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Uomini comuni e no



di Michele Marsonet







Per molti è difficile accettare alcuni stereotipi tipici della nostra epoca. Nomino – e faccio solo due esempi tra i molti possibili – il rifiuto del concetto di “eroismo” e la credenza ampiamente diffusa che gli esseri umani siano tutti uguali. Si pensi al fenomeno della Cavalleria medievale, ai motivi del fascino che tuttora continua a esercitare, all’esistenza di modi di pensare, di interi schemi concettuali a essa legati.
 
Questi elementi non si ritrovano in testi storici, ma altrove. In sommo grado nel ciclo arturiano, miscuglio di esaltazione della Cavalleria cristiana da un lato, e di miti e leggende celtici e nordici dall’altro. Campo d’indagine dei filologi romanzi e degli studiosi del mito, più che degli storici di professione. Ma anche terreno di caccia di tanti poeti e visionari che credono nell’esistenza reale di un gruppo di nobili Cavalieri riuniti intorno a Re Artù e alla Tavola Rotonda.


La Cavalleria è un fenomeno di élite: in quanto tale, adottava una dottrina di élite e uno stile di vita élitario. Non tutti possono diventare Cavalieri. Occorre superare delle prove, sottoporsi a un’iniziazione difficile e dolorosa e, soprattutto, dimostrare che non si è uomini comuni.



Davvero curiosa questa situazione. Sappiamo molto degli Ordini Cavallereschi, anche se non tutto. Eppure, chi voglia cogliere lo spirito della Cavalleria nella sua forma più pura deve cercarlo nelle storie di un Re e di un gruppo di Cavalieri di cui non è accertata l’esistenza storica. Strano destino, ma non troppo. Gli Ordini Cavallereschi erano formati da uomini in carne e ossa, con tutti i difetti del caso. Ma la Cavalleria è più una dimensione dello spirito che un elemento della realtà empirica. Più una visione del mondo che qualcosa di concretamente esistente.
 
Il tema eterno è la lotta tra il Bene e il Male, e non è affatto facile separare i due domini. Essi, anzi, s’intersecano vicendevolmente, impedendo di tracciare distinzioni molto nette. Come proferire un giudizio nei confronti di combattenti che sono sì guerrieri, ma dei guerrieri “spirituali”? Lo si sospende, il giudizio, nell’incapacità di valutarli come infami o generosi, sublimi o criminali. Talora i due attributi si combinano, e proprio allora l’attenzione è calamitata al massimo.
 
Attrae sempre, in questi casi, non il mero esercizio della forza, ma la coniugazione di questa con lo spirito. Compare, nelle saghe, nei romanzi, nei film, una sorta di ideologia che esorta alla lotta e la nobilita fecondandola con elementi spirituali. La lotta si sposta su un piano più elevato, sublime.

Nella storia abbiamo veramente alcuni gruppi che si sono prefissi tale compito, in Occidente e in Oriente. Gli Ordini Cavallereschi sono un chiaro esempio occidentale di questo clima spirituale, come i Samurai in Oriente. E, per quanto sia pericoloso oggi un simile accostamento, i richiami islamici alla guerra santa che combatte la modernizzazione auspicando il ritorno a una società ispirata da principi strettamente religiosi, dovrebbe richiamare alla memoria di noi occidentali elementi importanti della nostra storia passata. Attenti, quindi, a tranciare giudizi troppo netti.
 
Leggendo le cronache arabe delle Crociate, troviamo descrizioni dei Crociati che ricalcano quelle che noi oggi diamo dei combattenti islamici. I Crociati venivano visti come “barbari”, uomini rozzi, incolti e violenti, che volevano occupare con la forza territori non loro. Può essere difficile per noi “digerire” questo fatto, ma le cose stanno proprio così.
 
Quasi sempre la guerra santa è strettamente collegata a quelli che possiamo definire “guerrieri dello spirito”. In Occidente, a partire dalla grande rivoluzione scientifica di Galileo e di Newton, e poi dall’Illuminismo sul piano filosofico, la si trovò superflua e anacronistica, con il diffondersi del relativismo religioso. E ora consideriamo primitive o arretrate civiltà, come quella islamica, che vi insistono ancora.
 
Sembrano legate al passato, ma solo perché l’uomo occidentale oggi ha paura di un simile connubio. Eppure sentiamo che dietro il concetto di guerra santa si celano forze quasi sovrannaturali, tutt’altro che defunte in Occidente, dove si limitano a sonnecchiare. Esse sono in realtà ben vive, e attendono la fine del razionalismo per riprendere l’antico vigore.
 
Qualcuno ha parlato di “ideologia” della Crociata. Ebbene, si tratta di un’espressione appropriata. L’ideologia crociata ha il suo fondamento nell’abitudine dei pellegrinaggi e nella pratica della guerra santa, entrambe sviluppate all’interno di un mondo culturalmente unito. Trae forza dall’accordo delle sue pulsioni con credenze antiche ma ancora vive (attitudini di fronte alla natura, il meraviglioso etc.), e da una profonda convinzione religiosa.
 
Torniamo dunque all’accezione “idealizzata” della Cavalleria. Il mondo arturiano è rappresentato, essenzialmente, come una società di Cavalieri. Uniti da una solidarietà materiale e spirituale intorno al Re, costituiscono una sorta di ordine militare. Il loro itinerario esistenziale si articola sul tracciato delle partenze e dei ritorni in rapporto a un centro, la corte reale.
 
Se si leggono alcuni celebri romanzi, tra i quali il più famoso è Ivanhoe di Walter Scott, troveremo, accanto ai Cavalieri normali, anche la figura del monaco-guerriero. Quasi sempre – e non certo a caso – si tratta di un Templare, che partecipa ai tornei e viene temuto per la sua maestria nell’uso del cavallo e delle armi. Un Templare di questo tipo figura proprio in Ivanhoe, connotato però in senso negativo: sta con i “cattivi”. L’esercizio della Cavalleria si compone di elementi di varia provenienza, laici e religiosi.
 
Nel ciclo arturiano, Galaad è il Cavaliere da tutti atteso, l’Eletto, il novello Messia destinato a dare compimento a quell’avventura del Graal preconizzata fin dai tempi di Giuseppe di Arimatea. In Galaad si configura il Cavaliere Celeste, che è al contempo monaco e soldato, difeso da un doppio usbergo di fede e di ferro, eletto da Dio, casto e moralmente integro.
 
Tale è Galaad, personaggio senza chiaroscuri, alieno da esitazioni e debolezze. Proteso a perseguire la missione riservatagli dall’alto, bello nel corpo, candido nell’anima, saldo nel braccio. Del tutto diversa la figura del più famoso Lancillotto del Lago. Cavaliere supremo, il migliore di tutti, che tuttavia non può aspirare a raggiungere il Graal perché schiavo delle passioni terrene e, soprattutto, della carne.
 
La tradizione vuole che il Graal, una volta ritrovato e svelato il suo segreto, venga tratto in cielo da una mano da lì protesa. Forse un giorno tornerà a essere visto sulla terra. E Merlino istituisce la Tavola Rotonda al fine di formare una rinnovata cavalleria cristiana. Profetizza i misteri del Graal. Merlino è il profeta dell’avventura suprema, il demiurgo storico della nuova Cavalleria, di cui regge le fila in virtù della sua preveggenza. A queste doti è subalterna la sua sapienza magica, al servizio delle benefiche imprese dei cavalieri.
 
E’ utile riflettere sul fatto che Merlino è una sorta di archetipo. E’ il modello cui si rifanno, in misura più o meno fedele, il Gandalf del ciclo di Tolkien, Il Signore degli Anelli, e il druido Allanon, mistico, storico e filosofo, grande protagonista dell’epopea di Brooks, La spada di Shannara. Ma elementi di Merlino si ritrovano anche in Yoda, il Maestro Jedi del ciclo di Guerre Stellari. E non è affatto strano, se ripensiamo a quanto detto in precedenza.
 
I Cavalieri Jedi del ciclo di George Lucas altro non sono che una rivisitazione, tecnologicamente aggiornata, dei Cavalieri medievali, e soprattutto di quelli inquadrati negli Ordini Cavallereschi. Proprio come loro rappresentano un ordine chiuso, al quale si accede solo dopo un durissimo noviziato di ordine sia spirituale che guerresco. In tutti questi casi, associato al druido che domina le forze della magia, troviamo la figura del Cavaliere buono che lotta per il Bene, e del Cavaliere malvagio che sta dalla parte del Male. Entrambi, se vogliamo, “guerrieri dello spirito”.
 
La Tavola Rotonda è il simbolo di una società cavalleresca perfetta, contraddistinta da forza guerriera e cortesia sempre al servizio di chiunque patisca ingiustizie. Essa diventa il simbolo della militanza secolare della Cavalleria di Dio, complemento dell’attività contemplativa associata al Graal. Artù è d’altro canto “the once and future king”, il Re passato e futuro, il Re che è stato e che sarà sempre, il Re destinato a ritornare.
 
Abbiamo Avalon come isola paradisiaca, dove i campi danno grano e gli alberi frutti senza bisogno di alcuna cura. Ecco infine l’interesse crescente per i Templari, per la loro ricerca del tesoro del Tempio di Salomone. Ad alcuni Ordini Cavallereschi che sarebbero sopravissuti sino ai giorni nostri, viene attribuito un piano volto al dominio del mondo. Di qui la costante associazione con organizzazioni esoteriche di vario tipo.
 
Concludo notando che la Cavalleria è un fenomeno di élite: in quanto tale, adottava una dottrina di élite e uno stile di vita élitario. Non tutti possono diventare Cavalieri. Occorre superare delle prove, sottoporsi a un’iniziazione difficile e dolorosa e, soprattutto, dimostrare che non si è uomini comuni. Si tratta insomma di un fenomeno in controtendenza rispetto alle idee prevalenti nelle contemporanee società occidentali. Il persistente successo del genere Fantasy è la riprova che l’ammirazione per l’eroismo individuale è tutt’altro che finita.

Parole chiave: templari ordini cavallereschi graal merlino re artù

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Claudio (utente non registrato)
GRAZIE
davvero un bel saggio!
può essere utile .....Zimmer, il re e il cadavere

Grazie di nuovo!
il 2 Agosto 2013

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