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Troppi tori, caro Ernest



Di Matteo Nucci



Ernest Hemingway detestava i critici. Come chiunque faccia qualcosa in cui crede, amava essere letto e apprezzato ma le interpretazioni, e soprattutto le sovrainterpretazioni di quanto scriveva, lo portavano all’ira e alla repulsione più drastiche. Racconta Fernanda Pivano, che fu molto amica di Hemingway, della collera con cui Hemingway reagì dopo averla sentita usare il termine ‘metafisica’ per definire una qualche tensione presente nei propri romanzi. O per essere più chiari sull’atteggiamento dello scrittore si può citare una famosa intervista di George Plimpton riportata nell’edizione Einaudi di  Quarantanove racconti. Qui l’autore chiede a Hemingway qualcosa circa il valore simbolico dei personaggi di Fiesta accostandoli agli elementi di una corrida. Bene, Plimpton chiede a Hemingway se la tesi di un certo critico sia giusta: “La tesi del redattore è più complessa, ma quel che lui si chiede è se era sua intenzione dare al romanzo la struttura del rituale tragico della corrida”. E Hemingway risponde con pochissime parole:
 
  «Mi pare che questo redattore sia un po’ coglione».

  Tutto questo per dire che mentre inizio a parlare di Hemingway e della corrida quello che non bisogna aspettarsi è una spiegazione complessa e tortuosa, una spiegazione metaforica o simbolica, un tentativo di sovrainterpretare. Questo avrebbe fatto male a ‘Papa’ Hemingway e io credo davvero che farebbe male anche a noi, dunque evitiamolo. Peraltro c’è una cosa che ripeteva spesso Hemingway parlando di arte: l’artista lascia un’opera e muore. Se quest’opera e questa riflessione hanno qualche significato per chi viene dopo, esse entreranno in un nuovo bagaglio per essere riplasmate. Avranno frutti postumi duraturi. Facciamo fruttare allora quelle brevi, secche, veloci riflessioni che Hemingway ha lasciato sulla propria scrittura. Innanzitutto che bisogna scrivere di cose semplici eppoi che bisogna scrivere solo di ciò che si vede e di ciò che si conosce, senza cercare di creare personaggi ma cercando solo di restituire le persone, cioè senza pensare a quel che dovrebbero provare, ma dicendo solo quel che sicuramente provano. Ecco. Questo deve essere il ‘paradigma ermeneutico’ – tanto per usare parole già un po’ ‘complicate’. Mi sembra interessante peraltro che questo paradigma possa essere tratto soprattutto dall’opera che sarà al centro delle mie riflessioni, ovvero quello che viene considerato un ‘manuale’ sulle corride e che è anche un po’ ‘manuale’ di scrittura, intitolato  Morte nel pomeriggio.

  Parlerò di corride, infatti. E il primo punto da risolvere è capire il motivo per cui sia interessante parlarne. Qui la risposta è semplicissima. Davvero salta agli occhi. Hemingway scrisse sempre di corride. Dall’inizio alla fine della propria attività di scrittura, dai tempi in cui ancora era un semplice giornalista inviato a Parigi, fino a quando, malato, depresso, stanco, deluso, non riusciva più nella sua celebre arte del tagliare quanto scriveva e invece di buttar giù un breve articolo per ‘Life’ sulle corride spagnole dell’estate 1959, si perse in lunghissime analisi della sfida fra due grandi toreri che aveva seguito con l’ultimo entusiasmo (dalle 10000 parole richieste, Hemingway arrivò a scriverne 120000 – tagliate poi, soprattutto dai curatori, fino alle 50000 del libro). Una studiosa italiana, una critica letteraria che a Hemingway sarebbe molto piaciuta perché leggeva cose complesse con occhi semplici per scriverne nella maniera più facile possibile, una donna che si è dedicata alla letteratura russa, Laura Boschian, quando parlava di Hemingway, per spiegare il motivo per cui non ne fosse proprio completamente sedotta, ripeteva: “troppi tori, troppi tori”. Effettivamente è incredibile quanto la corrida abbia rappresentato il luogo  par excellence per Hemingway, probabilmente anche più della caccia o della guerra. Nei primi articoli del giovane inviato, nel primo indimenticabile, inarrivabile romanzo  Fiesta, in moltissimi degli straordinari racconti (come  L’invitto,  Storia banale,  La madre di una checca,  La capitale del mondo), in  Per chi suona la campana, ovviamente in  Morte nel Pomeriggio, fino appunto al postumo  Un’estate pericolosa, pubblicato con tagli operati da sua moglie e dal suo più vicino ultimo amico Hotchner, l’autore di una delle più belle e più dramatiche biografie di Hemingway. Insomma, la corrida, i toreri, i tori, sono ovunque in Hemingway dal 1922 al 1960. Per questo, riflettendo sul grande scrittore, è necessario parlarne. Il problema più importante però è certamente un altro. Ossia, perché le corride, i matadores, i tori e l’arena rappresentano per Hemingway il luogo.

  È a questa domanda che bisogna cercare di rispondere nel modo più semplice possibile evitando di lasciarsi sedurre da strane operazioni di analisi psicologica o sociologica, morale o linguistica e men che meno metaforica o metafisica. Il modo per evitare tutte queste vie tortuose, che paiono spesso all’uomo come scorciatoie, sta lì sotto gli occhi di tutti, in realtà. Sta in quanto Hemingway stesso ha scritto. E una prima risposta, molto divertente, potrebbe già darla il primo articolo dedicato alla corrida da un giovanissimo Hemingway insieme al suo primo romanzo  Fiesta.




Uncommons ringrazia la rivista  Chaos e Kosmos e l’Autore per aver concesso la ripubblicazione dell’articolo.

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Parole chiave: letteratura corrida hemingway

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Paolo (utente non registrato)
Uno stimolo a ripartire da dove tutto è iniziato, per me: "Morte nel pomeriggio".
Un abbraccio
il 6 Novembre 2011

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