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Diritti di molti, ma non di tutti



Di Gianni Saporetti

Ora, questo che accade sotto i nostri occhi ci dice invece che non siamo per niente protetti, che queste carte costituzionali non ci proteggono abbastanza, perché forse nel frattempo non si è voluto curare il male profondo che c’era all’origine, che sono i fondamenti culturali dell’ideologia identitaria delle democrazie europee; vizi che non si sono mai corretti, mai sciolti, mai emendati. Le nostre democrazie europee sono nate su un elemento identitario. La nazione per tanto tempo ha avuto una funzione democratica, emancipatrice, “una nazione di cittadini”, come dice Habermas, e non di membri. Benissimo. Però in situazioni come questa, forse per ragioni che gli economisti, i sociologi e i pubblicisti dovrebbero analizzare (cioè per cause economiche, di declino del benessere), assistiamo a una rilettura della nazione in chiave etnica.

I diritti diventano un patrimonio etnico?
Esattamente: è l’identificazione della libertà, e quindi dei diritti, col possesso; il possesso del suolo, il possesso di una cultura, il possesso di una lingua, il possesso di una religione. Ora, l’idea di possesso, l’idea, cioè, di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la nostra terra, la nostra nazione, la nostra stessa Costituzione, ci induce a leggere i diritti non come uno strumento che stempera questo istintivo possessivismo che esiste nella nostra storia, ma che invece lo fagocita. Quando si vogliono tener fuori gli immigrati, non li si vuole solo tener fuori fisicamente dai nostri confini (spesso vengono in realtà accettati), ma li si vuole tener fuori anche quando sono dentro, quando vivono sotto le nostre leggi e pagano come noi le tasse; li si vuole escludere dalla cittadinanza attiva, da una democrazia attiva. E perché? Perché, si sente dire sempre più spesso, i diritti appartengono a noi.

Ma stiamo attenti, perché queste nuove forme di pensiero comunitario o anti-illuminista non sono un ritorno indietro. I comunitari etnici di oggi non vogliono ritornare a vivere come si viveva prima della società di mercato, prima della rivoluzione, prima, prima... Non ci pensano nemmeno: questi amano la tecnologia, sono figli del nostro tempo, non rifiutano per niente il liberalismo economico, non rifiutano per niente il mercato. E così si crea un’alleanza anche stretta fra queste forme, che sembrano retrograde, e le forme più avanzate di tecnologia e di cultura politica come il liberalismo, per esempio. Questo connubio non appartiene alle forme di comunitarismo del passato o alla tradizione antilluministica classica, è nuovo.

Si è detto anche che i diritti li si deve meritare…
Sì, e francamente di tutta questa grande manfrina che si è fatta sul merito non se ne può più. Sembra che tu il merito ce l’abbia dalla nascita, che non sia, cioè, qualcosa di costruito, di situato in una società, secondo le capacità di cui la società ha bisogno, dei criteri di valutazione in base all’utile sociale. Oggi c’è l’idea che tu devi meritare le cose che hai senz’altra specificazione. Ma ci sono cose che, meritate o no, le hai, punto e basta. Tu hai dei diritti perché sei un essere umano, non devi meritarteli. Questa è la tradizione del mondo occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, questo è il punto fondamentale della nostra politica, che si chiama Stato costituzionale, Stato di diritto, eccetera. Oggi, invece, con questa idea di nazione non più legata alla legalità, al diritto, ma all’etnia, all’identità culturale, una maggioranza potrà decidere se tu ti meriti o non ti meriti un diritto, se tu potrai appartenere al gruppo che detiene i diritti o no.

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Parole chiave: illuminismo diritti

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Cassandra00 (utente non registrato)
le cose non accadono a caso
sono trent'anni che si sta "montando" questo scenario e le masse vengono "educate" a non pensare con la propria testa, anzi proprio diseducate alla cultura che è la base per formarsi un'opinione
e non solo in Italia
il 6 Luglio 2011

Guido Repetto
“Nelle accademie le filosofie universalistiche sono egemoni. … Nella realtà quotidiana nella quale viviamo, per esempio nell’Occidente europeo, sembra che si stiano verificando cose completamente diverse: l’universalismo è sotto attacco.”
Antonio Banfi, forse, rifletteva allo stesso modo allorché osservava che “… nel medesimo tempo in cui la filosofia positiva parlava di umanità progressiva in tono ottimistico, la letteratura, che è sempre molto più sensibile che non la filosofia, esprimeva … la crisi tragica della società borghese …”.
Credo che, rispetto al modello dell’obbligo politico di Macpherson, l’impossibilità per ciascuno di evitare la subordinazione alle leggi del mercato si sia spinta talmente oltre che la seconda condizione che egli poneva sia divenuta quasi trascurabile: un incremento quantitativo ha determinato una variazione qualitativa. Il conflitto era bensì tra capitale e lavoro, ma anche (e forse fino ad un certo momento soprattutto) tra capitale e stato nazione e oggi la sovranità s’è trasferita direttamente presso il nuovo ed esclusivo centro di produzione del diritto che è il mercato. Così l’economia e la politica (e lasciamo perdere la politica economica), rinunciano alla finzione di partire dall’uomo, si risolvono in vuote etichette (liberale, socialista, riformista in varia combinazione tra loro) e perdono ogni ruolo di progettazione scivolando verso uno scadimento metafisico.

Che bella intervista!
l'8 Luglio 2011

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