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Divisi e diseguali



di Francesco Erspamer






Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, sul New York Times di qualche giorno fa: “Stiamo per entrare in un mondo diviso non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche tra i paesi che non fanno nulla per diminuire l’ineguaglianza economica interna e quelli che lo fanno. Alcuni paesi riusciranno a raggiungere una prosperità condivisa – l’unico tipo di prosperità che a mio parere sia veramente sostenibile.
 
Altri lasceranno via libera a un’assurda ineguaglianza. In queste ultime società, divise e diseguali, i ricchi si barricheranno in comunità chiuse, quasi completamente separati dai poveri, le cui vite saranno incomprensibili per loro, e viceversa. Ho visitato paesi che sembrano aver scelto questa strada e né le oasi fortificate dei ricchi né le squallide baraccopoli dei poveri mi sono parse luoghi in cui sia piacevole vivere”.
 
Stiglitz mostra come negli Stati Uniti (che fino ai primi anni ottanta e all’avvento di Ronald Reagan erano il paese con la più prospera classe media del pianeta) quasi tutta la ricchezza sia oggi concentrata nelle mani dell’1% della popolazione, e l’80% sia a rischio povertà. Ciò nonostante, continua, “l’Europa sembra ansiosa di imitare gli americani”.
 
Anche l’Italia? Il berlusconismo è stato il primo, grande passo nella direzione dello smantellamento dello stato sociale, dell’indebolimento dei vincoli sociali e delle comunità, dell’affermazione di una cultura del successo e dell’individualismo. Beppe Grillo o Matteo Renzi faranno il secondo passo.
 
Non lo dico perché mi stanno antipatici ma perché questa loro intenzione la si può dedurre dai loro programmi. Grillo e il suo guru Casaleggio hanno scelto di giocare la carta del populismo e dunque dice tutto quello che la gente vuole ascoltare. All’inizio della loro carriera facevano il nome di Stiglitz: non più. Proporre di “semplificare lo stato” e di abolire i contributi pubblici ai partiti e ai giornali (sono tre dei loro “20 punti per uscire dal buio”) vuol dire aprire un vuoto che sarà inevitabilmente riempito dai privati.
 
Emblematico un altro dei loro punti: “Istituzione di un politometro per verificare arricchimenti illeciti dei politici”; come se nel caso di comportamenti illeciti non bastasse fare intervenire la magistratura e come se il rischio maggiore non fosse invece costituito dagli arricchimenti legali, ossia resi tali da apposite leggi e norme – basta guardare agli Stati Uniti, dove i soldi che le multinazionali danno ai politici si chiamano lobbying e non corruzione. Neanche una parola, nei programmi di Grillo, sull’eguaglianza. Nessun interesse per una tassazione fortemente proporzionale; al contrario, per lui l’IMU va abolita per tutte le prime case, inclusi attici e ville da milioni di euro.
 
Sul liberismo di Renzi non c’è bisogno di discutere. Lui stesso ha affermato che “il liberismo è di sinistra” e fra i suoi dichiarati modelli ci sono Tony Blair e Pietro Ichino. Quanto al programma che stilò per le primarie, era montiano e merkeliano: risanamento finanziario a tutti i costi, da raggiungere attraverso privatizzazioni e tagli al welfare.
 
Renzi e Grillo sono liberisti. Un po’ perché pensano che vent’anni di berlusconismo abbiano convinto una sufficiente percentuale di elettori che il sistema pubblico porti solo auto blu, privilegi e inefficienza, e che dunque convenga cavalcare il mito del libero mercato. Ma un po’ anche perché entrambi si sentono dei vincenti e credono davvero che chi ha avuto successo se lo meritava e che chi non lo ha avuto non meriti niente.
 
C’è ancora tempo per evitare questa deriva. Non molto però: essenziale sarà organizzare una nuova sinistra attorno a un programma esplicitamente antiliberista; ma per arrivarci occorre innanzi tutto rendersi conto che l’ineguaglianza, come dice il titolo dell’articolo di Stiglitz, è una scelta, non un destino.
Controanalisi




Parole chiave: diseguaglianza stiglitz grillo renzi

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