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Analfabeti laureati

Intervista con Goffredo Fofi



di Simonetta Fiori

Illustrazione di Franco Matticchio

Illustrazione di Franco Matticchio

Lei è un pedagogo, e ha mantenuto questa veste.
«Ma ci possono essere stili diversi: gli educatori che vogliono seguaci, come Dolci e don Milani. E quelli che spingono le persone a diventare autonome, come Capitini e Panzieri. Io mi sento più vicino a loro. E ho imparato a non scandalizzarmi troppo se uno piglia una strada diversa ».
 
A chi pensa?
«Baricco era un eccellente critico musicale, cominciò a scrivere di musica su Linea d’Ombra. Poi però s’è distratto, seguendo rotte che non mi interessano. Ma se oggi incontro Sandro, lo abbraccio e lo considero un ex compagno di strada».
 
Su Linea d’Ombra scopriste Rushdie.
«E poi Yehoshua e la Desai, Coetzee e Naipaul, addirittura Mahfuz. Nel decennio più stupido della storia italiana, il mondo cambiava. E noi siamo stati tra i pochi ad accorgercene. Allora
Rushdie era straordinario, non il superdivo di oggi che va scrivendo pessimi romanzi sui vip».
 
Anche da quella rivista se ne andò.
«Alla fine degli anni Ottanta la storia si rimetteva in movimento, ma non tutti in redazione erano disposti a mettersi in gioco. Io mi divertivo di più a fare La terra vista dalla luna, la rubrica di Linea d’Ombra che diventerà rivista. Molto spesso nascono le une dalle altre, frutto di una germinazione interna. Tre anni fa, da Lo Straniero è scaturita Gli asini, una rivista di educazione e di intervento sociale che ritengo molto preziosa».
 
Ma questa delle riviste è un’ossessione, una malattia, cos’è?
«No, malattia no, perché ne posso fare a meno. È un modo di fare politica per uno che non sa fare politica. Un rifornimento di energia. Nei primi Novanta andavo spesso a Palermo e a Napoli, ero autonomo economicamente anche grazie a una rubrica su Panorama».
 
Sì, l’editore era Berlusconi e Grazia Cherchi non gradì.
«Moralismi del cavolo».
 
Proprio lei non lo può dire.
«Da che mondo è mondo, chi non ha potere né beni vende la propria forza lavoro a chi gliela paga. Così replicai a Beniamino Placido che mi accusò di predicare bene e razzolare male. Uscì un mio articolo sull’Unità che fece scalpore: per la prima volta nel titolo compariva la parola “culo”. L’anima e il culo».
 
Ma perché ruppe con Grazia Cherchi?
«Per anni è stata la mia migliore amica. Io arrivavo nella redazione di Linea d’Ombra alle sette. E alle sette un quarto implacabile arrivava la sua telefonata. Un rapporto molto intenso. Però poi anche lei ha creduto troppo nel suo ruolo. Era quella che doveva fare la madrina dei giovani scrittori, e poi ha fatto da madrina a personaggi orrendi. Litigammo sì, ma come si fa tra amici che si vogliono bene».
 
Nuove riviste all’orizzonte?
«No, per ora c’è solo lo Straniero, che continuo a fare grazie ad Alessandro Leogrande e Anna Branchi. È facile essere stati bravi una volta da giovani. Più difficile continuare a esserlo tutta la vita».
(La Repubblica, 17 dicembre 2012)

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Parole chiave: goffredo fofi

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