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Ammassati, seppelliti in casa



di Francesco Panaro Matarrese






Destinato
a veder l'illuminato,
non la luce.

Goethe, Pandora 






Quando gli agenti di polizia sfondarono le porte il 21 marzo del 1947 per entrare in quella grande casa della ricca borghesia newyorkese di fronte a Central park, si accorsero che anche i ciclopici pavimenti erano ceduti sotto il peso degli innumerevoli oggetti accatastati. Langley e Homer Collyer avevano deciso di non attraversare più la soglia per uscire di casa, nel frattempo avevano portato il mondo dentro. Nell’immensa sala da pranzo erano stati posti tutti i pezzi, nessuno escluso, di un’automobile del modello “T Ford”, più in là c’erano quattordici pianoforti. E poi, decine e decine di cassette di bottiglie del latte, una ventina di passeggini per bambini, frigoriferi, tubi idraulici, pneumatici per automobili, giocattoli, sedie sdraio, barili di birra, una quantità imprecisata di sci di legno, pentole a pressione, lampade nautiche e da casa, fioriere, pantaloni grigioverde, cartuccere, manichini di sartoria, tute di lavoro, borracce e gavette, binocoli, bauli, valige e orologi a pendolo. Copie su copie, tomi su tomi, ma proprio tanti libri e giornali, riviste, tutta roba che sarebbe diventata, secondo Langley, buona compagna di Homer la volta in cui avrebbe riacquistato la vista.

Homer, nato nel 1881, era il più vecchio dei due fratelli, musicista che con l’avanzare dell’età divenne prima sordo poi cieco. Langley, del 1886, era tornato dalla Grande guerra semifolle, con i polmoni malati, rovinati dall’uso dei gas. La sua repulsione per l’umanità la curò chiudendosi in casa. Niente male fino a quando c’era uno stuolo di servitù per badare a tutto, ma quando quest’ultima venne meno e delle faccende domestiche iniziò ad incaricarsene lui, la vita fra quelle mura si complicò. Negli Stati Uniti i due fratelli dettero il nome alla malattia «Collyer brothers sindrome» qualcosa che ha a che fare con la “disposofia”, un termine superficiale per catalogare il rifiuto patologico di non disfarsi di quello che si ha. Ma non è la “malattia” dell’avido personaggio letterario di Verga, Mazzarò, «…roba mia, vientene con me!», il grido di disperazione rivolto alle proprietà accumulate durante tutta la vita di seguirlo sottoterra quando viene a sapere che dovrà morire. No, non è quel vizio.

Il genere umano fin dai primordi ha provato a riempire gli spazi dei luoghi che ha occupato per allontanare le paure originarie, per tranquillizzarsi, per dare un senso di rassicurazione alla propria esistenza. È quasi una conferenza heideggeriana: dietro la superficie di un oggetto, di una costruzione, sembra che sia racchiuso, oltre al senso pratico dell’uso, anche un compagno, un alleato contro l’ignoto. Più oggetti popolano la mente e lo spazio, più tranquillità per chi li possiede. Una volta invecchiati, diventati inservibili, disfarsi di questi amici può diventare difficile. Quasi impossibile. Come avviene con gli animali domestici nei quali spesso si scorge un senso umano che provoca dolore al momento del distacco. Quegli oggetti calmavano le inquietudini dei due fratelli oppure era l’assenza di pensiero che veniva riempita da quegli esseri inanimati?

Per anni nessuno era entrato in quella casa. Il telefono, il gas e la luce erano stati tagliati. I due fratelli, sistemati i debiti con la banca, bloccarono la porta d’ingresso e inchiodarono con assi di legno le finestre. Per liberare la casa delle cento tonnellate di mobili, oggetti e libri ammassati ci vollero oltre due settimane di lavoro. Negli strettissimi camminamenti fra i mobili impilati gli uni sugli altri vi erano piccole e pericolose trappole per sconsigliare il passaggio agli eventuali e improbabili ospiti intrusi. I poliziotti quella mattina del 21 marzo facendosi strada cautamente in quel dedalo denso di segni totemici arrivarono alle parti più estreme della house. Lì trovarono il corpo di Holmer privo di vita, probabilmente morto d’inedia. E poco più avanti, intrappolato in un suo meccanismo mortale che invece avrebbe dovuto fermare gli ospiti indesiderati, il corpo di Langley. I suoi oggetti avevano preso il sopravvento.




Parole chiave: francesco panaro matarrese filosofia oggetti new york

COMMENTI

Sono presenti 6 commenti per questo articolo

Marina (utente non registrato)
C'erano tante storie in quegli oggetti, come nella casa di mia nonna, che mia madre disprezzava come una clochard, ma a me piaceva esplorarla , tirar fuopri un'oggetto e fermi raccontare la storia. Qlualcosa ho salvato dalla devastazione della governante svizzera (mia madre) vecchie foto, cartoline i cacciavitini in ottone da orologiaio del nonno, l' enciclopedia dei ragazzi degli anni 30 , tutti i libri. Certo io sono più selettiva, ma da certe storie non mi staccherei mai.
il 5 Febbraio 2011

Eli Mcbett
prendo atto di questa storia e la useró se posso come materiale duttile sto mettendo in scena una cosa... Da molto lavoro sugli oggetti e il portar dietro le cose, oltre che all'accumularle. Peró proprio recentemente mi e stato presentato un caso simile a quello di cui parli tu. Un amico americano (che sia un fenomeno americano - degenerazione Wellsiana?) bussa alla mia porta e mi racconta la sua tragedia: gli hanno fatto un'ingiunzione sulla sua casa in campagna nel West dell'isola. Lui é costretto a muovere i DIECI containers che ha nel terreno perché risultano un aumento del fabbricato ma questi sono PIENI DI OGGETTI che oggetti? dico io non si capisce, pianoforti quadri, libri, frigoriferi e mondezza varia libri ... accumulati dalle numerose case georgiane che anni fa cadevano a pezzi senza che nessuno avesse un piano di ricostruzione e di cui lui si faceva in qualche modo guardiano (o chissá) dice che c'era un momento che aveva sotto controllo sessanta case abbandonate nel centro di Dublino Oggi é ancora piú disperato perché la forte pioggia ha addirittura fatto crollare il tetto della casa e tutti gli oggetti dentro la casa sono sommersi dall'acqua... siccome il suo camion é rotto non sa come fare ma non si capisce perché non possa ripararlo...
il 5 Febbraio 2011

Annamaria Di Ciommo
Sono affetta dalla «Collyer brothers sindrome» :(((   BBBBBbbbbbbbbbbbbBBBBBBBrrrrrrrrr detto così fa venire i brividi. Non sono arrivata a collezionare pezzi d'auto però non riesco a separarmi facilmente dagli oggetti. Sono riuscita a trovare dei difensori :))  Pirandello  "Il fu Mattia Pascal": " Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini che esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a se. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso....ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo ed irraggiandolo di immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi."  Perciò il tegamino in cui mia nonna preparava lo sciroppo di zucchero per i liquori fatti in casa è ancora nella mia cucina, nonostante abbia perso un bel pezzo di smalto che lo rende inadatto alla sua funzione originaria. L'ho trasformato nel mio porta bustine di lievito. Tutte le volte che sollevo il coperchio per prendere una bustina non sento l'odore di vaniglia, ma il profumo di zucchero e vedo le manone di mia nonna che mescolano con dolcezza.  Insomma cercherò di non far crollare il pavimento della mia casa ma sindrome o no per me un oggetto non "è solo un oggetto",
l'8 Febbraio 2011

Annamaria Di Ciommo
segue perchè :“trattiene una scintilla di quell’amore, di quel piacere,che ha dato al proprietario che li ha amati e tenuti come cari”.(Lorenza Foschini " IL cappotto di Proust") //////////////////////////////////////////////////////////////// C'è un problema nel post pubblicato non ho visto tutte quelle bBb, ma c'era la frase finale. Ho sbagliato, ma cosa? :))))
l'8 Febbraio 2011

Elisabetta Renier (utente non registrato)
io ho la sindrome opposta....... da brava nomade, qual sono, non voglio possedere quasi niente.............. se ti viene a mancare qualcosa non piangi e non ti disperi........... il Mondo è pieno di cose belle e domani ne troverò senz'altro un'altra.............
il 9 Febbraio 2011

Mcbett (utente non registrato)
Essere nomadi e accumulatori é la cosa piú impegnativa del mondo, stai sempre a spostare scatole o a portare pacchi e pacchetti, buste, valigie, trolleys, furgoncini, carrelli, zaini... sempre qualche sasso, una carta di caramella scartata al parco, l'etichetta della frutta sciroppata, matite, quaderni, bigliettini, conchiglie, tappi di plastica, piantine, cd's pezzi di vetro, oggetti brillanti trovati per strada, chiavi,, pezzi di legno, la gatta, il cane, la cuccia del cane, l'acqua per il gatto specchi cornici senza vetro, i mobili degli amici che lasciano il paese, le piante degli amici che se ne vanno, cacciaviti, calamite, punte del trapano e viti,lacci delle scarpe, calzini spaiati, pianoforti, colla, bacinelle e secchi, coperte, pietre, i colori delle amiche che hanno lasciato l paese, i colori di mio nonno... ogni tanto una catastrofe e qualcosa fa perduto. Ogni tanto un intero bottino viene depositato da qualche parte e ritrovato dopo vent'anni o mai piú ripreso... molte di queste cose vengono ancora conservate nel mio studio...
il 23 Maggio 2011

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