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Analfabeti laureati

Intervista con Goffredo Fofi



di Simonetta Fiori

Illustrazione di Franco Matticchio

Illustrazione di Franco Matticchio

Lei è sempre stato un irrequieto, anche nell’ambito delle riviste.
«La veste culturale a un certo punto mi stava stretta, e avevo bisogno di un aggancio nel sociale. Però negli anni Sessanta questo impegno era rappresentato dalla politica. Venivo dall’esperienza con Danilo Dolci, mi ero formato con Calogero e Capitini, e mi ritrovai nella Torino operaia dei Quaderni Rossi».
 
È vero che la componente operaista la guardava con sospetto?
«No, solo con ironia. I primi tempi ero ancora vegetariano, e questo suscitava grande ilarità. Per colpa loro sono diventato carnivoro. Qualcuno mi ribattezzò il francescano dei Quaderni rossi solo perché indossavo i sandali».
 
All’epoca fu censurato da Einaudi.
«Sì, non mi pubblicarono il rapporto sulla immigrazione a Torino. Non so se ci sia stata pressione della Fiat, ma forse si trattò solo di autocensura. Il libro servì per una battaglia interna. E definitivo risultò il voto contrario del nazistalinista Delio Cantimori. Mi vide come un eretico pericoloso. E lui di eretici si intendeva magnificamente ».
 
Più o meno negli stessi anni cominciarono a uscire i Quaderni Piacentini.
«Era una rivista totalmente diversa, fatta da intellettuali tradizionali. Nessuno di noi era marxista. Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi ed io venivamo da storie diverse, con attenzione a orizzonti nuovi come la psichiatria di Basaglia. E a tutto quello che si muoveva in quegli anni».
 
Però anche là lasciò.
«Facevo già un’altra rivistina torinese, Ombre rosse, che sull’onda del Sessantotto divenne un foglio di intervento politico. I Piacentini se ne stavano da parte e criticavano il movimento. Io preferivo starci dentro».
 
Ma è vero che i leader del movimento erano piuttosto rozzi, solo western e kung fu?
«Sì, andavano pazzi per Bruce Lee. E se costretti ai film impegnati, sbadigliavano come elefanti. È anche comprensibile: dopo dodici ore di militanza non avevano voglia di rompersi il cervello con Angelopulos».
 
Questo però spiega anche perché il Sessantotto sul piano culturale alto non abbia lasciato grandi opere.
«È vera una cosa: che quella generazione non scrisse, non cantò, non fece poesia. Per dieci anni fece solo politica. Però i vecchi hanno continuato a scrivere. E hanno scritto cose in cui senti il peso del Sessantotto. Lo senti nella Morante. Lo senti in Moravia e in Sciascia. Lo senti in Calvino ».
 
Sia in Ombre rosse che nel successivo Linea d’Ombra volle circondarsi di un gruppetto di giovani.
«Sì, ricordo Sinibaldi, Lerner, Manconi, Mereghetti. Più tardi Piersanti, Corrias, Lolli. Ah, dimenticavo il non simpatico van Straten: non tutti gli “allievi” vengono bene, anche se mi viene difficile considerarli tali».

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Parole chiave: goffredo fofi

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