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Boschi silenti e sonnolenti



Di Penelope Doria








C’è stata un po’ di pioggia e forse per questo si avverte subito l’odore dei maiali che si muovono a fatica nelle loro strette dimore, una accanto all’altra, vicinissime al casolare dove ci aspettano per il pranzo. È una costruzione approssimativa, come tutte le altre che punteggiano la campagna da queste parti. La vedi immersa in un incredibile disordine di oggetti in disuso, macchinari agricoli più o meno funzionanti, pezzi di automobili allo sfascio, cassette di legno per raccogliere la frutta e le verdure di un piccolo orto, rami secchi e tronchetti per tenere vivo il fuoco di un caminetto che occupa l’angolo più ampio della stanza, altrettanto confusionaria, adibita alle riunioni con amici e familiari. Sopra un treppiede di ferro c’è una grande pentola di terracotta, colma di un sugo rosso come i tizzoni ardenti che lo fanno sobbollire e profumato di peperoncino, ingrediente essenziale ad ogni pietanza locale. Mi sfiora un vago senso di sconcerto ma, costeggiando un enorme tavolo ricavato dall’assemblaggio di altri tre di forma diversa e ciascuno coperto da diversa tovaglia, non risparmio apprezzamenti e manifestazioni di appetito, che cerco di contenere nei limiti di una qualche credibilità.

«Sedetevi» – mi dice, offrendomi una sedia di plastica bianca, una donna piccola e grassottella che potrebbe essere la padrona di casa e che comunque saluto prontamente con disinvolta cordialità, cercando di non far trapelare i miei dubbi, certa di risolverli di lì a poco con la mia tecnica ormai consolidata, cioè lanciando qui e là qualche domandina camuffata da battute su fatti o persone presumibilmente legate al contesto. C’è solo da scegliere l’attacco: parto da quella ragazzina appoggiata allo stipite della porta, che ho visto altre volte ma di cui non riesco a ricordare il nome né so di chi sia figlia o nipote (e già, perché qui non sei mai il signor X, la signora o la signorina Y, ma sei sempre il figlio, la figlia, la nipote, la sorella, il fratello o altro ancora del signor Z o della signora K…) e man mano raggiungo l’informazione del caso? Oppure parto da quel paio di persone di cui conosco senz’altro l’identità? Il gioco è divertente, ma non si può rischiare troppo: se qualcuno lo scopre certamente se ne dispiace e l’ultima cosa che desidero è mancare di rispetto a chicchessia. Ma di solito me la cavo egregiamente e anche questa volta, dopo certi discorsetti strategici, inquadro almeno un terzo delle donne e degli uomini che sono nella stanza, compresa la padrona di casa.

Intanto ho già lasciato gentilmente cadere l’invito a sedermi, dato che prevedo di dover occupare la sedia che mi hanno offerto piuttosto a lungo, stando ai tempi usuali di questo genere di pranzi, che però ho frequentato solo un paio di volte in vita mia, e mi avvio all’esterno con la scusa di voler dare un’occhiata all’orto e ai maiali. Mi accompagna Michele, il padrone di casa, che lamenta la cattiva riuscita di una piccola piantagione di cavoli, in verità tutti seccati dalle gelate della settimana precedente. È sorpreso della disinvoltura con cui mi accosto ai recinti dei maiali, chiedendo informazioni sul peso di questo e di quell’altro, sulle relazioni di parentela – «qual è la mamma di quello laggiù in fondo?» –,  sui tempi di macellazione. Grugniscono tutti disperatamente, mi pare, anzi emettono una sorta di urlo straziante. Hanno forse intuito il senso della mia ultima domanda? Il fatto è che quei rumori mi riportano all’infanzia, alla curiosità e alla desolata compassione da cui ero contemporaneamente presa durante quel vero e proprio rito sacrificale che ogni anno, verso il carnevale, si svolgeva in un angolo del grande giardino della mia casa paterna.

Non si usava ancora, a quel tempo, uccidere i maiali con un colpo secco di pistola come fanno adesso da queste parti… C’era invece un grosso coltello nelle mani forti di un uomo che, solitamente, era un contadino esperto nella macellazione degli animali commestibili, non un vero e proprio macellaio. Del resto di macellai professionisti, per così dire, ce n’era, allora, solo uno in paese e, di norma, non si occupava di maiali, ma di ben più pregiate bestie: vitelli, vitelloni e vacche grasse. Il povero maiale era roba da quattro e quattr’otto, bastava legarlo e tenerlo un po’ a bada, poi una coltellata ben assestata sul collo e festa finita.
Che si trattasse di una festa, ne erano tutti convinti: le donne, che avevano preparato la grande caldaia di rame da cui attingere l’acqua bollente per scorticarlo, pensando alle porzioni che avrebbero ottenuto come ulteriore ricompensa del loro lavoro, da condividere con i mariti e i figli; gli uomini che si erano divisi i compiti del trasporto della bestia e dei materiali per eseguirne l’uccisione e metterlo nella giusta posizione per sezionarlo, ciascuno impegnato ad ostentare la propria virile potenza oltre che proteso all’imminente goduria di tanto succulenti bocconi di carne.

Sennonché, girava una leggenda inquietante che, poco o assai, rischiava di offuscare l’atmosfera concitata della circostanza. Si diceva, infatti, che il maiale, pur essendo un animale particolarmente stupido, avesse un intuito speciale circa il suo destino più prossimo, quello di diventare salsicce, cotolette, ‘sfrizzoli’ o ‘soppressate’. Perciò cominciava a piangere e a strillare ogni volta che gli si legava una corda intorno al collo per condurlo in un qualche luogo che non era il suo abituale. Non solo, ma era sempre in grado di riconoscere il proprio carnefice e, all’occasione, il suo pianto – mi diceva commossa mia madre – somigliava proprio a quello di un essere umano quando è disperato, quando sa che non potrà fare altro che soccombere all’altrui violenza o al potere nefasto di insondabili eventi. Certo è che, mentre moriva, i suoi estremi grugniti creavano una sorta di riverente silenzio che, ancorché di brevissima durata, mi turbava fortemente, costringendomi a ritirarmi di corsa dalla finestra sul giardino che mi si consentiva di usare come punto di osservazione di quella cruenta cerimonia,  perché abbastanza lontano dal luogo del suo svolgimento.

Guardavo le persone che erano state invitate per il pranzo, più uomini che donne, comunque di tutte le età. C’era un gruppetto di bambini, alcuni in vacanza con i loro genitori, arrivati per pochi giorni da quella efficiente cittadina del nord dove ormai abitava la terza generazione di un nutrito gruppo di contadini emigrati dal paese. Da qualche decennio queste persone si erano ritrovate man mano sempre più numerose nelle piccole fabbriche a conduzione familiare dove avevano ottenuto un lavoro, nei banchi delle scuole, nelle piazze che frequentavano alla domenica, nei negozi dove andavano a fare la spesa ostentando dimestichezza con le abitudini del luogo, che in realtà continuavano anche dopo tanti anni a sovrapporsi in modo stravagante ai gusti e ai comportamenti della vita contadina da cui provenivano, i quali comunque restavano vivi nei discorsi tra i più anziani e tra nonni, figli e nipoti. Molti paesani erano diventati impiegati o persino funzionari dell’amministrazione comunale di quella laboriosa cittadina brianzola, altri lavoravano come infermieri o portantini nell’ospedale e tra i più giovani non mancavano certo i laureati che erano riusciti ad avviare una qualche professione di discreto e a volte ottimo livello.

Tra gli ospiti non c’era, però, nessuno di questi. Venivo a sapere che il gruppetto di ‘milanesi’ – così vengono chiamati i locali che si trasferiscono in Lombardia – era composto da operai nel settore edilizio, magari qualcuno specializzato,  da magazzinieri di aziende commerciali, da casalinghe che arrotondavano il bilancio familiare lavorando come domestiche a ore – cosa che nel loro luogo di origine non avrebbero mai accettato di fare. Eppure, tra loro e quelli che erano rimasti a vivere in paese si notava subito una sottile concorrenza. Intanto i ‘milanesi’ cercavano di parlare in italiano, con un accento forzatamente lombardo che tanto più tradiva le loro origini eppure voleva essere il segno che ormai loro avevano raggiunto un altro livello di vita, certamente più alto di quello che ritrovavano da queste parti.  Gli altri, i locali  per scelta o per destino,  interloquivano in dialetto ostentando  a loro volta una sorta di superiorità verso quelli che si erano trasferiti al nord, come a dire che, ecco, era sempre qui che i ‘milanesi’ tornavano ogni anno proprio perché non riuscivano a fare a meno di scappare dal nord almeno per qualche giorno.

Uno degli argomenti più battuti era la diversità del clima, con tutta la retorica del caso: il sole e la temperatura mite del sud che venivano sbandierati come una ricchezza irrinunciabile, mentre si riferiva con grande disappunto di qualche breve periodo trascorso al nord dai parenti emigrati, nelle loro abitazioni avvolte dalla nebbia o  dal gelo dei lunghi inverni che certo da queste parti non si devono subire. Ma poi c’erano i discorsi sull’alimentazione e qui se ne sentivano di tutti i colori, anzi c’erano punte di aggressività che mi facevano temere che il pranzo si sarebbe presto interrotto. Quasi quasi si poteva  dire che si trattasse di ‘scontro di civiltà’, per usare un’espressione  tanto diffusa. Il fatto è che bisognerebbe intendersi su cosa significhi ‘civiltà’ e, d’altro canto, il fronte dei ‘milanesi’  era così ibrido che certo non si poteva pensare che lo scontro fosse tra civiltà del nord e civiltà del sud. Sta di fatto che si accese una discussione culturale, diciamo così, tra un anziano che sedeva proprio di fronte a me e una donna forse tra i trenta e i quarant’anni, che stava allo stesso lato del tavolo cui mi avevano sistemata. L’anziano non si era mai “abbassato” a lasciare la sua terra e l’altra, invece, se ne era andata più o meno vent’anni prima, subito dopo aver sposato un compaesano che aveva trovato lavoro in Brianza.

Due orgogli a confronto, almeno apparentemente: quello della fedeltà e della costanza, da un lato, quello del coraggio di lasciarsi tutto alle spalle e di voler cambiare, dall’altro.  Il tema della discussione era rischioso, ne andava addirittura della dignità dell’uno e dell’altra. Si trattava della libertà delle donne di scegliere di lavorare fuori dal recinto domestico nonché di scegliere con chi condividere la propria vita  ed eventualmente di cambiare anche idea, insomma di scegliersi un marito e, all’occorrenza, di piantarlo per uno di maggior gradimento.
È inutile dire quanto i due fronti fossero arditamente contrapposti ma quel che era più curioso era l’aperta volontà degli altri commensali di non immischiarsi nella discussione se non con qualche occhiata di assenso o dissenso, con qualche alzatina di spalla e comunque sempre con furtivi sguardi di controllo della mia persona.

Da parte mia, cercavo di schivare gli affondo che l’uno e l’altra si lanciavano con tanta foga da coinvolgere inevitabilmente e soprattutto chi gli stava più a tiro, dunque tanto per cominciare la sottoscritta. “Bisognerebbe riflettere su questo fatto…”, oppure “ Ci sono tanti casi in cui…” o ancora “ Una volta mi hanno detto che …”, ecco,  il massimo che riuscivo a fare era tentare di calare il discorso in qualche concretezza ma capivo che si aspettavano molto di più da me: una chiara e netta presa di posizione. Non mi riusciva di prenderla specialmente perché quei discorsi che mi sembrano finti e falsi, per usare i due aggettivi congiunti che una mia carissima amica sparava a razzo quando voleva contrapporre ai comportamenti altrui la sua presunta autenticità di pensiero ed azione. Che dire dell’anziano che si irrigidiva contro le istanze libertarie della giovane donna, quando tutti sapevano, finanche io, che era un gran puttaniere e un padre padrone della peggior risma? E che dire della donna, che era tanto bruttina, povera stella, da rendere terribilmente improbabili tutte le sue dichiarazioni da femminista del noto adagio  “il corpo è mio e lo gestisco io” ? E chi altri se no, stella mia? Ringrazia Dio che i soldi della dote hanno fatto gola a quel mezzo sciancato di tuo marito. Un pensiero incalzante: “ E tu come fai a sapere queste cose?” – era la voce alterata di mio padre, in piedi di fronte a me, moltissimi anni fa, vicino al telefono che aveva appena appoggiato con sgarbo sulla base, dopo aver risposto casualmente alla chiamata di un uomo che mi cercava. Avevamo timore, a quei tempi e da quelle parti, di far sapere ai genitori, soprattutto ai padri, che c’era qualcuno che ci “faceva la corte”. Ma che espressione strana, meno male che non si usa più.

Però quella volta era arrivato prima lui al telefono e quindi aveva mangiato la foglia, quel tizio mi ronzava intorno e magari si era messo in testa di sposarmi. Ma vogliamo scherzare? Era proprio quello di cui la sua solerte cugina nonché amichetta del cuore, per usare un noto eufemismo,  gli aveva riferito provenienza geografica e familiare, roba da niente insomma. Accidenti, le speranze erano ben altre ed erano anche fondate: “Si può sapere come è possibile che parli con questo? Lo sanno tutti che hai due persone di ottima condizione che ti vogliono a tutti costi!” ; “ Si, lo so anche io papà, e tu lo sai uno dei costi qual è? Che mi vogliono portare a letto e a me non piace nessuno dei due!”  “ Portare a letto??? E tu come fai a sapere queste cose???”. Non ho mai capito se davvero pensava che, avendo 18 anni, cioè troppo pochi evidentemente,  dovessi ignorare che gli uomini e le donne si parlano, si guardano ma fanno e vogliono anche altre cose. Oppure se stava semplicemente cercando di mascherare il proprio disappunto o persino il suo sgomento per le mie alzate di testa, per quel modo di fare e di pensare che troppo spesso gli sfuggiva.

Povero papà, certo che mi volevi bene, ero arrivata per ultima in famiglia, a quanto pare senza che fossi in programma. Visto che tu e mamma eravate già grandicelli, stando ai parametri di quel tempo, forse eri orgoglioso di me proprio perché dimostravo così chiaramente la tua imperitura virilità. Povero papà,  eri un gran puttaniere anche tu, come questo tizio che mi sta di fronte. Ti detestavo come di solito si detestano tutti i fedigrafi, senza sapere che dietro il tradimento c’è a volte un qualcosa di tremendo per quelli che lo percorrono.  Non si ha quasi mai tempo e modo per dire cosa e quanto si è imparato, né è facile dire come i sentimenti dei figli cambino man mano che il tempo li avvicina inaspettatamente ai loro genitori. Finalmente si scioglie la seduta, è pomeriggio avanzato non ne posso più, voglio un po’ di silenzio, anche per ricordare quelli lunghissimi che c’erano tra noi,  questi invitati strillano tutti a non finire. I saluti sono sempre lunghissimi, si ripetono le stesse frasi a turno e all’unisono, considerato il vino che hanno bevuto si capisce ben poco.

Enormi alberi di ulivo formano veri e propri boschi silenti e solenni, che invitano con dolcezza a ritrarre il corpo e lo spirito dalla vanità delle chiacchiere. Li attraversiamo percorrendo la stretta strada asfaltata che dal casale porta al paese, con la nostra bella auto svedese in cui è salito anche uno dei commensali che ci ha chiesto di riportarlo a casa. Sembrava che non avesse aspettato altro che di poter parlare da solo con noi, non tace un attimo, faccio appello a tutta la mia riserva di amore per l’umanità ferita. L’anziano che discuteva con la bruttarella ha perso un figlio di quindici anni perché l’ha obbligato ad andare con un trattore su una scarpata che era difficile da percorrere anche a piedi, figuriamoci con un bestione di quel genere in mano ad un ragazzino. La padrona di casa è l’amante dell’anziano. Ma come, la padrona di casa non è la moglie di Michele? Sì certo, ma che significa, è l’amante  di quell’altro. Ma ha almeno sessant’anni. E che significa, a sessant’anni va benissimo. L’amante ne ha settanta e vanno avanti da una vita, forse il ragazzo che è morto perché gli si è cappottato il trattore è figlio suo. Ah, ho capito. Comunque, Michele non sa niente perché lui va sempre dai ‘milanesi’ a sistemare tanti affari con i commercianti e quelli che hanno le aziende piccole o medie da quelle parti, magari sono anche suoi parenti vicini o lontani. Speriamo bene, perché è tanto una brava persona, aiuta sempre chi ha bisogno. Suo fratello tre anni fa si è dovuto fare un anno di galera e ora ne deve fare ancora non so quanti agli arresti domiciliari perché un cornuto lo ha denunciato per questi affari che fanno solo del bene.




Parole chiave: penelope doria letteratura

COMMENTI

Sono presenti 7 commenti per questo articolo

Pio Antonio (utente non registrato)
Penelope come la moglie di Ulisse e Doria come un nobile genovese: due realtà in una come accade anche nella narrazione; due realtà apparentemente diverse e contrastanti; la stessa moneta che gira e rigira per tasche diverse fino a ritornare nel borsellino che l'ha cacciata la prima volta. Quante volte si son sentiti fare questi discorsi: tra divergenti e convergenti; assimilati e dissimulati; conformi e anticonformisti; immigrati e nativi. Fortunatamente gli alberi tacciono. E con il loro silenzio annullano ogni rumore...
il 21 Maggio 2015

Lucia (utente non registrato)
Questo articolo mi e' piaciuto molto. L' ho trovato interessante, di lettura scorrevole e a tratti coinvolgente. Ho apprezzato il tono leggero della narrazione anche nei momenti in cui si affrontavano aspetti amari della realta di ogni giorno. Realta che non viene mai persa di vista, anzi rafforzata dalle riflessioni dell' autrice su episodi passati della sua vita. Molto bello.
il 28 Maggio 2015

Appia (utente non registrato)
Non é un racconto ma un quadro di un interminabile pranzo con moltissime implicazioni; ed é molto bello,scritto da una mano che sa come raccontare. Il contenuto é aspro, a tratti tragico anche se talvolta delle note di ironia ci strappano un timido sorriso. Sarebbe auspicabile leggere altri racconti dell'autore di questo scritto.
il 21 Giugno 2015

Sandra Di Pietro
nelle Marche la cultura del maiale è vivissima e produce celebri e squisiti prodotti. il porco è animale intelligentissimo, e capisce a volo quando lo portano al massacro ed in effetti piange e strilla in modo terribile, da bambina ho assistito a questi eventi e andavo a nascondermi per non sentire.
il 16 Marzo 2016

Francesco Panaro
Sandra, Spero che tu senta ancora i pianti e gli strilli. Voglio dire, quelli che provengono dalle confezioni dei banchi della carne dei supermercati! 
il 18 Marzo 2016

Angeles Perona (utente non registrato)
Es un bellísimo relato; luminoso, expresivo y un tanto melancólico. El ritmo y el tiempo para el cambio de temas es perfecto. Además, está lleno de fuerza reflexiva sobre los acontecimientos de una situación social y personal que no es tan particular como aparenta. Es un cuadro que podría situarse en cualquier otro entorno rural del sur de Europa. Magnífico, Penelope. 
il 9 Aprile 2016

Angela (utente non registrato)
Interessante la prima parte che riguarda l'uccisione del maiale; interessante l'ambientazione, di cui ho ricordi vivi; la parte finale mi sembra troncata, il racconto avrebbe dovuto svilupparsi ulteriormente non so in quale direzione, ma lascia in sospeso qualcosa.  
il 10 Luglio alle 18.48

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