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Elogio dell’impotenza



di Fausto Pellecchia

Scultura di Ron Mueck

Scultura di Ron Mueck







Con riferimento all’Ethica di Spinoza, Gilles Deleuze ha affermato che l’operazione fondamentale del potere consiste nel separare gli uomini dalla loro potenza, nel defraudarli delle loro possibilità di agire. La disposizione delle forze attive sarebbe perciò inibita nel suo concreto esercizio o perché vengono minate le condizioni materiali che lo rendono attuabile, o perché un interdetto ne proibisce formalmente l’espletamento. In entrambi i casi, il potere – ed in questo si rivela la sua figura più oppressiva e brutale – separa gli uomini dalla loro potenza e, in questo modo, li rende impotenti.

Vi è, tuttavia, un’altra, più subdola,  operazione del potere, che non agisce immediatamente su ciò che gli uomini possono fare – sulla loro potenza -  bensì sulla loro impotenza, nel senso che li priva di ciò che essi possono non fare. Nella trattazione che Aristotele svolge nel libro IX (Θ) della Metafisica, la categoria di essere-in-potenza sembra sottrarsi alla bebaiotate arché (principio di non contraddizione) che il filosofo aveva formulato nel libro IV (Γ) della Metafisica: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo ».  Ma, a proposito della teoria della potenza, Aristotele non esita a sancire come acquisizione definitiva che quest’ultima, la potenza, sia già sempre, costitutivamente, anche impotenza, e che ogni poter fare sia anche, perciò, un poter non fare : «L’impotenza [adynamia] – egli scrive – è una privazione contraria alla potenza [dynamis]. Ogni potenza è impotenza dello stesso e rispetto allo stesso [di cui è potenza] (Met.1046°, 29-31).

In questo contesto, tuttavia,“impotenza” non significa soltanto assenza di potenza,  limite negativo che specifica la potenza positiva,  ma anche e soprattutto “poter non fare”, poter non esercitare in atto la propria potenza. Ed è proprio questa specifica ambivalenza di ogni potenza, in quanto è costitutivamente potenza-di-essere e di non-essere, di fare e di non-fare, che definisce il nucleo caratteristico della potenza umana. L’uomo è, cioè, il vivente che, esistendo esclusivamente nel modo della potenza, può tanto una cosa che il suo contrario. Questo carattere lo espone, più di ogni altro vivente, al rischio dell’errore e del fallimento, ma,  insieme, gli permette di accumulare e di padroneggiare liberamente le proprie capacità, sfuggendo al destino di porre immancabilmente in atto tutto ciò che in lui è in potenza. Ed è esattamente in questo senso che l’uomo riesce a disporre liberamente  delle sue naturali capacità, trasformandole in “facoltà”.

Pertanto, ciò che egli esercita in atto, il rango della sua azione non è commisurato soltanto a ciò che egli può fare, ma anche e innanzitutto alla sua attitudine a mantenersi in relazione con la possibilità di non farlo.  L’atto di una libera potenza, cioè, non è mai un atto necessario, ma resta segnato dalla contingenza: è, potendo non essere [così come, simmetricamente, non è, pur potendo essere.] Mentre il fuoco può soltanto bruciare e gli altri viventi possono soltanto la propria potenza specifica (secondo il progetto contenuto nel proprio codice genetico), possono, cioè, solo questo o quel comportamento iscritto nella loro vocazione biologica, l’uomo è l’animale che può la propria impotenza: fa, potendo non fare, e non fa, potendo fare, in un costante, inestricabile intreccio.

È su quest’altra più oscura faccia della potenza [Möglichkeit] che oggi fa valere i suoi “tristi” effetti quel potere [Macht] che ama definirsi, quasi per antifrasi, “democratico”. Esso separa gli uomini non tanto e non solo da ciò che possono fare, ma innanzitutto e per lo più, da ciò che possono non fare. Separato dalla sua impotenza, privato dell’esperienza di ciò che può non fare, l’uomo odierno si crede capace di tutto, e ripete il suo gioviale “non c’è problema”, il suo “Yes, we kan”, proprio quando dovrebbe rendersi conto di essere abbandonato in misura crescente a forze e processi per i quali  ha perso ogni disposizione e  ogni controllo [basti qui ricordare le fosche previsioni sulle imminenti apocalissi che minacciano gli ecosistemi e che i centri internazionali di ricerca segnalano inascoltati da decenni ]. L’uomo sembra dunque diventato cieco  non alle sue capacità, ma alle sue incapacità, non a ciò che può fare, ma a ciò che non può o può non fare.

Di qui discende altresì il definitivo confondersi, nel nostro tempo, dei mestieri e delle vocazioni, delle identità professionali e dei ruoli sociali, ciascuno dei quali è affidato all’interpretazione di comparse, la cui sfrontatezza è direttamente proporzionale alla provvisorietà e all’incertezza della loro recita. L’idea che ciascuno possa fare o essere indistintamente qualsiasi cosa, il sospetto che il medico che mi esamina potrebbe essere l’operatore telefonico di un call center commerciale,  o che il ministro della P.I. possa essere una porno-diva,  e che perfino il carnefice che mi uccide sia in realtà, come nel Processo di Kafka, un cantante, non sono che il riflesso della consapevolezza che tutti si stanno piegando a quella radicale “flessibilità”  che è oggi la prima qualità che il mercato del lavoro richiede.

Al di là della grave crisi economica che stiamo subendo, nulla rende tanto poveri e così poco liberi di questa suprema estraniazione dell’impotenza. Chi, infatti,  è separato da ciò che può fare, può tuttavia ancora resistere, può ancora non fare – dandosi così almeno il tempo per riflettere e  rinvenire un possibile esodo) senza essere costretto a disperdersi nei labirinti della precarietà e dell’improvvisazione permanente.

Chi, al contrario, è separato dalla propria impotenza perde, innanzitutto, la capacità di resistere e di sottrarsi agli effimeri arruolamenti sociali che vengono fatti balenare di volta in volta dai nuovi chierici dello status quo. E poiché è soltanto la bruciante consapevolezza di ciò che non possiamo essere a garantire la verità di ciò che siamo,  è solo, altresì, la lucida visione di ciò che non possiamo o possiamo non fare a dare consistenza al nostro agire.

Infatti, dovremmo rammentarci che l’agire propriamente umano non dipende solo dalla generica potenza, non è solo l’immancabile attuazione di ciò che siamo capaci di essere: ogni atto umano, essendo sempre, anche e innanzitutto, l’atto della nostra costitutiva impotenza, manifesta in se stesso la cifra della propria inestirpabile contingenza: ciò che siamo veramente, così come la dignità e il valore di ciò che facciamo, discende perciò innanzitutto dall’autoriflessione della nostra impotenza. Solo rivolgendosi, cioè,  su se stessa, in un sovrano autoriferimento, l’impotenza può capovolgersi nella libertà della potenza e lasciar essere un atto perfettamente imprevedibile, come l’esitante sigillo del nostro più autentico poter non-non-essere e poter non-non-fare.




Parole chiave: baruch spinoza gilles deleuze aristotete franz kafka

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