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Fuori da questo secolo!



di Francesco Panaro Matarrese







A Peggy Guggenheim il secolo appena andato, il Novecento, stava molto stretto. Per i costumi, sicuramente, ma anche ed essenzialmente per quello che la scena artistica le offriva. Sapeva anche che – giusto per un problema anagrafico, era nata nel 1898 – non sarebbe riuscita a vedere la luce del nuovo, del  futuro, e si mise in moto per inventarne uno tutto suo con un’agitazione continua, come una giostra pazza in movimento perenne. Poi diventato il suo stile di vita. Le persone che discendono da famiglie ricche, che covano quel giusto peso – in equilibrio – di follia ed agitazione poi ci riescono ad allontanarsi, a prendere le distanze dalla famiglia di origine ed essenzialmente dai propri contemporanei (da questo punto di vista l’editore Giangiacomo Feltrinelli aveva alcune affinità con Peggy Guggenheim).
 
E ci riuscì ad inventare questo suo personale mondo parallelo dell’arte, fondando il Guggenheim, il museo che porta il suo nome, il nome della sua famiglia. Ricchissima. Con esso riuscì a contaminare la  normalità sonnacchiosa della vecchia imprenditoria dell’arte, molti lo hanno preso a modello, e detta scuola ancor oggi.  Le poche pagine che seguono sono tratte dalla biografia scritta da Anton Gill.
 
Ma prima di entrare nei fatti della vita di questa donna che fu amica, talent scout, amante, commerciante, mecenate d’arte e dei maggiori artisti del secolo scorso, bisogna risalire alla sua autobiografia del 1946 –  Out of this century con la copertina disegnata da Max Ernst (fronte) e da Jackson Pollock (retro) – quella che Peggy pensava di dedicare all’amico e critico d’arte James Johnson Sweeny. Prima di mandarla alle  stampe lei telefona a Sweeny, ecco la breve conversazione, che poi è diventata la dedica della donna che ha amato l’arte sì, ma soprattutto gli artisti, con una prefazione di Gore Vidal:
 
Peggy Guggenheim:  Sweeney, ho qualcosa di molto imbarazzante da chiederti. Ti piacerebbe se dedicassi le mie memorie a te?
James Johnson Sweeney:  Al contrario, ne sarei lusingato e felicissimo.
Peggy Guggenheim:  Spero che tu non viva pentendoti di ciò.
James Johnson Sweeney:  Mi auguro che tu voglia dire che io vivrò, ma che non mi pentirò.
 
La vita di Peggy Guggenheim si è costruita per una naturale inclinazione, senza forzature, sopra un  mondo rutilante in crescendo di nomi come Brancusi, Duchamp, Kandinskij…, una spirale verso l’alto. E non sarà stato un caso che l’architetto Wright abbia progettato il famoso Solomon R. Guggenheim Museum di New York proprio a forma di spirale. La vita di Peggy Guggenheim è stata una lunga fila di persone incontrate per l’arte, poi finite – non tutte, certo – in un letto. I suoi incontri non si fermano solo agli artisti. c’è anche l’intellighenzia di tutto il mondo occidentale di tre quarti di secolo. Centinaia di scrittori, compresi James Joyce e il suo amico Beckett. Per quest’ultimo avrà una forte attrazione, un amore non corrisposto da Beckett. Le pagine che seguono parlano proprio di quel periodo, di quell’amore infranto subito, con una sorprendente, se non proprio sconcertante fine, uno strano tentativo di omicidio.

 
Peggy Guggenheim

Indaffarato com’era alla fine del 1937, Marcel Duchamp trovò il tempo non solo di presentare Peggy agli artisti che conosceva a Parigi, ma anche d’impartirle le basi indispensabili per capire l’arte moderna. Bisognava mostrale la differenza fra astrattismo e surrealismo, e fra il surrealismo «onirico» di un Dalì o di un De Chirico e quello «astratto» di un André Masson. Peggy era un’allieva sveglia e volenterosa, che mostrava un’affinità e sintonia naturale con ciò che vedeva, adattando alle nuove forme e ai nuovi schemi quell’occhio che aveva cominciato a sviluppare per l’arte antica sotto la guida di Armand Lowengard. L’arte contemporanea si prestava ad applicare i principi – i valori tattili, movimento, composizione spaziale e colore – esposti da Bernhard Berenson.
 
Peggy non pagò a Duchamp lezioni e consigli; a lui non sarebbe mai venuto in mente di chiedere un compenso, né a lei di pagarlo a meno di esplicita richiesta – e anche in quel caso tirando sul prezzo. C’erano anche ragioni più sottili: a quei tempi non era normale che un uomo accettasse denaro da una donna, né le donne si aspettavano che lo facesse. Un altro fattore è l’atteggiamento sessista che Duchamp aveva in comune con la maggior parte dei contemporanei, anche se paradossalmente lui, che non è mai stato ricco, aveva sempre relazioni con donne danarose.
 
Brancusi era via da Parigi e non riusciva a rintracciarlo, e al suo posto Duchamp suggerì di contattare Jean Cocteau per la mostra inaugurale. Prossimo ai cinquant’anni, Cocteau era un personaggio affermato, dall’attività poliedrica – poeta, commediografo, stilista, pittore si era occupato anche di balletti, per i quali aveva scritto diverse sceneggiature. Il primo incontro avvenne nella sua camera d’albergo, dove Peggy lo trovò regalmente disteso nel letto in una nube di fumo della sua pipa da oppio. In seguito Cocteau l’invitò a pranzo, ma passò la sera a rimirarsi nello specchio del ristorante alle sue spalle. Malgrado l’aria distratta, accettò di mettere insieme il materiale per una mostra, con l’aiuto di Duchamp, benché la cattiva salute non gli permettesse di presenziare all’inaugurazione. La data di apertura venne fissata per il 24 gennaio 1938. Sarebbero seguite, fino a tutto aprile, mostre di opere di Kandinskij, proposte da Duchamp, e del ritrattista Cedric Morris, un amico di Mary Reinolds.
 
Peggy frattanto ebbe tempo di rinnovare le vecchie conoscenze parigine, fra cui Helen Fleischman, ora sposata con Giorgio Joyce, e gli stessi James e Nora Joyce, che aveva visto l’ultima volta quando ancora abitava a Parigi con John Holms. Ritrovò anche una persona con la quale durante il soggiorno parigino aveva avuto, tramite Joyce, solo un breve incontro: il giovane amico fedele seguace di Joyce, anch’egli irlandese, Samuel Beckett.
 
Di ventiquattro anni più giovane (nel 1937 aveva trentun anni appena), Beckett conosceva Joyce dal 1927, quando si erano incontrati a Firenze. Era un suo grande ammiratore e di lì a poco avrebbe raccolto per lui il materiale destinato a confluire nel  Finnegans Wake, oltre a fargli letture a voce e scrivere sotto dettatura, dato che Joyce era quasi cieco. Beckett si stava già affermando come poeta di singolare originalità e al tempo del secondo incontro con Peggy cominciava – fra mille incertezze, dato il carattere ostico del suo lavoro – un’attività di romanziere. I suoi rapporti con Joyce avevano resistito a un duro colpo. Nel 1928 aveva conosciuto la figlia del maestro, Lucia, e nei due anni successivi era diventato un assiduo frequentatore di casa Joyce, in quella che ora si chiama square de Robiac.
 
Lucia studiava danza e Beckett, ormai amico di famiglia, accompagnava ogni tanto James e Nora a vedere gli spettacoli della figlia. Lucia, pur mancando alla fine dell’energia necessaria a una carriera di ballerina, era tuttavia anche una buona cantante. Passionale, tesa come una corda di violino, era una ragazza slanciata, con un bel personale, affetta da un lieve strabismo che non le dava pace. Aveva avuto diversi amanti, o almeno infatuazioni passeggere, prima che i suoi sentimenti si focalizzassero su Beckett nel 1929.
 
Né Beckett né i Joyce se ne rendevano conto, ma Lucia a quel tempo si era già incamminata verso la malattia mentale che l’avrebbe perseguitata per tutta la vita. Beckett non ricambiava la sua passione, ma la portava fuori a cena o a bere qualcosa, più che altro per rinsaldare il legame con la famiglia. Alla fine non poté più fingere di non vedere che era innamorata di lui e dovette dirle che non l’amava. La cosa sconvolse Lucia e provocò una rottura fra Beckett e il maestro, rottura che si sanò solo quando Joyce infine prese atto delle turbe mentali della figlia. Essere messo al bando dal suo idolo non fu meno doloroso per Beckett.
 
Già riconciliato con Joyce quando rivide Peggy a Parigi, Beckett era un uomo magro, serio, dall’aria ascetica (per quanto bevesse molto), che non badava affatto al vestiario ed era per molti versi totalmente avulso dalle cose mondane. C’era in lui qualcosa – era anche atletico, e all’università aveva praticato il cricket e la boxe – che le ricordava Holms. Che fosse così serioso, goffo e taciturno la metteva un poco a disagio, ma le piacevano la sua intensità e lo sguardo penetrante degli occhi grigioverdi. La combinazione di alcol, intellettualismo e letteratura era qualcosa di irresistibile per lei.
 
Lo rivide a una cena data da Joyce per S. Stefano da Fouquet, all’epoca il suo ristorante preferito. Beckett era appena uscito da un penoso processo per diffamazione in Irlanda, in cui era stato coinvolto come testimone, e per lui era un sollievo ritrovarsi fra gli amici a Parigi. Dopo cena andarono insieme dai Fleischman a bere un bicchiere, e lì Beckett le chiese, nel suo modo brusco, se poteva accompagnarla a casa. La prese sottobraccio e così fecero tutta la strada fino all’appartamento di rue de Lille dove Peggy abitava momentaneamente, a St. Germain de Près. Una volta entrati, lui si sdraiò sul divano invitandola a seguirlo.
 
Lei suggerì che forse era meglio il letto, e lì passarono tutta la notte e il girono seguente. A un certo punto Peggy disse che le sarebbe piaciuto un po’ di champagne, al che Beckett uscì senza indugio, tornando con diverse bottiglie che si scolarono a letto. Finito il festino – Peggy era stata invitata a cena da Jean e Sophie Arp e, non avendo telefono, non poteva disdire – Beckett prese congedo dicendo, «fatalisticamente» secondo Peggy: «Grazie. È stato bello finché è durato».
 
È possibilissimo che per Beckett quella fosse la fine dell’avventura – il suo tono fa pensare che o sperasse. Ma Peggy aveva trovato, credeva, un nuovo John Holms, e uno che almeno scriveva per davvero, ancorché dei suoi scritti non sapesse che farsene: le poesie le sembravano «infantili», anche se vedeva qualcosa di «straordinario» in  Murphy, il romanza appena pubblicato, e si trovava molto più a suo agio col saggio di Proust, che le parve «eccellente».
 
Dopo la notte passata insieme non si videro per qualche tempo, ma poi lei gli andò quasi a sbattere addosso «su uno spartitraffico in boulevard Montparnasse», per caso, a suo dire, anche se sapendo Peggy della predilezione che già allora Beckett aveva per la Closerie des Lilas, la probabilità che l’incontro fosse puramente accidentale sono scarse. Lei stessa aggiunge con malizia: «Era come se ci fossimo dati appuntamento» – tuttavia nel suo carattere un’acuta consapevolezza coesisteva con la tendenza a romanzare le cose, dalle più banale a quelle ideate di proposito (...).
 
[Beckett] Era attratto da Peggy per la personalità vivace e l’indipendenza di spirito e perché era sessualmente disinibita – non cercava di camuffare quello che voleva. Lei aveva una cultura letteraria piuttosto ampia ed entrambi avevano interesse per l’arte moderna. Per qualche tempo Beckett assunse il ruolo di mentore: fu lui a convincerla definitivamente a lasciar perdere gli antichi maestri per immergersi nell’opera dei moderni. Era affascinato dalla pittura di Kandiskij e mostrava interesse per i progetti della galleria londinese. Peggy gli dette lavoro – per esempio, tradurre in inglese l’introduzione di Cocteau al catalogo della mostra alla Guggenheim Jeune – e probabilmente lui stava già pensando di ottenere da lei una mostra per il pittore Geer van Velde (…).
 
Ma Beckett trovava l’atteggiamento di Peggy verso di lui troppo rapace e possessivo, e i litigi in proposito erano frequenti: in realtà non è mai stato innamorato di lei e durante la loro relazione era legato ad altre donne.
Questo difficile rapporto fu ben presto interrotto. Il 6 gennaio 1938, almeno stando alla data che ricordava Beckett, verso l’una di notte accompagnava a casa una coppia di amici quando un uomo sbucò dall’ombra e incominciò a insultarli – si seppe poi che era un protettore, di nome Prudent.

Cercarono di allontanarlo, ma l’uomo estrasse un coltello e pugnalò Beckett, dopo si diede alla fuga lasciandolo sul marciapiede in una pozza di sangue. Gli amici riuscirono a trasportarlo in casa e poi chiamarono la polizia – erano forestieri e non sapevano chi altro contattare.
 
Beckett venne ricoverato d’urgenza in ospedale. Joyce e gli altri amici parigini furono avvertiti. La ferita era seria e Joyce chiamò a consulto la sua dottoressa, Thérèse Fontaine. Il pugnale aveva mancato di poco il cuore e il polmone, ma era penetrato nella pleura e sulle prime si temette per la vita di Beckett. Rimase in ospedale fino al 22 gennaio, e passò molto tempo prima che si rimettesse del tutto. In ospedale scrisse una breve poesia in cui rifletteva sulla propria vita amorosa:
 
vengono
uguali e diverse
con ciascuna è uguale ed è diverso
con ciascuna la mancanza d’amore è uguale
con ciascuna la mancanza d’amore è diversa.
 
Le altre due donne con le quali Beckett aveva una relazione erano un’antiquaria irlandese. Adrienne Bethell (fu una storia di breve durata), e una francese, Suzanne Deschevaux-Dumesnil, di sei anni più anziana di lui, la cui sollecitudine durante la convalescenza finì per farne la compagna della sua vita, benché si sposassero solo nel 1961.
 
Quanto all’aggressore, era un protettore noto alla polizia. Identificato da Beckett, fu arrestato. Beckett non voleva sporgere querela, ma la polizia volle procedere in ogni modo costringendolo ad affrontare di nuovo un’aula di tribunale. Gli abiti che portava al momento dell’aggressione furono sequestrati come corpi del reato (non gli saranno mai restituiti).

Nell’atrio del tribunale incontrò Prudent e gli chiese perché l’avesse accoltellato. «Non lo so, signore; mi dispiace», fu la risposta. Prudent fu condannato a due mesi – aveva diversi precedenti – da scontare alla Santé. Anni dopo, lo studio di Beckett nel suo appartamento parigino guardava proprio sull’edificio del carcere.
 
Alla notizia del ferimento, Peggy entrò in grande agitazione, mandò un mazzo di fiori all’ospedale e il giorno dopo andò a trovarlo con Joyce, ma gli impegni di lavoro per la nuova galleria a Londra la tennero lontana da Parigi per gran parte del tempo durante il ricovero. La relazione propriamente detta fra loro era durata appena dal 27 dicembre al 6 gennaio, ma continuò a trascinarsi nel tempo, per cui gli eventi narrati qui di seguito non necessariamente hanno avuto luogo fra quelle due date, e non è facile stabilire con esattezza quando siano finiti gli amori, lasciando il posto all’amicizia e poi, col tempo, a un rapporto tra conoscenti di vecchia data. Peggy non smise di correr dietro a Beckett dopo l’interruzione causata dal ferimento, per quanto avesse a lamentare che quando gli chiedeva che cosa pensasse di fare a proposito della loro vita in comune «rispondeva invariabilmente “niente”».
 
La relazione fu turbolenta fin dall’inizio. Stavano a letto tutto il giorno. Beckett era spesso ubriaco e i suoi andirivieni erano imprevedibili, cosa che Peggy trovava eccitante. Lui le diceva che «fare l’amore senza essere innamorati era come prendere il caffè senza brandy». A quanto racconta Peggy, le confessò anche la relazione con Mrs. Bethell:
 
«Il decimo giorno del nostro amore Beckett mi tradì. Permise a una sua amica di Dublino d’infilarsi nel suo letto. Non so come lo venni a scoprire, ma lui non l’aveva buttata fuori, tutto lì… Ne dedussi che ero io il brandy della sua vita, ma ciò nonostante ero infuriata e gli dissi che con lui avevo chiuso. La sera dopo mi telefonò, ma ero così arrabbiata che rifiutai di parlargli».
La stessa notte Beckett fu aggredito per strada.
 
Anton Gill,  Peggy Guggenheim, una vita leggendaria nel mondo dell’arte, Baldini Castoldi Dalai editore

Parole chiave: francesco panaro matarrese beckett arte peggy guggenheim

COMMENTI

Sono presenti 5 commenti per questo articolo

Pio Antonio Caso
Mi sarebbe piaciuto iniziare a dire: Berenson aveva ragione. I valori tattili e di movimento individuano la "mano" dell'autore. Essi sono le impronte digitali univoche che danno la certezza nell'attribuzione di un'opera. Ma ahimè, non ho nessuna autorità nel campo. Pochi anni trascorsi nel dirigere una Galleria d'Arte, in un piccolo paese di provincia, non lo consentono a me, che non mi ritengo d'essere chissà chi, nè fortunatamente lo consentono a quei quattro ciarlatani che ho dovuto conoscere, costretto dalla ipocrisia "commerciale" di chi deve vendere un quadro per mantenere la famiglia, di sorridere e far buon viso a cattivo gioco.
Ma perchè scrivo di queste "piccolezze"? Me ne voglio subito liberare e stabilire un contatto con un mondo che si è presentato a ognuno di noi attraverso mille riferimenti, magari nascosti tra le pagine di Storia, per molti, oppure tra le parole semplici di grandi critici d'Arte, per altri più fortunati ed esperti. Penso a un Roberto Longhi, anzi meglio, a un Federico Zeri, per via della collaborazione di quest'ultimo alla fondazione Paul Getty.
La Peggy Guggenheim ha attraversato un secolo, il Novecento, ammalato di Novecentismo, cioè la ricerca spasmodica, a volte esasperata ed estrema, di emancipazione dal secolo precedente, senza che esso (e intendo dire, les gens de lettre, o quelli che avrebbero dovuto stabilire coordinate culturali certe per il prosieguo della navigazione a vista della Hoch Kultur, tra esplosione della tecnologia e della rivoluzione industriale e quella dell'emancipazione delle masse rurali ed operaie fino al raggiungimento di una società equilibrata nella redistribuzione delle ricchezze e dei saperi) tenesse in debito conto la nascita di un movimento artistico come il Futurismo. 
Per mia fortuna, ho conosciuto piccoli e grandi collezionisti d'Arte, che ancor prima di collezionare dipinti, custodivano gelosamente libri e li leggevano e li computavano minuziosamente, grandi "librerie" di scritti d'Arte. Perchè, mi chiedevo sempre perchè, questa gente legge tanto? Non gli basta "leggere" il quadro? Ma perchè se di un libro leggi le parole, di uno spartito musicale le note, di un quadro sei costretto a "leggere" quei valori tattili, quei valori di movimento, che ti mettono in comunione con l'Autore. Perchè se di un quadro "vedi" solo l'immagine, l'icona, la forma della materia sulla tela...molto di più godi nel vederne "l'anima", il contenuto della forma, della semplice icona.
E questa capacità di "vedere" è alla portata di tutti: basta volerlo, è sufficiente aprire la porta dei propri occhi. In alcuni casi si parla di Sindrome di Stendhal, in altri di semplice Amore. Mi spiego: se vi piace bere una limonata fresca in una giornata afosa estiva, per avere una tregua dalla calura, se vi servono una bibita fatta "senza amore" ma con tanta polverina industriale...ma per il paragone, avreste dovuto conoscere la "vera limonata di limoni". Per conoscere l'anima del quadro, la dovrete riconoscere dentro di voi. Quel quadro dipinto da qualcuno da voi distante geograficamente, storicamente e culturalmente, è dipinto esattamente come lo avreste voluto dipingere voi. L'osservatore e l'oggetto osservato sono in comunione.
il 26 Dicembre 2011

Pio Antonio Caso
I due terzi del patrimonio artistico planetario si trovano qui da noi, in Italia. I due terzi del patrimonio artistico italiano si trovano da Roma in giù. Basta scavare un po' di terra. Oppure basta visitare i magazzini dei grandi musei nazionali dove sono riposte opere di incommensurabile bellezza, per mancanza di spazi espositivi, per mancanza di personale addetto alla sorveglianza, per mancanza di “gente di cultura” che diffonda “l'Amore” per l'Arte e non per i limoni! Ma noi Italiani sembra che abbiamo perso la capacità di “vedere”, sembra che abbiamo perso la capacità di entrare in comunione con l'Amore per l'Arte. Altrimenti non avremmo un esercito di onesti geometri come assessori alla Cultura. Né prenderemmo mai in considerazione l'idea di vendere i pezzi pregiati per risanare le finanze dello Stato. Ci manca una Peggy Guggenheim! Un Silvio Berlusconi che dicono compri Opere d'Arte è un qualunque milionario parvenu che adorna le stanze delle sue innumerevoli ville. Un Gianni Agnelli magari aveva un tocco di classe che ormai latita tra i nostri milionari. E tanto per non fare altri nomi, ma solo per citare un piccolo meschino scandalo di un certo critico d'Arte famoso per le sue invettive televisive che aveva consigliato un industriale umbro a comprare un'opera che nella sua qualità di Sovrintendente avrebbe dovuto custodire nel summenzionato Patrimonio Artistico Nazionale. Verrebbe voglia di incazzarsi. Ma servirebbe a poco. Almeno in quest'Italia, nelle mani di una Margherita Sarfatti dietro il sipario che velava le sue prodezze amatorie col Duce. E gli Italiani plaudenti la presunta passione di Mussolini per la sodomia. Per nostra fortuna, all'estero apprezzano il nostro Patrimonio Artistico meglio di quanto si faccia noi. E sempre fortunatamente ancora ci sono persone di alto livello morale nei vari Ministeri che han voce in capitolo per quanto riguarda l'esposizione itinerante di opere di pregio. Ci manca una Peggy Guggenheim. E non può essere una signora ormai anziana ex modella del pittore di moda, perchè la nostra borghesia, per tacere della nostra Aristocrazia, ha in comune il becerismo cafone con i coatti e la superficialità della più imbarazzante ignoranza. Magari qualche bella donna romana cerca di imitare una Antonietta Raphael Mafai, frequentando studi pieni di tele e di eroina, ma non sarà mai una Musa ispiratrice: solo e soltanto una puttanella che potrà far carriera sposando qualcuno col “de” nel cognome. Ci manca una Peggy Guggenheim. Ma ci manca quell'aria di Parigi. Quegli americani come Henry Miller. Quelle storie alla delta di Venere. Quello spirito non solo umoristico di origini ebree. Ci mancano anche le coltellate all'improvviso e senza una ragione. Ci manca quell'aria fetente della Senna. Il Tevere odora di incenso. Ci manca una Peggy Guggenheim che rivolti come un calzino un amante per tre giorni dentro un letto. Siamo Italiani. Cerchiamo la Santità e la Purezza. Gli odori forti li lasciamo ai vaccari americani.
il 26 Dicembre 2011

Alfredo (utente non registrato)
Bravo Pio, hai ragione,  ma abbiamo avuto critici fini in passato come Pierre Restaní che precedettero e  provocarono la Guggheneim quando il noveau realisme invase la mela... ma questi personaggi sottili e veri, senza commentare la quantitå di artisti Svizzeri e Francesi che segnano il panorama dell'arte nella seconda metå dello scorso secolo, Giacometti, Yves Klein, Tinguely, Niki De Saint Phalle, passano in sordina. Anche se l'arte contemporanea nasce prima in Europa e la pop art nasce proprio come reazione nazionalistica da gruppi armati perlopiú di europei dell'est naturalizzati americani come Wharola di Slovakia, queste armate agitate dall'agitprop Guggenhaim hanno fatto gran rumore invece grazie all'ufficio promozionale Guggenhaim, salvezza dell'arte ma senza programmazioni goverative. Esiste rumore un po' ovunque e in ogni angolo del pianeta, ma il rumore fatto da chi ha intenzione di buttare tutti i suoi soldi in mano a pezzenti morti di fame é molto piú forte, specialmente dinnanzi agli artisti e alla loro fame e a una burocrazia falsaemente attenta alle spese... Qualcuno come il Bulgaro Vladimirov Javacheffe, conosciuto da noi come Christo,  ha ben affrontato Il problema dei geometri: E' che il loro compito non é e non sarå mai quello di inventare un bel niente, né di investire su persone sconosciute ne' di creare nuovi universi di conoscenza, perché sono figure esenti da questo ruolo, sono burocrati e dunque non accolliamo loro le colpe, tranne che sapere che invece devono imparare a flettersi, aprirsi e lasciar passare la realtå senza pretendere di filtrarla con gli occhi stanchi e non curiosi di un portiere, con leggi e burocrazie che in casi come questi non devono essere a carico degli artisti.
Fu per me esemplare la conferenza tenuta da Christo e JC in cui Jean Claude mostrava diapositive dei cinque anni spesi in carte e documenti per realizzare ogni loro enorme opera di landart, il cui oggetto non é mai stato la vendita ne' interamente ne' in parte, ma invece una volta smontato sarebbe finito totalmente in riciclaggio nell'industria... e in quei 5 anni di pratiche, ci teneva ad osservare JC, Christo portava sempre la stessa giacchettina logora... Se la burocrazia si alleggerisse solamente, senza prendere nessuna decisione e la smettesse di ceracre di imporre forme, sarebbe un enorme guadagno per tantissimi artisti che oggi sono invece soffocati dalla impossibilitå di parlare e si eviterebbero orrori non interessanti come unica alternativa al nulla, solo perché fatti in bronzo... Bisogna smettere di riferirsi ai burocrati o ai ministri come se fossero dei critici d'arte. non lo sono e non lo devono essere. Un critico d'arte o curatore non dovrebbe inoltre mai essere un politico... mai.
il 31 Dicembre 2011

Sandra Di Pietro
chissà perché a qualcuna capita di andare a letto con Beckett, di avere mucchi di soldi, di parlare tutta la vita con artisti genialoidi.... e a qualcun'altra capita di incontrare solo pallosissimi cazzoni e non avere una lira...
il 26 Marzo 2013

Umberto Simoncelli
Probabilmente non ci azzecchi con la montatura degli occhiali.......
il 26 Marzo 2013

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