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Cancellando il cielo

Reportage – Seconda parte



Di Jonathan Franzen


Ogni anno migliaia di uccelli migratori che transitano nel bacino del Mediterraneo vengono uccisi da cacciatori e bracconieri. In Italia, a Cipro e a Malta si consuma una carneficina che sta cancellando i cieli europei. 
Seconda parte, un reportage di Jonathan Franzen.

 

Una vecchia, singolare legge del codice civile italiano, promulgata dai fascisti per favorire la dimestichezza con le armi da fuoco, concede ai cacciatori, e solo a loro, il diritto di entrare in una proprietà privata, a chiunque appartenga, per inseguire la selvaggina. Negli anni ottanta più di due milioni di cacciatori con licenza imperversavano nelle campagne italiane, svuotate dallo spostamento degli abitanti verso le città. In Italia, tuttavia, gran parte della popolazione urbana è contraria alla caccia, e nel 1992 il parlamento italiano ha approvato una delle leggi venatorie più restrittive d’Europa, che dichiarava, in maniera del tutto radicale, che la fauna selvatica appartiene esclusivamente allo stato italiano, riducendo così la caccia a una concessione straordinaria. Nei vent’anni successivi la popolazione di alcuni dei grossi animali più simpatici d’Italia, tra cui i lupi, è aumentata in maniera spettacolare, mentre il numero delle licenze di caccia è sceso sotto le ottocentomila.

Queste due tendenze hanno spinto Franco Orsi, un senatore ligure del partito di Silvio Berlusconi, a presentare un disegno di legge per liberalizzare l’uso dei richiami vivi ed estendere i tempi e i luoghi in cui è consentita la caccia. Il parlamento ha approvato un’altra legge “comunitaria”, per adeguare l’Italia alla direttiva europea e quindi evitare le multe pendenti per centinaia di milioni di euro. Ma ha fatto una grande concessione ai cacciatori: la stagione della caccia ad alcune specie è stata prolungata fino a febbraio. Incontro Orsi nella sede di Genova del suo partito, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 che segneranno una nuova vittoria della coalizione di Berlusconi.

Orsi, un bell’uomo sulla quarantina dallo sguardo dolce, è un appassionato cacciatore che sceglie dove andare in vacanza in base alle prede cacciabili. Sostiene di voler aggiornare la legge del 1992 perché ha causato una vertiginosa espansione delle specie dannose; perché i cacciatori italiani dovrebbero poter fare quello che fanno i francesi e gli spagnoli; perché i proprietari privati possono gestire i terreni per l’allevamento della selvaggina meglio dello stato e perché la caccia è un’attività che porta benefici dal punto di vista sociale e spirituale. Mi mostra un giornale con la foto di un cinghiale che corre per le strade di Genova. Mi spiega che gli storni rappresentano una minaccia per aeroporti e vigneti. Ma quando mi dichiaro d’accordo sulla necessità di controllare cinghiali e storni, Orsi aggiunge che i cacciatori non amano sparare ai cinghiali nella stagione imposta dalle autorità. “E comunque, non posso accettare che si possa sparare solo a cinghiali, nutrie e storni”, dice. “Questo può farlo l’esercito”. 


Gli chiedo se è favorevole a cacciare ogni specie dell’avifauna fino al massimo compatibile con il mantenimento della popolazione esistente. “Immaginiamo la fauna come un capitale che si rivaluta ogni anno”, mi risponde. “Se spendo l’interesse, posso sempre tenermi il capitale, e il futuro della specie e della caccia sarà salvaguardato”.
“Ma c’è anche un’altra strategia di investimento, quella di reinvestire parte degli interessi per far crescere il capitale”, ribatto.
“Questo varia da specie a specie. Per ciascuna specie esiste una densità ottimale, e alcune hanno una densità più alta dell’ottimale, altre più bassa. Perciò la caccia deve regolare l’equilibrio”.

Durante i miei precedenti viaggi in Italia mi era sembrato che quasi tutte le specie dell’avifauna avessero una densità inferiore a quella ottimale. Visto che Orsi non è d’accordo con me, gli chiedo in che modo secondo lui sparare a uccelli inoffensivi può giovare alla società. Con mia grande sorpresa mi risponde citando Peter Singer, l’autore di Liberazione animale, per dimostrare che, se ogni uomo dovesse mangiare solo gli animali che riesce a uccidere, saremmo tutti vegetariani. “Nella nostra società urbana abbiamo perso quella relazione uomo-animale che conteneva un elemento di violenza”, dice. “Quando avevo quattordici anni mio nonno, secondo la tradizione di famiglia, mi fece uccidere un pollo, e oggi ogni volta che mangio il pollo mi ricordo che è un animale. Per tornare a Peter Singer, il consumo eccessivo di animali nella nostra società corrisponde al consumo eccessivo di risorse. Enormi quantità di spazio sono dedicate agli allevamenti industriali, perché abbiamo perso il senso dell’identità rurale. Non dovremmo pensare che la caccia sia l’unica forma di violenza umana contro l’ambiente. E la caccia, in questo senso, è istruttiva”.

Pensavo che Orsi non avesse tutti i torti, ma secondo gli ambientalisti italiani con cui ho parlato dopo la sua retorica dimostra solo che è bravo a manipolare i giornalisti. Dietro la spinta a liberalizzare le leggi sulla caccia, tutti gli ambientalisti vedono la mano della potente industria italiana di armi e munizioni. Come mi dice uno di loro: “Quando qualcuno ti chiede cosa produce la tua impresa, tu cosa rispondi: ‘Mine antiuomo che uccidono bambini bosniaci’, oppure ‘Fucili tradizionali per gente che ama aspettare all’alba l’arrivo delle anatre nella palude’?”.

È impossibile sapere quanti uccelli vengono uccisi in Italia. Il numero di tordi bottacci denunciati in un anno, per esempio, va dai tre ai sette milioni, ma Fernando Spina, dirigente di ricerca dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, considera queste stime “altamente prudenziali”, visto che solo i cacciatori più coscienziosi compilano correttamente il tesserino, le guardie venatorie non hanno personale sufficiente per sorvegliare i cacciatori, i database provinciali non sono quasi mai computerizzati e la maggior parte delle autorità venatorie locali ignora regolarmente le richieste di dati. Quel che è noto è che l’Italia è una rotta migratoria di cruciale importanza. Qui si segnalano ritrovamenti di uccelli inanellati provenienti da ogni paese d’Europa, da trentotto paesi africani e sei asiatici.

E in Italia la migrazione di ritorno comincia molto presto, in alcuni casi addirittura alla fine di dicembre. La direttiva uccelli dell’Unione europea protegge tutti gli uccelli in migrazione di ritorno, consentendo la caccia solo entro i limiti della naturale mortalità autunnale, e perciò la maggior parte dei cacciatori responsabili ritiene che la stagione dovrebbe terminare il 31 dicembre. La nuova legge comunitaria italiana, tuttavia, va nel senso opposto, ed estende la stagione fino a febbraio. Poiché i migratori che rientrano per primi sono in genere i più forti della specie, la nuova legge trasforma in bersagli proprio gli uccelli che hanno le migliori possibilità di riprodursi. Una stagione più lunga, inoltre, protegge i bracconieri delle specie protette, perché uno sparo illegale e uno legale producono lo stesso rumore. E senza dati precisi è impossibile sapere se il limite annuale regionale per ciascuna specie rientri nella mortalità naturale. “Il limite annuale è una cifra arbitraria, decisa dai funzionari locali”, dice Spina. “Non ha niente a che vedere con il numero effettivo di uccelli censiti”.

Anche se la perdita di habitat è il motivo principale della drastica diminuzione degli uccelli d’Europa, la caccia all’italiana (caccia selvaggia, come la chiamano i suoi detrattori) aggiunge al danno anche la beffa. Fulco Pratesi è un ex cacciatore di animali di grossa taglia che ha fondato il Wwf Italia e ora considera la caccia una “mania”. Quando gli chiedo perché i cacciatori italiani sono così entusiasti di sparare agli uccelli, lui cita l’amore dei suoi connazionali per le armi, il loro radicato “atteggiamento virile”, il loro piacere nell’infrangere la legge e, stranamente, il loro amore per la natura. “Un po’ come uno stupratore che ama le donne ma esprime il suo amore in modo violento e perverso”, dice Pratesi. “Si cacciano uccelli che pesano ventidue grammi con cartucce da trentadue grammi”. Gli italiani, aggiunge, si affezionano più facilmente ad animali “simbolici” come il lupo e l’orso, e in effetti sono riusciti a proteggerli meglio di quanto abbia fatto il resto d’Europa. “Ma gli uccelli sono invisibili”, continua. “Non li vediamo, non li sentiamo. Nell’Europa del nord, l’arrivo degli uccelli migratori è un fatto visibile e udibile che commuove le persone. Qui la gente vive nelle città e in caseggiati enormi, e gli uccelli sono letteralmente tra le nuvole”.

Per buona parte della sua storia, l’Italia è stata visitata in primavera e in autunno da enormi quantità di pacchetti volanti di proteine, e a differenza dell’Europa del nord, dove le persone hanno imparato a vedere la correlazione tra lo sfruttamento eccessivo e il calo delle risorse, nel Mediterraneo le riserve sembravano illimitate. Un bracconiere di Reggio Calabria, ancora risentito per il divieto di sparare al falco pecchiaiolo, mi spiega: “A Reggio ne uccidevamo solo duemilacinquecento ogni primavera, su un passaggio totale di sessanta-centomila: non erano mica tanti”. L’unico modo in cui riesce a capire la messa al bando del suo sport è in termini di denaro. Mi dice, in tutta serietà, che certe organizzazioni antibracconaggio sono nate solo per spillare soldi allo stato, e che le leggi antibracconaggio sono state fatte proprio perché servivano bracconieri contro cui combattere. “E ora questa gente si arricchisce a spese dello stato”, conclude.

In una provincia dell’Italia meridionale ho conosciuto un ex bracconiere fanciullesco e sbarazzino di nome Sergio. Dopo essere entrato nella mezza età, sentendo di aver ormai superato una certa fase della vita, Sergio ha smesso di andare a caccia di frodo, e adesso racconta storielle comiche sui suoi “peccati di gioventù”. La caccia notturna, da sempre illegale, non è mai stata un problema, mi dice Sergio, se i tuoi compagni di battuta erano il prete della parrocchia e il brigadiere dei carabinieri. Il brigadiere risultava particolarmente utile per dissuadere le guardie forestali dal perlustrare i dintorni. Una sera in cui erano usciti a caccia insieme, Sergio e il brigadiere s’imbatterono in un gufo, irrigidito su una staccionata davanti ai fari della jeep. Il brigadiere disse a Sergio di sparare al gufo. Quando Sergio esitò, il brigadiere prese un badile, girò intorno al gufo e lo colpì sulla testa. Poi lo caricò nel retro della jeep. “Perché?”, chiedo a Sergio. “Perché voleva uccidere il gufo?”. “Perché stavamo cacciando!”.

Alla fine della nottata, quando il brigadiere aprì il portellone della jeep, il gufo, che era solo stordito, gli volò addosso: Sergio spalanca le braccia e fa una smorfia ridicolmente feroce per descrivermi la scena. Sergio è sempre andato a caccia per mangiare. Mi insegna un proverbio nel suo dialetto: “Mangia carne di pinna, e sia curnocchia; ama core gentile, e sia ’na vecchia” (mangia carne di pennuto anche se è di cornacchia; ama una donna dal cuore gentile anche se è anziana). “La cornacchia puoi cuocerla per sei giorni, e rimane sempre dura”, mi dice. “Ma in brodo non è male. Ho mangiato anche il tasso e la volpe: ho mangiato di tutto!”. L’unico uccello che gli italiani non sembrano interessati a mangiare è il gabbiano. Perfino il falco pecchiaiolo, anche se per tradizione le famiglie meridionali ne tenevano un esemplare impagliato nella stanza più importante della casa (da queste parti il falco pecchiaiolo è soprannominato adorno, dal verbo “adornare”), veniva consumato come manicaretto primaverile. Il bracconiere di Reggio mi ha dato la sua ricetta per cuocerlo in fricassea con zucchero e aceto.

I “cacciatori selvaggi” italiani che, a differenza di Sergio, non hanno abbandonato il vecchio passatempo, e sono frustrati perché la selvaggina diminuisce e le restrizioni aumentano, hanno imparato a spostarsi nel Mediterraneo in cerca di emozioni. Lungo la costa della Campania parlo con un bracconiere allegramente incallito, un incorreggibile giovane-vecchio mezzo sdentato il quale, ora che non può più allestire un capanno sulla spiaggia e sparare a un numero illimitato di migratori in arrivo, si accontenta di passare le vacanze in Albania, dove può ancora sparare a tutto quello che trova, in qualunque momento, per una tariffa molto bassa. Le trasferte all’estero sono popolari tra i cacciatori di tutte le nazioni, ma gli italiani sono generalmente considerati i peggiori. I più ricchi vanno in Siberia a sparare alla beccaccia durante il volo nuziale primaverile, o in Egitto, dove mi hanno detto che i cacciatori possono ingaggiare un poliziotto per andare a recuperare le prede mentre loro sparano a ibis e a specie di anatre minacciate finché non gli si stancano le braccia; su internet si trovano foto di turisti cacciatori in posa accanto a enormi mucchi di carcasse di uccelli.

I cacciatori responsabili italiani detestano i cacciatori selvaggi. Detestano Franco Orsi. “In Italia c’è uno scontro culturale tra due visioni della caccia”, mi spiega Massimo Canale, un giovane cacciatore di Reggio Calabria. “Da una parte ci sono quelli come Orsi, che dicono: ‘Apriamola del tutto’. Dall’altra ci sono le persone che si sentono responsabili del posto in cui vivono. Per diventare un cacciatore selettivo non basta la licenza. Occorre studiare biologia, fisica, balistica. Il cacciatore selettivo uccide cinghiali e cervi: ha un ruolo da svolgere”. Canale ha scoperto il suo istinto predatorio da bambino, quando andava a caccia in modo indiscriminato insieme al nonno, e si considera fortunato di aver conosciuto persone che gli hanno insegnato un modo migliore di cacciare. “Non m’importa se non uccido qualcosa tutti i giorni”, mi dice.

“Ma l’obiettivo è uccidere, mentirei se lo negassi. C’è un conflitto tra il mio istinto predatorio e la mia razionalità, e la caccia selettiva è il modo che ho scelto per cercare di domare l’istinto. Ritengo che ormai questo sia l’unico tipo di caccia possibile. E Orsi non lo sa, oppure non gl’interessa”. Le due visioni della caccia corrispondono in linea di massima alle due facce dell’Italia. C’è l’Italia criminale della camorra e della mafia e l’Italia semicriminale degli amici di Berlusconi, ma esiste anche, ancora oggi, l’Italia che lavora. Gli italiani che combattono il bracconaggio sono motivati dal disgusto per l’illegalità diffusa nel paese, e fanno affidamento sulle informazioni fornite dai cacciatori responsabili, che si sentono frustrati quando, per esempio, non riescono a uccidere nemmeno una quaglia perché sono state tutte attirate dai richiami illegali. A Salerno, la meno disorganizzata delle province campane, esco con una squadra di guardie del Wwf che mi porta a vedere un laghetto artificiale, ora prosciugato, dove di recente hanno pizzicato il presidente di un’associazione venatoria provinciale mentre usava richiami elettronici illegali per attirare gli uccelli.

Vicino al laghetto, in una campagna desolata coperta di teloni di plastica bianchi, incombe un cumulo mezzo disintegrato di “ecoballe”, le balle cellofanate di spazzatura napoletana che sono state scaricate in tutto il territorio campano e sono diventate un simbolo della crisi ambientale italiana. “Era la seconda volta in due anni che lo prendevamo”, mi dice il caposquadra. “Era un membro del comitato che regola la caccia nella provincia, ed è rimasto il presidente anche dopo essere stato incriminato. Ci sono altri presidenti provinciali che fanno la stessa cosa, ma sono più difficili da prendere”.

Un esempio luminoso dell’Italia che lavora è la repressione della caccia di frodo al falco pecchiaiolo sullo stretto di Messina. Tutti gli anni, a partire dal 1985, la guardia forestale nazionale ha assegnato una squadra supplementare con elicotteri per pattugliare il versante calabrese dello stretto. Anche se ultimamente la situazione in Calabria è un po’ peggiorata – quest’anno la squadra era più piccola che in passato e si è fermata per meno giorni, e si stima che siano stati abbattuti quattrocento esemplari, il doppio che negli anni scorsi – il versante siciliano dello stretto, sotto il controllo di Anna Giordano, rimane fondamentalmente libero da bracconieri.

Dal 1981, quando aveva quindici anni, Giordano tiene d’occhio i bunker di cemento da cui i rapaci venivano abbattuti a migliaia mentre sorvolavano a bassa quota le montagne sopra Messina. A differenza dei calabresi, che il falco pecchiaiolo lo mangiavano, i siciliani lo uccidevano esclusivamente per rispettare la tradizione, per fare a gara tra loro e per portare a casa un trofeo. Alcuni sparavano a qualunque cosa volasse, altri si limitavano al falco pecchiaiolo (che veniva chiamato “l’Uccello”), a meno che non avvistassero un’autentica rarità come l’aquila reale. Giordano correva dai bunker al telefono pubblico più vicino, da dove chiamava la guardia forestale, e poi di nuovo ai bunker.

Le hanno danneggiato più volte la macchina, l’hanno minacciata e insultata, ma nessuno le ha mai fatto del male, probabilmente perché era una giovane donna (la parola italiana per “uccello”, un comune sinonimo di “pene”, ha spesso generato battute volgari su di lei, ma un poster che ho visto sulla parete del suo ufficio capovolgeva la battuta: “La tua virilità? Un uccello morto”). Con successo sempre maggiore, soprattutto dopo l’arrivo dei telefoni cellulari, Giordano ha costretto la guardia forestale a usare la mano pesante con i bracconieri, e la sua fama crescente ha attirato l’attenzione dei mezzi d’informazione e le ha portato legioni di volontari. Negli ultimi anni, le sue squadre hanno denunciato meno di una decina di spari per stagione.

“I primi anni”, mi dice Giordano mentre la seguo in cima a una collina per osservare il passaggio dei falchi, “non osavamo neanche alzare il binocolo quando contavamo i rapaci, perché i bracconieri ci tenevano d’occhio e se ci vedevano guardare in alto cominciavano a sparare. Sulle schede di osservazione di quel periodo si trovano un sacco di ‘rapaci non identificati’. E oggi possiamo stare qui tutto il pomeriggio a confrontare le barre alari delle albanelle femmine di un anno senza sentire nemmeno uno sparo. Un paio d’anni fa, uno dei bracconieri peggiori, un uomo violento, stupido e volgare che ci importunava dovunque andassimo, mi si accostò con la macchina e mi chiese se potevamo parlare. ‘Eh-eh-eh, certo’, feci io. Mi chiese se mi ricordavo cosa gli avevo detto venticinque anni prima. Io risposi che non mi ricordavo neanche cosa avevo detto il giorno prima. E lui: ‘Mi hai detto che sarebbe venuto il giorno in cui avrei amato gli uccelli anziché ammazzarli. Sono venuto a dirti che avevi ragione. Adesso, quando esco con mio figlio, non gli dico più: ‘Hai preso il fucile?’, ma: ‘Hai preso il binocolo?’. Allora gli ho dato il mio binocolo – a un bracconiere! – perché potesse osservare il falco pecchiaiolo che volava sopra di noi”.

Giordano è una donna piccola, scura e zelante. Negli ultimi tempi ha attaccato l’amministrazione locale per gli abusi edilizi intorno a Messina e, come se non avesse già abbastanza da fare, collabora alla gestione di un centro di recupero della fauna selvatica. Ho già visitato un ospedale veterinario italiano, negli edifici di un ex ospedale psichiatrico di Napoli, e ho visto le lastre di un falco punteggiate dai pallini di piombo, diversi rapaci convalescenti all’interno di grandi gabbie, e un gabbiano con la zampa sinistra annerita e raggrinzita dal contatto con una sostanza acida. Al centro di recupero, su una collina dietro Messina, guardo Anna Giordano imboccare con pezzi di tacchino crudo una piccola aquila accecata da una raffica di pallini. Con una mano afferra gli artigli dell’aquila e la stringe a sé. Le penne della coda sporche e flosce, lo sguardo arcigno ma impotente, l’animale lascia che Giordano le apra il becco e le riempia il gozzo di carne. L’uccello mi sembra una vera aquila e allo stesso tempo qualcosa che non è più un’aquila: qualcosa che non riconosco.

Come la maggior parte dei ristoranti ciprioti che servono ambelopoulia, quello dove vado insieme a un mio amico e a un suo amico (li chiamerò Takis e Demetrios) ha una saletta privata in cui si possono consumare gli uccellini con discrezione. Attraversiamo la sala principale, dove la tv trasmette a tutto volume una delle telenovele brasiliane che vanno per la maggiore a Cipro, e ci sediamo davanti a una raffica di specialità cipriote: maiale affumicato, formaggio fritto, fiori di cappero sott’aceto, uova con asparagi selvatici e funghi, salsiccia al vino, couscous. Il proprietario ci porta anche tre tordi bottacci fritti che non abbiamo chiesto, e indugia accanto al nostro tavolo come per assicurarsi che mangi la mia porzione. Penso a san Francesco, che una volta all’anno, a Natale, metteva da parte il suo amore per gli animali e mangiava carne. Penso a un ragazzo di nome Woody, che durante una gita in campeggio della mia adolescenza mi offrì un assaggio di tordo americano fritto. Penso a un importante ambientalista italiano che, parlando con me, ha ammesso che i tordi bottacci sono “terribilmente buoni”. L’ambientalista aveva ragione. La carne è scura e succulenta, e le dimensioni del volatile, più grande di un ambelopoulia, mi permettono di considerarlo una normale pietanza da ristorante, più o meno, e di considerare me stesso un normale cliente.

Quando il proprietario se ne va, chiedo a Takis e Demetrios chi sono i ciprioti che amano mangiare l’ambelopoulia. “Quelli che lo mangiano spesso”, risponde Demetrios, “sono gli stessi che frequentano i cabaret, i night club con ballerine di pole dance e ragazze dell’est disponibili. In altre parole, gente con un livello di moralità non molto elevato. Cioè la maggior parte dei ciprioti. Qui c’è un detto: ‘Tutto quel che puoi cacciarti in bocca, tutto quello che puoi prendere con il culo…’”. “Perché la vita è breve”, interviene Takis. “La gente arriva a Cipro e crede di essere in un pae­se europeo, perché facciamo parte dell’Unione europea”, prosegue Demetrios. “In realtà siamo un paese mediorientale che solo per caso si trova in Europa”.

La sera prima, al commissariato di polizia di Paralimni, ho rilasciato una dichiarazione a un giovane investigatore che sembrava volesse sentirmi dire che chi aveva aggredito la squadra del Cabs aveva solo intenzione di farci smettere di scattare foto e girare video. “Per le persone di qui”, mi ha spiegato alla fine, “intrappolare uccelli è una tradizione che non si può cambiare da un giorno all’altro. Cercare di parlare con loro e spiegare perché sbagliano è un approccio più utile di quello aggressivo del Cabs”. Forse aveva ragione, ma io ho già sentito questo appello alla pazienza in diverse parti del Mediterraneo, e mi sembra un’altra versione del più generale appello del consumismo moderno: aspettate finché non avremo esaurito tutte le risorse naturali, e poi voi amanti della natura potrete tenervi quel che rimane. Mentre io, Takis e Demetrios aspettiamo la dozzina di ambelopoulia che stanno per arrivare, discutiamo su chi li mangerà. “Magari ne assaggerò un pezzettino”, azzardo. “A me non piace l’ambelopoulia”, dice Takis. “Neanche a me”, dice Demetrios. “Okay”, dico io. “Ve bene se io ne prendo due e voi ne prendete cinque per uno?”. Scuotono la testa. 

Poco dopo, con sconcertante rapidità, il proprietario ritorna con un piatto. Nella luce violenta della saletta, le ambelopoulia sembrano una dozzina di luccicanti stronzi grigio-giallognoli. “Lei è il primo americano a cui li servo”, mi dice il proprietario. “Ho avuto parecchi russi, ma un americano mai”. Ne metto una sul piatto, e il proprietario mi assicura che mangiandola otterrò un effetto equivalente a due pillole di Viagra. Quando restiamo di nuovo soli, il mio campo visivo si riduce a pochi centimetri, come quando sezionai una rana durante la lezione di biologia di prima superiore. Mi costringo a mangiare i muscoli del petto grossi come due mandorle, che costituiscono la sola carne di tutto il piatto; il resto è cartilagine unta, interiora e minuscoli ossicini. Non riesco a capire se il sapore amaro della carne sia reale oppure un prodotto dell’emozione, l’incantesimo della capinera uccisa.

Takis e Demetrios stanno spazzando via in fretta i loro otto uccelli, succhiando le ossa e dicendo che l’ambelopoulia è un piatto molto migliore di quanto ricordassero, anzi, è proprio buona. Io smembro un altro uccellino e poi, sentendomi un po’ male, avvolgo i due che restano in un tovagliolo di carta e me li infilo in tasca. Il proprietario torna e mi domanda se mi sono piaciuti. “Mmm!”, rispondo. “Se non mi avesse chiesto questo piatto”, aggiunge in tono pieno di rammarico, “credo che si sarebbe davvero gustato l’agnello, questa sera”. Io non rispondo, ma ora, come se fosse soddisfatto dalla mia complicità, l’uomo diventa loquace: “Oggi i ragazzini non mangiano volentieri l’ambelopoulia. Una volta si cominciava da giovani, e ci si abituava al sapore. Il mio bambino può mangiarne dieci per volta”. Takis e Demetrios si scambiano un’occhiata scettica. “È un peccato che abbiano proibito questo piatto”, continua il proprietario, “perché era una grande attrazione turistica. Oggi è quasi come il traffico di droga. Una dozzina di uccelli mi costa sessanta euro. Quei maledetti stranieri vengono qui, tirano giù le reti e le distruggono, e noi ci siamo arresi. Un tempo catturare l’ambelopoulia era un modo per guadagnare un po’ di soldi, da queste parti”.

Fuori, ai margini del parcheggio del ristorante, vicino ad alcuni cespugli dove poco fa ho sentito cantare l’ambelopoulia, mi inginocchio e scavo un buco nel terreno con le dita. Il mondo mi sembra particolarmente privo di significato, e la cosa migliore che posso fare per combattere questa sensazione è estrarre i due uccelli morti dal tovagliolo, deporli nel buco e ricoprirli con un po’ di terra. Poi Takis mi accompagna in una taverna vicina, dove alcuni uccelli di medie dimensioni stanno cuocendo sulla griglia all’aperto. È una specie di cabaret dei poveri, e quando ordiniamo le birre al bar, una delle entraineuse, una moldava bionda dalle gambe grosse, avvicina lo sgabello al nostro tavolo.

L’azzurro del Mediterraneo non mi attira più. La trasparenza delle sue acque, tanto apprezzata dai vacanzieri, è la trasparenza di una piscina sterile. Sulle sue spiagge ci sono pochi odori e pochi uccelli, e i suoi fondali saranno presto vuoti. La maggior parte del pesce consumato in Europa viene pescato illegalmente, senza che nessuno faccia domande, nell’oceano a ovest dell’Africa. Guardo l’azzurro e invece di un mare vedo una cartolina, sottile e fragile.

Eppure è stato il Mediterraneo, e in particolare l’Italia, a darci il poeta Ovidio, che nelle Metamorfosi disapprovava il consumo di carne animale, e Leonardo da Vinci, che era vegetariano e immaginava un giorno in cui la vita di un animale sarebbe stata considerata sullo stesso piano di quella di una persona, e san Francesco, che supplicò l’imperatore del Sacro romano impero di spargere il grano sui campi il giorno di Natale per offrire un banchetto alle allodole. Secondo san Francesco l’allodola cappellaccia, che con il piumaggio marrone smorto e la testina crestata ricordava il saio con cappuccio dei suoi frati minori, dei suoi piccoli fratelli, rappresentava un modello per l’ordine da lui fondato: vagava leggera come l’aria, senza mettere da parte nulla, limitandosi a racimolare il cibo necessario per la giornata, senza mai smettere di cantare. Si rivolgeva a lei chiamandola sorella allodola. Una volta, sul ciglio di una strada in Umbria, san Francesco predicò agli uccelli, che secondo la leggenda gli si radunarono intorno in silenzio, lo ascoltarono con l’aria di capire tutto, e poi lo rimproverarono perché quella era la prima volta che si rivolgeva a loro. Un’altra volta, invece, san Francesco voleva predicare agli esseri umani, ma uno stormo di rondini glielo impediva con i suoi garriti, e allora il santo disse, arrabbiato o gentile (le fonti non sono chiare): “Sorelle rondini, avete detto la vostra. Ora tacete e lasciate parlare me”. Secondo la leggenda, le rondini tacquero immediatamente.

Visito il luogo del sermone in compagnia di un frate francescano, Guglielmo Spirito, che è anche un appassionato studioso di Tolkien. “Fin da bambino”, mi racconta Guglielmo, “sapevo che sarei diventato un francescano. La cosa che mi attirava più di tutte, da giovane, era il rapporto di san Francesco con gli animali. Per me la sua lezione è la stessa di quella delle fiabe: l’unione con la natura non è solo desiderabile, ma anche possibile. Il santo è un esempio di integrità riconquistata, di un’integrità che è davvero alla nostra portata”. Non c’è alcuna traccia di integrità nell’edicola che commemora la predica agli uccelli, e che sorge sul ciglio di una strada trafficata di fronte a un distributore Vulcangas. A parte il gracchiare di un paio di cornacchie e il cinguettio delle cince, il rumore principale è il rombo delle auto, dei camion e dei trattori di passaggio. Tornati ad Assisi, però, Guglielmo mi porta a visitare due luoghi francescani decisamente incantevoli. Uno era il Sacro tugurio, l’edificio di pietra grezza dove san Francesco e i suoi primi seguaci vissero in volontaria povertà e crearono una confraternita. L’altra era la minuscola cappella di Santa Maria degli angeli, sulla quale, la notte in cui san Francesco morì, la leggenda narra che le sue sorelle allodole volassero cantando. Entrambe le strutture sono ora completamente racchiuse in chiese di epoca successiva, più grandi e decorate. Un architetto, un italiano pragmatico, ha ritenuto opportuno piantare una grossa colonna di marmo in mezzo al Sacro tugurio.

Nessuno dopo Gesù ha vissuto un’esistenza così fedele all’insegnamento del Vangelo come quella di san Francesco; e san Francesco, libero dal fardello di essere il Messia, fece anche meglio di Gesù, ed estese il Vangelo a tutta la creazione. Ho l’impressione che se gli uccelli selvatici sopravvivranno nell’Europa moderna, lo faranno alla maniera di quei piccoli antichi edifici francescani, nascosti dalle strutture di una Chiesa vanagloriosa e potente: come amate eccezioni alla regola.
(La prima parte di questo reportage potete leggerla qui)

Jonathan Franzen, The New Yorker.
Traduzione di Silvia Pareschi per Internazionale
 
Jonathan Franzen è uno scrittore statunitense che vive a New York. Il suo terzo romanzo, 
Le correzioni (Einaudi 2002), ha vinto il National Book Award nel 2002. Il suo nuovo romanzo, Libertà, sarà pubblicato in Italia da Einaudi il 15 marzo 2011. Questo articolo è uscito sul New Yorker con il titolo Emptying the skies.


Parole chiave:
jonathan franzen uccelli caccia bracconaggio

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