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Esseri e universi ben invisibili



di Francesco Panaro


«La società è come un'onda. L'onda si muove in avanti, ma resta immobile la massa d'acqua di cui essa è composta. La stessa particella non s'innalza dal fondo fino alla cima. La sua unità è solo fenomenica».

 
 


Primo capitolo – primo paragrafo
 
1. Cos’è l’acqua?
Tutto avviene perché è voluto. Anche l’errore, l’indesiderato, è preso in considerazione per essere utilizzato vantaggiosamente e infine corretto. Tutto concorre a costruire la realtà individuale e sociale, anche l’avvenimento accidentale. La cultura, o fatto culturale, è l’aria, il liquido, il terreno o medium di coltura, è il reticolo da cui filtrano gli elementi ideologici significanti. Sono essi stessi l’ideologia. È qui che tutto avviene. Il congegno che muove tutto non si mostra, non si fa interrogare, anzi non deve essere interrogato, finge di fare come la rosa del distico di Angelus Silesius, che «è senza perché; fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, che tu la guardi non chiede» (1).

La cultura è la sostanza narcotica in cui il mondo vive immerso e di cui si nutre, che beve inconsapevole, che respira e dalla quale si fa porre i limiti del suo agire. È possibile che la conoscenza, sviluppata in queste condizioni, costruita con lo studio e l’esercizio o appresa involontariamente per vita vissuta, possa mostrare gli stessi difetti e caratteristiche: dal punto di vista sociale e individuale il comportamento di un laureato e di un individuo che ha compiuto solo gli studi di base, escluse irrisorie differenze di metodo, è pressoché identico. La maggior parte delle possibili differenze che vedono la luce nascono già condizionate.

Lo scrittore e saggista David Foster Wallace nel discorso di conferimento delle lauree tenuto al Kenyon College racconta di due giovani pesci che fluendo nell’acqua incontrano un pesce più anziano che viene nel senso contrario. Con un breve cenno di saluto, quello anziano chiede: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?». I due pesciolini, che hanno ascoltato la domanda, continuano a nuotare e a un certo punto l’uno guarda l’altro e chiede: «Che diavolo è l’acqua?» (2).


 
Quarto capitolo – primo paragrafo
 
«Al posto del veleno introduco formiche intellettuali liberali nella popolazione, in modo da intaccare il sentimento patriottico e indurla a mettere in dubbio il regime autoritario della regina. Lentamente, nel corso delle generazioni, la loro genetica fermezza s’indebolirà fino al punto che se ne staranno permanentemente nel nido a guardare la televisione e scrivere lettere al direttore» (3).

È la didascalica spiegazione – in una vignetta bizzarra che ha considerato molte verità – data alla padrona del giardino invaso dalle formiche dall’operatore della ditta di disinfestazione mentre libera dalla busta le formiche intellettuali per farle entrare nel formicaio e iniziare il lento e inesorabile sovvertimento dell’ordine sociale della comunità dei laboriosi insetti.

Un metodo indubbiamente noioso e poco credibile almeno per la padrona di casa che non nasconde la sua espressione scettica e si prefigura già una lunga convivenza con gli imenotteri, che siano intellettuali o lavoratori ignoranti. Lei, plausibilmente, preferirebbe un’azione drastica con sostanze chimiche letali. In democrazia, almeno in apparenza, bisogna mantenere il sangue freddo e far credere che le scelte dei cittadini siano fatte per libero arbitrio e non per intimidazione o per plagio.

In Occidente sono state bandite, almeno per ora, le dittature e una parte del lavoro complesso dell’addomesticamento viene completato dai lavoratori della cultura – intellettuali, filosofi, giornalisti, sociologi, comunicatori, psicologi… – invitati dai media a scrivere, a portare le loro idee nei salotti televisivi. Tutti sono censori di sé stessi in ossequio ai mezzi di comunicazione che frequentano e, soprattutto, perché sono i custodi-stregoni del sapere di massa da riprodurre. È come se tutti rispondessero al direttore dell’albergo Praga di Hrabal:
 
«Tu qui sei un apprendista cameriere, quindi ricordati. Tu non hai visto nulla e non hai sentito nulla. Ripeti!». E io dissi che al lavoro non vedevo nulla e sentivo nulla. E il principale mi tirò l’orecchio destro e disse: «Ricordati però che devi lo stesso vedere e sentire ogni cosa. Ripeti!». E io ripetei sbigottito che avrei visto e sentito ogni cosa (4).


Non si deve essere sé, ma bisogna esserlo: persone inanimate.
 
Vi sono intellettuali disposti a prestare il nome ad un ente, a un’università di segno opposto alla propria estrazione culturale o ideologica. Uno degli espedienti più convincenti e veloci adottati dalle università di una data area culturale è quello di offrire cattedre d’insegnamento ad intellettuali stimati negli ambienti culturali di altra estrazione. Dalle due parti vi sono guadagni di immagine sulla tolleranza reciproca.

Si immagini un intellettuale cattolico, conservatore, che venga invitato ad insegnare da una università progressista, indipendente da ogni forma religiosa, e si immagini naturalmente il contrario: non è, questo, svilimento per la contaminazione dei saperi, bensì riflessione sull’uso politico di alcune pratiche ingannevoli di tolleranza fra elementi di idee opposte.

Per fare un esempio. La fondazione di un potente ospedale privato italiano cattolico, nel 2011 viene messa sotto inchiesta dalla magistratura per un fallimento di svariati milioni di euro e per una gestione non trasparente delle risorse. Indagato il presbitero fondatore (5), suicida il vicepresidente (6). Fin dagli anni Novanta (7) quell’ospedale era stato al centro di indagini per danni alla pubblica amministrazione. Una vicenda etica e morale oscura, intricata.

Nel 2002 il presbitero fonda, a nome e con i finanziamenti di quella fondazione, la facoltà di filosofia. Il primo preside è un filosofo (8) culturalmente cresciuto nel Partito Comunista Italiano, intellettuale progressista nell’immaginario degli ambienti culturali di sinistra, uomo di solidi valori etici nonché mente intelligente prestata anche alla polemica televisiva e politica.
 
In quella stessa università è chiamata a insegnare una filosofa (9) che in un saggio molto letto mette sotto accusa le questioni morali della società italiana, la corruzione della vita economica e politica, lo scambio dei favori, l’uso delle ricchezze pubbliche a fini privati e così via. Uno scritto che s’interroga sui massimi sistemi, ma che non entra in quelli minimi: se i soldi con cui vengono pagati gli stipendi dei professori di quella università abbiano un’origine legittima oppure possano essere contaminati.
 
Richard Smith non ci avrebbe pensato due volte.Il professore di giornalismo medico della Nottinghan University (10) nel 2001 chiese ai lettori, sul sito  del British Medical Journal di cui era direttore editoriale, se avesse dovuto dimettersi dopo aver saputo che il suo ateneo aveva accettato un dono di 3,8 milioni di sterline dalla British American Tobacco, preoccupato che una simile donazione, in modo o nell’altro, avrebbe potuto influire su importanti ricerche sul cancro in relazione al fumo.

Dei 1.075 voti totali, l’84% affermò che l’università avrebbe dovuto restituire il denaro, e il 54% consigliò Smith di lasciare l’incarico se avesse rifiutato di farlo. L’ateneo mantenne il regalo e il professore lasciò. A parte il giudizio che ognuno può trarre dalla vicenda, il dubbio di fondo rimane comunque. Si intravede che la credibilità etica di quella università sarebbe andata compromessa anche se avesse restituito la somma. Con meno danni, sicuramente. Il Consiglio e il Senato accademico che decidono sotto la pressione dell’opinione pubblica di restituire un finanziamento già accettato, per risolvere il conflitto d’interesse, non appiana le cose, bensì compromette la credibilità di tutto l’apparato di ricerca dell’università, dell’università stessa, danneggiando l’autorevolezza e l’onestà di scienziati fino a quel momento ignari.
 
C’è il sospetto che il mondo delle idee insieme ad un non breve elenco di altre attività umane, sia totalmente amministrato da entità incorporee che sfuggono alla riconoscibilità immediata, che non hanno né un nome né un luogo dove giacciono e operano. Per evitare di ripercorrere strade già percorse da vari studi di economia, dalle scienze sociali e dall’informazione indipendente diamo allora per acquisito che è noto, almeno a grandi linee, che il mondo è totalmente amministrato da queste forze locali, nazionali e, nella maniera prepotente, da forze sovranazionali fin nelle pieghe più inaspettate.

Il mondo delle idee, specialmente quelle scomode e critiche, sarà sempre più domato, democraticamente addomesticato, instradato, perché sempre più gli intellettuali agiranno da censori con sé stessi per accedere al grande pubblico, utente finale e soprattutto acquirente del loro lavoro che è, nella maggior parte dei casi, un libro.
Nasceranno grandi pensatori a breve e medio termine e idee poderose capaci di ipotizzare nuovi mondi? Il sospetto è inevitabile. Potranno comparire onesti scienziati, stimabili intellettuali ai quali sarà comunque cautamente permesso l’accesso ai mezzi di comunicazione e ad una audience moderata, ma non di più. In proposito è utile leggere il brano seguente del 1969 di Max Horkheimer:
 
Quando sorse, negli anni Venti, la teoria critica si era ispirata all'idea di una società migliore; aveva un atteggiamento critico verso la società, e altrettanto critico nei confronti della scienza. Quel che ho detto della scienza non vale solo per essa, ma in eguale misura anche per il singolo individuo. Si fa delle idee, ma non sa che cosa le condizioni, perché abbia proprio quelle idee e non altre, perché si interessi appassionatamente di certe cose e non di altre, proprio come la scienza non conosce i motivi che l’hanno indotta a imboccare un determinato indirizzo di ricerca e non un altro.

Si pensi, ad esempio, a quanto poco sia oggi sviluppata la psicologia dell’uomo. Sigmund Freud ha creato la psicoanalisi, ma questa scienza non ha successivamente raggiunto un livello molto elevato. Nell’università finora non si prendono veramente a cuore questi problemi, perché si crede di dover affrontare altri compiti scientifici più urgenti.

La nostra teoria critica originaria, così come si è ampiamente riversata nella «Zeitschrift für Sozialforschung», fu, come accade di regola quando si mette in moto un’impresa, molto critica, specialmente nei confronti della società dominante, poiché, come ho già detto, aveva generato l’orrore del fascismo e del comunismo terroristico. Produceva molta miseria inutile, e noi speravamo che sarebbe giunto il tempo in cui questa società avrebbe potuto essere organizzata in vista del bene di tutti proprio come già oggi sarebbe possibile fare.

Eravamo convinti che nelle relazioni degli uomini e del loro pensiero un momento centrale fosse costituito dall’esistenza di dominatori e dominati, cosa che diventò particolarmente evidente con il nazionalsocialismo. Per questo riponevamo allora le nostre speranze nella rivoluzione, poiché in Germania dopo il nazionalsocialismo le cose non potevano certo peggiorare con una rivoluzione. Una volta realizzata la «società giusta» attraverso la rivoluzione dei dominati, quale era stata concepita da Marx, anche il pensiero sarebbe diventato più giusto.

Poiché non sarebbe più dipeso dalla lotta consapevole o inconsapevole tra le classi. Ma sapevamo bene – ed è questo un aspetto decisivo della teoria critica di allora e di oggi – che non è possibile determinare a priori questa società giusta. Si poteva dire cos’era il male nella società esistente, ma era impossibile dire cosa sarebbe stato il bene, si poteva cioè soltanto lavorare perché il male infine scomparisse. […] Il cammino della società che infine cominciammo a vedere, e quale oggi lo giudichiamo, è completamente diverso. Ci siamo convinti che la società si trasformerà in un mondo totalmente amministrato (11).
 
Gli omologhi del disinfestatore nel giardino della signora americana hanno mostrato grande competenza e precisione nell’immettere in varie parti del mondo, Occidentale e non, le formiche liberali che hanno portato all’amministrazione della società.
In passato, gli scrittori e gli artisti erano lo spirito critico e libero, «Un tempo essi firmavano le loro lettere, come Kant e Hume, “servo umilissimo”, e intanto minavano le basi del trono e dell’altare. Oggi danno del tu ai capi di governo e sono sottomessi, in tutti i loro impulsi artistici, al giudizio dei loro principali illetterati» (12).

Brani tratti da Francesco Panaro, Contro la cultura. Esseri e universi ben invisibili. Mimesis 2015.
In tutte le librerie



NOTE
(1) A. Silesius, Il pellegrino cherubico, I, 289; III, 72, Cinisello Balsamo 1989, Edizioni San Paolo.
(2) D.F. Wallace, Questa è l’acqua, p. 143, Torino 2009, Einaudi.
(3) Z. Kanin, vignetta, The New Yorker, Condé Nast.
(4) B. Hrabal, Ho servito il re d’Inghilterra, p. 7, Roma 1986, Edizioni e/o.
(5) Luigi Maria Verzé.
(6) Mario Cal.
(7) P. Biondani, “Sanità, summit per organizzare la truffa”, p. 15, Corriere della sera, 20 febbraio 1999.
(8) Massimo Cacciari.
(9) Roberta De Monticelli.
(10) J. Meikle, Professor quits over tobacco firm’s £ 3.8m gift to university, The Guardian, Friday 18 May 2001 12.41.
(11) M. Horkheimer, La teoria critica ieri e oggi, pp. 372-374, in La scuola di Francoforte, Adorno, Fromm, Horkheimer, Löwenthal, Marcuse, Pollock, Torino 2005, Einaudi.
(12) M. Horkheimer, T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p. 140.

 

Parole chiave: francesco panaro filosofia della cultura sociologia della cultura antropologia

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