, l’irriducibile facoltà di declinare un comando in un invito che, come tale, si tiene in equilibrio nell’ambito del puramente possibile, essendo perciò sempre rifiutabile,  il rifiuto opposto nella formula dell’amico sembra in grado di (fra)intendere l’invito come un comando perentorio. E, al tempo stesso, resiste ad esso pur accogliendolo come irreparabile.

Perciò,  nel “preferire di non-preferire”  Bartleby e l’amico si completano e si interpretano  reciprocamente. Lo scrivano – che non cessa di scrivere nell’atto stesso in cui preferisce non farlo – si unisce così in amicizia con l’abissale desiderio di una forma di vita che preservi  l’impossibile libertà di “rimanere in giacenza”, di non destinarsi in un ordine di cose definito, rinunciando altresì alle lusinghe di una salvifica evasione.




Parole chiave: herman melville bartleby filosofia esistenzialismo

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Claudio Tricoli
mi piace tanto la giovanile espressione: anche no.......
il 25 Novembre 2013

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