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Filosofi anonimi



Di Carlo Penco

Allo stesso modo, si potrebbe dire, Lelio Basso, Palmiro Togliatti, Giuseppe Dossetti,

che discutono su come definire il matrimonio nell’articolo 29 della Costituzione, e gli avvocati, che difendono o criticano l’idea che un certo oggetto rientri o non rientri nella categoria di oggetto artistico, sono tutti “filosofi anonimi”: fanno filosofia, ma non lo sanno. Ma davvero, se lo avessero saputo, si sarebbero considerati “filosofi”?
 
Certo Casati ha qualche ragione. Una cosa sono i filosofi di professione, un’altra tutte quelle persone che, all’interno della loro professione, “prendono le distanze dall’agire o operare nella professione e rivolgono a quanto stanno facendo uno sguardo filosofico” (p.61). Ma allo stesso modo sono ingegneri le persone che cercano soluzioni ingegneristiche a problemi di vario tipo (meccanici, civili, navali, ecc.); oppure siamo tutti architetti quando studiano come arredare un appartamento o immaginiamo come si dovrebbe ristrutturare una città,  tutti chimici quando cerchiamo nuove combinazioni di ingredienti in cucina; tutti psicologi quando ragionano sugli altrui stati mentali, e tutti avvocati quando discutiamo di chi ha ragione o torto.
 
Ma quando si insegna ingegneria, si passa da un atteggiamento a un metodo, e così per le altre professioni o attività. E qual è il metodo della filosofia? Non c’è e non ci può essere risponde Casati; le filosofie sono troppe e troppo diverse, e la ricerca di un metodo o di un canone è destinata al fallimento: ci sarebbe sempre qualcuno che non lo riconoscerebbe come tale. Lo metterebbe appunto in discussione (facendo appunto negoziazione concettuale).
 
Dummett insisteva sulla necessità di conoscere la logica, come parte della “cassetta degli attrezzi” del mestiere del filosofo. Casari dice che si può ragionare anche senza conoscere la logica (niente di più vero). Ma non si possono affrontare problemi complessi di ontologia, epistemologica, filosofia del linguaggio e della scienza senza conoscere la logica. E i problemi che si poneva Aristotele – e oggi si pongono gli ingegneri che costruiscono ontologie per il semantic web – non si possono  affrontare per davvero senza conoscere la logica.
 
Casati propone una negoziazione concettuale: mettiamo d’accordo nel chiamare l’attività filosofica “negoziazione concettuale” come definizione necessaria a sufficiente per capire chi fa filosofia. In questo modo dà spazio a tutti, ermeneuti e  fenomenologi, analitici e  continentali, filosofi-logici e filosofi-poeti. E’ un tentativo immane, e si sa che più si allarga l’estensione più si restringe l’intensione, la quale diventa sempre più generale, magari necessaria ma non sufficiente.
 
Un problema riguarda i filosofi anonimi che, a differenza degli alcolisti anonimi – che sanno di essere alcolisti ma vogliono restare anonimi –  non è sempre detto che si vogliano riconoscere nella categoria del “filosofo”, e forse, come gli alcolisti, vorrebbero smettere di esserlo o di essere considerati tali:
 
“Per Dio!” – potrebbe dire Dossetti – “non sono certo un filosofo, ma un vero politico, e ho difeso i valori cristiani”; “Per Bacco” – potrebbe fargli eco Togliatti – ”io non ho fatto filosofia, io ho fatto vera politica difendendo i valori della laicità”.
 

P.S. Casati comunque aiuta i docenti di filosofi (me compreso) che stimoleranno gli studenti a nuove professioni (mediatori culturali?) e comunque anche a uno stile: invece di lasciarsi travolgere dalla pratica del lavoro ogni tanto sospendere e ragionare su quello che si sta facendo. Magari con vantaggi per lo stesso lavoro.
 
(Faber Blog – Il Sole 24 Ore)

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Parole chiave: filosofia

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