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Breve invito all’agire



di Leonora Pigliucci

La storia del novecento ne ha scandalosamente svelato l’illusorietà e non è strano che la consapevolezza della sua essenza impalpabile e ingannevole, incapace di fungere da rete protettiva dalla follia distruttrice dell’arbitrio senza controllo, si sia fatta largo nella filosofia dai tempi della scuola di Francoforte e dal dopoguerra, quando non furono pochi i pensatori che trovarono inquietanti analogie tra l’offesa alla vita umana costituita dall’Olocausto e l’abitudine alla reificazione dei corpi animali per la produzione del benessere umano.
 
Da allora accade spesso che si prenda in prestito lo sguardo animale come lente per osservare i peccati mortali dell’uomo contemporaneo. Caffo non si sottrae a questa tendenza, e attinge abbondantemente dalla fenomenologia del filosofo americano Ralph Acampora, che ha coniato il termine sinfisìa, per indicare il tessuto comune vivente: esperienza mortale che connota tanto l’animale uomo che tutti gli altri, nel riconoscimento della quale, solo, è ancora possibile incontrare le ragioni di un’autentica compassione.
 
Nel rifiuto della struttura gerarchica tra i viventi, pronunciato da alcune minoranze della società contemporanea che combattono la prima battaglia della storia umana in favore
dell’ “assolutamente altro”, l’altro Animale, Caffo intravede allora la fine stessa della Storia, così come intesa sino ad oggi.
 
Ed anche la filosofia è a un bivio. Nell’assurgere al proprio ruolo autentico, e pertanto non istituzionale né istituzionalizzabile, di rivelare il non-detto del presente, essa oggi dichiara il fallimento della propria istanza privilegiata, la razionalità, e si apre ad una filosofia della vita che scende dalle vette della logica formale, dove l’animale uomo e la sua vita non esistono, per riprendere il contatto con la realtà.
 
Parafrasando ciò che disse Oscar Wilde sull’arte, per Caffo la filosofia la si disprezza non amandola o amandola sola razionalmente. E allora non c’è ragione, anche da filosofi, e anche nei tempi bui come quelli della tecnocrazia, per dubitare della facoltà razionale come forma espressiva privilegiata dell’animale umano, l’unica che dovrebbe muovere il suo agire nel mondo. Che ne sarebbe altrimenti, si chiede Caffo, della poesia? Non è forse quello lirico, quello dell’empatia e dello slancio amoroso, un linguaggio altrettanto proprio per l’animale uomo?
 
Oggi che l’equilibrio della biosfera è sul punto di spezzarsi, il diritto occidentale si mostra come involucro vuoto di vita e “ l’umano cittadino assomiglia sempre più a una farfalla attaccata alla vita, che non si rassegna alla caducità di ogni bellezza”, è il momento di imporre, da razionali, limiti a quel raziocinio che ha generato i mostri dello sfruttamento intensivo e violentatore sulla natura, che ha stabilito con una tautologia abissale il proprio primato e una prevalenza arrogante all’unico animale parlante (di linguaggio umano) del pianeta Terra. Una filosofia “coi piedi saldamente ancorati sulle nuvole”, dice Caffo, anticipa e preannuncia una rivoluzione inedita, che si fa reale al momento che la si pensa.
 
I nuovi soggetti rivoluzionari sono cittadini ridivenuti umani (e dunque animali!) che riscoprono e rivendicano il proprio essere corpo in mezzo ad altri corpi viventi, che non agiscono politicamente per se stessi, come nelle cicliche, apparenti, rivoluzioni del passato, ma in favore dell’infinitamente-altro, nei cui occhi per la prima volta si rispecchiano.
 
In quello sguardo ricambiato, il punto di vista del filosofo - che Caffo ricorda, è utile alla diagnosi, ma non propone la cura - vede la rottura dei non più sacri confini della specie, e con essi di tutti i confini. Al di là dei quali nulla sarà più come prima.

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Parole chiave: filosofia esseri animali esseri umani leonardo caffo

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