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Genealogia della stupidità



Di Giulio Savelli







Prologo e Tesi


Da bambino, e poi da ragazzo, sapevo cosa fosse la stupidità. Potevo almeno fare degli esempi. Da bambino avrei potuto ripetere quello che diceva il nonno: le americanate sono stupidaggini: e richiesto avrei potuto esemplificare dicendo che sposarsi in aeroplano è una cosa stupida, e che anche la guerra in Vietnam era stupida. Il nonno era certo che gli americani l’avrebbero persa quella guerra, e quando nel 1973 (lui era morto da tre anni) sono dovuti arrivare a un disimpegno, io già lo sapevo che sarebbe andata a finire così. Avevo quattordici anni. I criteri di giudizio assimilati sarebbero stati consolidati dalle letture che andavo facendo; in base a quegli stessi criteri dopo qualche anno avrei rigettato l’ideologia della Sinistra – a cui appartengo di nascita – senza per questo gettarmi nel campo opposto.
 
Per parecchio tempo ancora ho saputo cosa potevo giudicare stupido. Ma lentamente, insensibilmente, una piccola correzione dopo l’altra, a forza di complicazioni, glosse e dettagli, la mia capacità di giudizio si è smarrita. Non che manchi l’impeto sanzionatorio – si solleva di scatto come un pugile suonato. Spesso però non trova più l’avversario. Il ring è vuoto. Non sono cambiato - mi sono perso. Il fastidio e lo scandalo per la stupidità – quella che ho imparato fin da bambino a riconoscere come tale – restano, ma il giudizio vacilla.
 
Mi capita raramente di ascoltare un telegiornale - magari in cucina, mentre preparo qualcosa per pranzo o per cena. E allora, il più delle volte, comincio a parlare da solo, a commentare con imbarazzante sarcasmo i punti di vista proposti, il linguaggio usato, la scelta e la posizione delle notizie: alzo la voce, infine mi metto a inveire gridando contro l’immonda brodaglia riversata dall’apparecchio e spengo. Lo scandalo però non dura. Si affaccia l’idea che ci sono molte buone ragioni che concorrono a determinare ciò che mi ha irritato, e che comunque altri – la maggioranza – non solo non ne sono infastiditi ma gradiscono – che forse ho sbagliato io ad accendere, dovrei ben sapere ormai di non sopportare i telegiornali. Il fastidio che ho provato perde in questo modo consistenza e legittimità, diventa una questione di idiosincrasia, si smarrisce. In fondo va bene così, non ho nulla di cui davvero lagnarmi.
La stupidità non esiste più. La stupidità è morta.

Excursus
Possiamo sempre essere stupidi, tutti noi, e non possiamo prevedere quando lo saremo. La stupidità è una delle grandi fonti dell’umano fallare, e le sue acque si confondono con naturalezza in quelle delle altre sorgenti, dalla crudeltà alla paura, dall’ignoranza alle passioni tutte. Poiché raccogliamo i campioni solo ex post, a guaio avvenuto, nel trattare della stupidità si ricorre spesso a esempi e a valutazioni delle conseguenze di atti compiuti. Come si ignora sempre l’errore mentre lo si commette – altrimenti non sarebbe più un errore – così la stupidità, com’è noto, è ignorata dallo stupido che ne è possessore posseduto.
 
La stupidità si manifesta ai nostri occhi, di regola, attraverso un giudizio: il giudizio di stupidità. È solo l’atto di considerare qualcosa stupido – ridicolo, presuntuoso, volgare, ottuso, inefficace, dannoso a sé e agli altri e così via – che lo rende tale. Da un lato la cosa, dall’altro il giudizio, ma la cosa non si percepisce se non nell’atto del giudizio. Una cosa ieri saggia per tutti può essere oggi considerata sciocca e viceversa. Ora, se gli esseri umani presumibilmente continuano a sbagliare e a essere stupidi come sempre (se non di più), oltre naturalmente a essere più intelligenti che mai, c’è però qualche problema nuovo con il giudizio di stupidità.
 
Come si decreta la stupidità di qualcosa o di qualcuno? Ci si può fondare sulla stima del danno, e in qualche caso, quando il danno è nostro, ci si avvicina più all’ingiuria che a una valutazione intellettuale. Tradizionalmente si decreta invece la stupidità con un giudizio a metà fra l’etico e l’estetico, un giudizio imparentato con quello sotteso – secondo le teorie del riso del filone aristotelico – alla condanna che accompagna l’atto di ridere di qualcuno o di qualcosa. I due modi di considerare la stupidità non sono intercambiabili o equivalenti, sebbene la loro area di azione possa avere vaste sovrapposizioni. Catalogare esempi in modo da dirimere le distinzioni su di un piano sincronico non è affatto facile, in quanto le distinzioni si trascinano dietro criteri stratificati ed esigenze intellettuali che si sono evolute nel tempo. Il fatto è che il giudizio di stupidità – come quello estetico o quello morale – ha una sua storia, che in parte risulta intuibile attraverso la vicenda delle parole usate per designare lo stolto e la sua azione.
 
Lo stupido inizialmente, dall’antichità a tutto il medioevo, era solo uno sciocco, e ciò che egli faceva, pur mostrando il suo poco senno, era perlopiù una sciocchezza – dunque una cosa da nulla, un’inezia. Lo sciocco riceve un danno dalla sua stoltezza, ma non è pericoloso: la sua menomazione di spirito è ridicola quanto e più di una fisica, ne fa uno zimbello, i suoi atti sono bestialità. Dello sciocco ci si burla, insomma, e il poco sale che ha in zucca lo rende vittima esemplare. Stupido è in origine, invece, chi rimane attonito dallo stupore. Non necessariamente è uno sciocco.
 
Solo nella seconda metà del XVII secolo lo stupido comincia a essere poco intelligente, di mente tarda, e solo un secolo dopo, dalla metà del Settecento, appare la stupidità come qualità astratta dell’essere stupido. Per Tommaseo, ancora, la stupidità è associata allo stupirsi: «la stupidità è stupore abituale, che viene da inerzia di fibra e d'intelletto», e lo stupido si manifesta anzitutto come attonito. Solo verso la fine dell’Ottocento la stupidità avrà ormai conquistato la sua piena autonomia, e potrà essere, con atti e con discorsi, propositiva, brillante, seducente.
 
La stupidità dunque è, nel suo senso corrente, un concetto relativamente nuovo. Il giudizio di stupidità emerge lentamente, dalle risa che fin dall’antichità accompagnano gli sciocchi, quale declinazione seria e astratta di un atteggiamento antropologicamente fissato, fino a rendersi autonomo e distinto da quelle risa. La transizione è graduale, quasi impercettibile. Non che manchino le anticipazioni del concetto di stupidità modernamente inteso, ma sono eccezioni che solo retrospettivamente possono essere ricondotte sotto l’ombrello semantico del termine in questione.
 
Così, per esempio, dalla medievale metafora della «nave dei folli», in cui l’eterogeneità delle passioni e delle debolezze umane rappresentate permette di cogliere in uno sguardo unico la fragilità e la pochezza dell’umanità, può nascere l’erasmiano Elogio della follia, in cui l’ironia sulla condizione umana stessa, la sua vana, stolta leggerezza, prefigura talvolta l’individuazione della stupidità come categoria di giudizio. La follia descritta da Erasmo è però un costrutto diverso dalla stupidità. La Stulticia o Morìa erasmiane stanno allo sciocco come la Stupidità allo stupido, leggere e fluide quanto la stupidità è solida e pesante. È tuttavia databile a un periodo coevo ad Erasmo il primo reperto fossile di stupido – l’anello di congiunzione fra gli sciocchi e gli stupidi moderni.
 
Se i beffati del Decameron appartengono ancora interamente al tipo classico dello sciocco (Calandrino è uno che crede di trovare la pietra filosofale e di essere diventato invisibile, ma non ancora uno stupido vero), il precursore degli stupidi moderni appare con l’ultimo dei beffati. È il Grasso legniaiuolo ingannato nel 1409, secondo una famosa novella, da Filippo Brunelleschi, il quale gli avrebbe fatto credere di essere diventato, lui Grasso, un altro (un tale Matteo), portandolo fino alle soglie della follia. Il Grasso, a differenza dei beffati a lui precedenti, «non era […] in tanto semplice, che da altri che da sottili uomini fusse stata compresa la sua semplicità, come quella che non teneva in tutto dello sciocco», racconta verso il 1480 Antonio di Tuccio Manetti, primo biografo di Brunelleschi, narrando la beffa.
 
Il Grasso è un uomo comune, che si trova a essere vittima di una mente eccezionale e di un progetto di beffa di sottigliezza e astrattezza inimmaginabili. Nella distinzione stabilita dalla novella tra genio e uomo comune, in quelli del Grasso appaiono anche i tratti dello stupido del futuro: non sciocco ma ancorato inflessibilmente al senso comune, e da questo tradito, capace di comprensione piena e corretta della vita quotidiana ma non di immaginazione astratta, legato fortemente all’evidenza immediata, banale ma compiutamente umano, manipolabile, e solo vagamente consapevole dei propri limiti.
 
Lo stupido rimane attonito di fronte alla cupola di Brunelleschi come il Grasso all’azione della beffa, perché la mente dello stupido rimane paralizzata di fronte al nuovo. La stupidità potrà perciò avere, in futuro, valenze differenti, e una varietà di tipi umani potrà incarnarla: stupido può essere il borghese scioccato dall’avanguardia o il portatore di uno sguardo candido, capace di cogliere la semplice, piatta evidenza dove menti più coltivate vedono ragioni e tradizioni; può essere uno spirito semplice, vicino a Dio o alla saggezza popolare, o un imbecille gonfio di presunzione e di pregiudizi; può essere il fanatico seguace di una ideologia, l’entusiasta corifeo di una moda o il convinto assertore di un’idea unica. Lo stupido comunque è visibile solo controluce. Solo una differenza, come quella tra Brunelleschi e l’intagliatore da lui beffato, permette di stabilire l’area della stupidità.
 
La differenza fra pensiero vecchio e nuovo è appunto all’origine del giudizio di stupidità. Stupido è chi non capisce il nuovo e di conseguenza lo teme – e il nuovo è anzitutto il pensiero moderno, scientifico e laico. Se il primo precursore dello stupido moderno compare all’inizio del Rinascimento, l’ultimo, ormai già stilizzato e più vicino a un’idea che a un carattere, appare verso la fine: è il fantasma del Peripatetico nel Dialogo dei massimi sistemi. Di fronte alla nuova fisica, stupido è chi rifiuta di osservare i corpi celesti attraverso il telescopio, per timore di un’evidenza paralizzante, oppure considera questa stessa evidenza insignificante, paralizzato nel pensiero dogmatico. Il senso comune è diventato la vecchia fisica aristotelica, il bonario artigiano fiorentino un fantoccio polemico. Nella seconda metà del Seicento appare il nuovo significato di stupido quale mancante d’intelligenza – significato facilmente incarnabile nel rovescio del destinatario ideale del pensiero scientifico moderno: solo una mente ‘inferiore’, ottusa, opaca, torpida, inerte, può rimanere attonita e rifiutarsi al pensiero nuovo. L’utilità di questo costrutto sarà presto evidente.
 
Quando il pensiero moderno, infatti, inizia a combattere apertamente la propria battaglia per l’egemonia potrà affermare (cosa che invece Galilei doveva ben guardarsi dal fare) che le idee vecchie, opposte, da combattere, sono idee stupide. Per una simile affermazione occorreva creare, a partire dallo stupido, la stupidità. Si tratta di un passo decisivo, che permette di rendere le idee vive, dotate di qualità e difetti umani, autonome dagli individui, che le ‘portano’ in quanto loro rappresentanti, e non viceversa. Giudicare stupido un singolo individuo, sia pure titolare di una posizione intellettuale, è profondamente diverso dal giudicare stupida un’idea. Certamente nel giudizio di stupidità è sempre stato implicito tale passaggio, ma realizzarlo significa rendere insignificante la distinzione fra sciocchi e non sciocchi: ciò che conta sono le idee e le posizioni – intellettuali, politiche – non gli uomini.
 
Quando Voltaire, nel 1765, al termine dell’editto del muftì Jossouf-Chéribi dal titolo Dell’orribile pericolo della lettura (in cui viene proibita non solo la lettura ma anche il pensiero stesso, e perfino di pronunciare tutte di fila quattro frasi connesse da cui si possa cavare un senso chiaro e netto) lo fa promulgare «dans notre palais de la stupidité», stabilisce definitivamente il dominio e la natura della stupidità. Questa non ha più niente a che vedere con gli sciocchi o con la follia di Erasmo, e neppure con la poca intelligenza. Lo stupido non è certamente il tiranno in quanto individuo – semmai lo è la sua vittima. La stupidità ha assunto definitivamente caratteri del tutto astratti e viene elevata a utopia negativa.
 
Il giudizio di stupidità, tuttavia, non cambia natura rispetto a quello che sanziona Calandrino o il Grasso legnaiuolo – si tratta sempre di un giudizio etico-estetico, non di uno utilitaristico. Gli atteggiamenti utilitaristici sono intrinsecamente moderati, riformisti, cautelosi a fronte della recisa e brillante sicurezza con cui il Tribunale della Ragione (o un qualsiasi altro) può mettere alla berlina l’idea stupida – e, fatalmente, chi si trova a incarnarla. L’attribuzione della stupidità alle idee, alle posizioni politiche, alle scelte etiche e così via, divide il mondo a metà, una giusta e una sbagliata, una superiore e una inferiore, una saggia e illuminata contro una oscura, crudele e ridicola.
 
Al di là dell’efficacia retorica contingente di questa operazione intellettuale, e della sua utilità politica, la costruzione del palazzo della stupidità ha un valore epistemico notevole. Separare il mondo dal suo osservatore e critico consente di vedere il mondo: lo si raddoppia in mondo-osservatore – punto di vista privilegiato e fonte di luce sull’oggetto – e mondo-osservato. Si stabilisce una distanza che consente la percezione della totalità; si determina la possibilità di una ‘visione del mondo’. Se la stupidità ha valore solitamente negativo, tale negatività non è affatto obbligata.
 
Quello che conta è la possibilità di stabilire una differenza nella visione: lo sguardo apparentemente ottuso, attonito, incapace di comprendere, può essere invece uno sguardo straniato, che coglie l’invisibile consueto. Lo sguardo di Candide e le parole di Pangloss, combinati assieme, illuminano una realtà tragica meglio di una condanna diretta. Le Lettere persiane giocano con l’incomprensione per produrre intelligenza. L’essenziale è la non-omogeneità di sguardo e di mondo; la stupidità a tale scopo vale quanto i lumi della Ragione: l’ombra disegna al pari della luce il profilo inedito di un oggetto. Il giudizio di stupidità diventa uno strumento concettuale analogo al telescopio – consente di percepire l’invisibile.
 
L’utilizzo politico e polemico del giudizio di stupidità avrà grande sviluppo nel corso del XIX e XX secolo; in particolare, la tradizione hegeliana-marxista e quella leninista, con tutti i loro imitatori di sinistra e di destra, farà ampio uso del giudizio di stupidità nell’invettiva politica, senza portare sostanziali innovazioni. La novità verrà invece dall’attribuzione della stupidità non più alla tradizione, alla conservazione, all’autoritarismo e al clericalismo, ma al progresso, all’industria e alla modernità. Dalla svolta di metà Ottocento la percezione della direzione verso cui è avviata la civiltà europea diventa evidente – Baudelaire a Bruxelles trova «un' idiozia universale che sgomenta come un pericolo indefinito e permanente», e Flaubert qualche anno dopo si impegna nella stesura del suo progetto più difficile, Bouvard e Pécuchet, esplorazione e codificazione dello spazio della stupidità moderna.
 
Che Bouvard e Pécuchet siano modellati sul tipo dello stupido è indubbio: mancano di immaginazione astratta, sono ancorati all’evidenza, si fidano di ogni testo e si impigliano in ogni contraddizione, apparente o reale. Al tempo stesso non sono precisamente stupidi – come anche l’autore ha più volte modo di segnalare – così come non sono necessariamente stupidi i libri e il sapere che via via attraversano. In parecchi casi, inoltre, i giudizi dei due protagonisti e le loro incomprensioni sono quelle dello stesso Flaubert. Anche nello sciocchezzaio di luoghi comuni raccolto dall’autore non sempre la negazione, la correzione o il rovesciamento dell’asserzione ritagliata consente di ritrovare una strada praticabile al pensiero. Con Flaubert insomma il palazzo della stupidità acquista una quarta dimensione, e ogni idea può di volta in volta essere stupida o non esserlo, con maggiore o minore facilità o frequenza, ma senza leggi che consentano previsioni certe.
 
La stupidità è praticamente ovunque, non esiste atto o pensiero o persona che possa sfuggirle. La nuova dimensione della stupidità consiste in ciò che potremmo definire forza di presentificazione. Ogni pensiero, quale più quale meno, anche, naturalmente, in relazione alla qualità intellettuale di chi lo pensa, ma ogni pensiero indistintamente, tende a degradarsi con l’essere asserito. L’asserzione immobilizza il pensiero e lo ingrandisce sotto una lente che concentra su di esso una presunzione di veridicità teoricamente illimitata, fino ad essiccarlo e mummificarlo in un reperto vuoto e fragile. La forza che isola un singolo pensiero, lo enuncia in forma assertiva e pretende dall’asserzione una responsabilità infinita, rendendola così stupida, è nell’atto linguistico stesso – è il micidiale indicativo del verbo essere, che circoscrive al presente, al tangibile, attuale, concreto, vivo e indiscutibile presente ciò che tocca.
 
«Sì, la stupidità consiste nel voler concludere. Siamo un filo e vogliamo conoscere la trama», scrive in una lettera Flaubert parlando del suo romanzo. Concludere significa chiudere la totalità nell’orizzonte del già noto, dell’affermabile con certezza, fissarla in una enunciazione che non ha seguito. In tale atto la totalità – la trama sempre aperta e ignota – è identificata e rinchiusa, resa letteralmente identica al presente, inteso come lo stato della totalità limitato al momento dell’enunciazione. Concludere è scattare una fotografia che immobilizza ogni azione intellettuale in un gesto senza senso, spesso grottesco. «Voler concludere» – ovvero l’asserzione quale atto linguistico privilegiato – significa pensare l’ora, il presente, l’attuale, come lo spazio culminante, definitivo e risolutore – il finale della trama – della totalità. Significa morire intellettualmente nella presunzione del senso compiuto: essere appagati dalla riduzione della totalità alla propria misura.
 
Il giudizio di stupidità è ancora, sempre, di tipo etico-estetico, tant’è vero che spesso le disavventure di Bouvard e di Pécuchet fanno ridere – sfilza di gag comicamente ripetitive, a volte ritmate secondo il modello vertiginoso dei primi capitoli di Candide. Ciò che attraverso di loro viene definito stupido è però il mondo stesso, in tutta la sua infinita varietà: anzitutto il mondo delle idee, secondo la tradizione illuminista, ma tramite le idee e il sapere stesso, un assetto esistenziale, intellettuale, etico ed estetico caratteristico della modernità – la sua inveterata assertività, la sua attitudine ad attrarre passato e futuro in un presente che inghiotte tutto e tutto riduce in briciole di ovvietà quotidiana. L’antidoto a questa stupidità è il movimento laterale, lo scarto, la mossa capace di portare lo sguardo fuori dall’ovvio, in un territorio ancora inabitato, l’assunzione di una posizione esistenziale e intellettuale deliberatamente marginale – quella appunto dell’artista moderno.
 
La differenza fra stupidità e intelligenza rimane, analoga a quella che distingue e divide Brunelleschi dal Grasso, ma il contesto è nuovo, e i pesi sulla bilancia si sono invertiti: il peso del Grasso – l’uomo medio, l’uomo comune – è diventato dominante rispetto a quello che può immaginare d’avere il Genio – Brunelleschi o Flaubert che sia. La non-omogeneità di sguardo e mondo, inaugurata dall’Illuminismo, rimane presupposto e conquista del giudizio di stupidità, ma lo spazio nel mondo da cui guardare il mondo stesso è diventato problematico, non esiste quasi posizione che non sia occupata e ridotta all’ovvio: occorre muoversi incessantemente per ottenere di volta in volta la prospettiva favorevole.
 
Una cinquantina di anni dopo l’equazione di Flaubert fra stupidità e totalità presente, Ortega y Gasset codifica nella Ribellione delle masse l’equivalenza fra stupidità e omogeneità spirituale fra individui, qualificando il modello umano della modernità, l’uomo della massa, come intrinsecamente stupido. Negli stessi anni Robert Musil contrappone senso della realtà e senso della possibilità, cercando nella figura di Ulrich una posizione «senza qualità» da cui ricavare la differenza fra osservatore e mondo osservato. Se possibile, la situazione risulta ancora più difficile. Musil, come Flaubert, trova la stupidità ovunque, mescolata ormai inestricabilmente all’intelligenza:
 
Ulrich […] ripagava il suo secolo col definire volgare stupidità l’origine delle misteriose alterazioni che ne costituivano la malattia, distruggendo il genio. Né l’intendeva affatto in un senso offensivo. Infatti se di dentro la stupidità non somigliasse straordinariamente all’intelligenza, se di fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza, perfezionamento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe. O almeno sarebbe molto facile combatterla. Purtroppo invece essa ha qualcosa di singolarmente simpatico e naturale. Se si trova, ad esempio, che una oleografia è una produzione artistica più ingegnosa di un quadro dipinto a mano, anche questo contiene una verità, ed è più facile dimostrarla che non dimostrare la grandezza di Van Gogh […], e in un autentico luogo comune v’è certamente più umanità che in una nuova scoperta. Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio.
 
E qualche anno più tardi, nel 1937, a Vienna, iniziava il suo Discorso sulla stupidità facendo riferimento, quasi certamente, al passo sopra citato:
 
Signore e signori, chi al giorno d’oggi abbia l’audacia di parlare della stupidità corre gravi rischi: la si può interpretare infatti come arroganza, o addirittura come tentativo di disturbare lo sviluppo della nostra epoca. Quanto a me, avevo già scritto diversi anni fa: «Se la stupidità non rassomigliasse perfettamente al progresso, al talento, alla speranza, o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido». Questo avveniva nel 1931, e nessuno oserà porre in dubbio che, anche dopo, il mondo ha visto ancora progressi e miglioramenti!
 
Ancora nello stesso 1937 Nabokov terminava Il dono, in cui la biografia di Černyševskij (quarto capitolo dell’opera) costituisce un’affascinata quanto inorridita descrizione di una speciale sfumatura di stupidità progressista – nuance di raccordo e transizione tra il sottile bersaglio flaubertiano e la grossa sagoma di sfondo del totalitarismo bolscevico, esito tragico di un progressismo carico di speranza dove il talento e il desiderio di miglioramento collimano con la stupidità.
 
I totalitarismi hanno rappresentato nel XX secolo un provvisorio seppure importante momento di semplificazione nel quadro dell’evoluzione del giudizio di stupidità. Malgrado i tentativi delle propagande di regime di attribuire la stupidità ai propri nemici, nessun dubbio è stato mai possibile sull’intrinseca affinità di ogni totalitarismo con la stupidità. L’origine stessa del giudizio di stupidità, le sue radici laiche, illuministe, fortemente intellettuali, rendono inevitabile e imprescindibile l’attribuzione del marchio della stupidità a qualunque orientamento politico non lasci piena libertà di pensiero, parola, opinione.
 
La criminale follia dei totalitarismi moderni è tale tuttavia da consentire il giudizio di stupidità solo ai più lievi dettagli delle loro prassi – alle belle architetture di Speer, alle adunate di piazza Venezia, a certe fantasiose invenzioni della burocrazia sovietica – non certo agli aspetti tragici qualificanti la loro natura essenziale. La storia del giudizio di stupidità trova tuttavia una importante parentesi nella lotta ai totalitarismi, un necessario ritorno alla semplificazione illuminista. In Russia, particolarmente, la stupidità classica ha beneficiato della continuità fra l’autoritarismo zarista e il totalitarismo sovietico; tuttora sembra ci siano buone speranze di mantenere viva la tradizione. In Occidente, invece, via via che sono diminuite la pressione del conflitto ideologico e l’impiego politico del giudizio di stupidità, è riemersa la difficoltà connessa al rapporto fra stupidità e modernità che aveva attraversato l’Europa fra Ottocento e Novecento.
 
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso il giudizio di stupidità ha cominciato a diventare impraticabile. L’accelerazione violenta e sovvertitrice che sarà denominata postmodernità – una rivoluzione dei modelli di produzione e di consumo, del gusto e dello stile di vita, e soprattutto dell’identità sia negli individui sia nella consapevolezza storica, filosofica e artistica – ha reso sempre più vacuo e marginale il giudizio di stupidità classico, in quanto ha relativizzato e dunque invalidato ogni punto di vista delocalizzato sulla totalità. È questa in effetti che viene a mancare, così come manca il bosco a chi, immerso in questo, può vedere solo alcuni alberi. Nel famoso La condizione postmoderna, saggio scritto da Lyotard in pieno postmodernismo e pubblicato nel 1979, a proposito del sapere nella società contemporanea, della perdita di legittimità delle «grandi narrazioni» ideologiche e umanistiche, parlando dell’esplosione di nuovi linguaggi – dal simbolismo chimico ai linguaggi-macchina alle logiche non denotative, per fare alcuni esempi – Lyotard osserva come la loro proliferazione, e ciò che vi si accompagna, può «generare un’impressione pessimistica»:
 
Nessuno parla queste lingue, esse non ammettono un metalinguaggio universale, il progetto del sistema-soggetto è fallito, quello emancipativo non ha nulla da spartire con la scienza, siamo immersi nel positivismo delle singole conoscenze particolari, i sapienti sono divenuti scienziati, le mansioni del lavoro di ricerca si sono moltiplicate trasformandosi in mansioni parcellizzate che nessuno è in grado di padroneggiare; la filosofia speculativa o umanista dal canto suo deve rinunciare alle sue funzioni di legittimazione, il che spiega la sua riduzione a studio delle logiche o delle storie delle idee là dove essa vi ha rinunciato per realismo.
Di questo pessimismo si è nutrita la generazione viennese all’inizio del secolo: gli artisti, Musil, Kraus, Hofmannsthal, Loos, Schoemberg, Broch, ma anche i filosofi Mach e Wittgenstein. Essi hanno indubbiamente portato il più lontano possibile la coscienza e la responsabilità teorica e artistica della delegittimazione. Oggi possiamo affermare che il lavoro del lutto è compiuto. Non è il caso di ricominciarlo.

 
La generazione viennese d’inizio secolo aveva mantenuto una distanza etica e critica, pessimismo o lutto che dir si voglia, dallo stato del mondo, mettendo in discussione ogni discorso e ogni linguaggio che pretendesse di afferrare la totalità – delegittimando, per dirla con Lyotard, le «grandi narrazioni» che attraversano il mondo moderno e offrono fondamenta al sapere. Questa distanza dal mondo come presente, che era tutt’uno con la sua critica, viene a cadere nella condizione contemporanea.Il lavoro del lutto è compiuto: questa potrebbe essere la parola d’ordine del postmodernismo. Ciò che Musil indicava come «stupidità», considerata dal punto di vista di Lyotard, non è altro che un residuo di resistenza all’adesione piena al mondo così com’è. Qualificare stupido il mondo moderno, come aveva fatto Ortega, è una vana e illusoria presa di distanza dal solo mondo esistente. Bouvard e Pécuchet, che del positivismo delle singole conoscenze particolari fanno penosa e ridicola esperienza, come anche dell’impossibilità di una sintesi leggittimatrice, sono stupidi solo perché si aspettano qualcosa che non può esistere – e il fatto che Flaubert li abbia messi in scena è appunto segno di lutto. Superato il lutto, la stupidità svanisce.
 
Scritto negli anni Settanta e pubblicato in Italia nel 1988 in un volumetto dal titolo Allegro ma non troppo, il saggio di Carlo M. Cipolla Le leggi fondamentali della stupidità umana è rappresentativo della nuova situazione. Si tratta di un testo in equilibrio fra la parodia del genere ‘saggio accademico’ e una seria, inedita e interessante teoria della stupidità. Delle quattro leggi fissate da Cipolla, la seconda, che stabilisce chi sia lo stupido, è quella cruciale. Stupida è definita «una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita». Ciò permette di individuare, complementarmente, gli sfortunati o disgraziati come coloro che ricevono un danno senza trarne benefici, i banditi come coloro che si avvantaggiano a spese altrui, l’intelligente come chi ottiene un beneficio con profitto anche degli altri.
 
Questa teoria si presenta in termini semiseri, giocosi, come l’applicazione allegramente provocatoria e deliberatamente incauta di un modello economico-politico, ispirato a uno schietto utilitarismo filosofico, a un campo chiaramente improprio, con esiti sorprendentemente illuminanti. L’aspetto autoironico del testo di Cipolla è l’ultima eco del riso che ha sempre accompagnato gli sciocchi e che si è trasmesso agli stupidi e alla stupidità come un segno di familiarità. L’aspetto serio è invece intellettualmente originale. Cipolla dichiara immediatamente l’ubiquità degli stupidi, cogliendo implicitamente l’intrinseca ineffabilità della stupidità; gli sciocchi inoltre sono inquadrati come sfortunati o disgraziati, e gli stupidi così se ne distinguono. Considerare, infine, gli stupidi un rischio e l’origine di un danno per gli altri è lascito della stupidità classica, illuminista: la stupidità è perniciosa per la civiltà umana e va combattuta.
 
La posizione di partenza di Cipolla coincide in larga parte, dunque, con quella d’arrivo della riflessione moderna. Ciò che nella teoria di Cipolla scompare è la possibilità di giudicare ciò che è stupido così come si giudica ciò che è giusto o buono o bello: con un atto che, seppure soggettivo e dunque provvisorio e contingente, aspira all’universalità e si manifesta come una condanna etico-estetica. Come si fa a giudicare stupido chi fa proprio un luogo comune? Come valutare se il prendere il luogo comune per vero procura un danno, se lo procura solo all’enunciatario o anche al destinatario – o forse al mondo intero? Come sapere se la censura è stupida, come sosteneva Voltaire? Potrebbe essere banditismo. In alcuni casi, inoltre, potrebbe essere una pura sciocchezza, un danno sicuro per chi tenta di imporla; e ci sarebbero buoni argomenti per sostenere che, in dosi appropriate, è invece intelligenza.
 
E l’assertività tanto minacciosa per Flaubert, ha o non ha in sé il germe della stupidità? È forse possibile, come esemplificava Ulirch, chiedersi se sia stupido apprezzare più una riproduzione oleografica di un Van Gogh? Certamente no, a meno di non appoggiarsi ad assiomi estranei alla teoria. Ma soprattutto: come calcolare utilità e danno quando sono riferiti all’Umanità, al Mondo, alla Vita ecc. ecc.? Impossibile, perché troppi sono gli interessi, le posizioni, i punti di vista, i vantaggi e gli svantaggi, e troppo indefiniti o infiniti i soggetti portatori di utili e di danni. Ovviamente, caso per caso, limitatamente a ben perimetrati contesti, si può formulare un giudizio di stupidità, ma questo risulta piuttosto un calcolo di stupidità: un atto nuovo, diverso, che determina la stupidità localmente e a margine del singolo bilancio.
Con la teoria di Cipolla, compiutamente postmoderna e perfettamente attuale, anche in epoca di globalizzazione (la postmodernità in senso stretto, quella euforica e autoassertiva, è finita nel 1999 a Seattle), la stupidità è stata assorbita nell’Economia, come quasi tutto il resto, e il giudizio di stupidità è diventato moneta fuori corso. Chi dice che Disneyland è stupida è chiaramente a sua volta uno stupido.
 
 
«Une heureuse stupidité»: considerazioni finali
La storia del giudizio di stupidità assomiglia al lento formarsi di una bolla, che infine scoppia. Dentro non c’era niente, dopo il botto i frammenti dell’involucro sono dappertutto. In questo – l’esplosione finale – la stupidità è compagna del bello: il giudizio di stupidità ha avuto la stessa sorte del giudizio estetico, così che analogamente all’estetizzazione del mondo si è dato anche l’istupidimento del mondo. La stupidità infatti è ovunque, ma nulla può essere giudicato stupido. Al massimo ci si può considerare degli idioti quando si pensa che qualcosa di utile, di simpatico e di palesemente innocuo possa essere stupido. Dire che qualcosa è stupido, oggi, semplicemente è un insulto, niente altro. Di qualunque cosa si tratti. Il calcolo di stupidità di Cipolla consente tutt’al più un dibattito in televisione: la guerra in Afghanistan sarà stata una mossa astuta o no? Chissà, ci sono tante opinioni in proposito, bisognerà vedere alla fine, considerare il pro e il contro... Il calcolo di stupidità porta a ragionare, non a condannare – a correggere, non a opporsi.
 
L’impossibilità di indicare con immediata certezza cosa sia stupido implica, in senso lato, l’atto paventato e scongiurato da Flaubert – abbracciare l’esistente in quanto presente. Tale atto, a sua volta, coincide in larga misura con ciò che si usa chiamare felicità. Se questo è vero, significa anche che non possiamo che essere felici, non c’è sostanzialmente altra possibilità. Com’è noto, costringere gli uomini a una felice stupidità è stato ed è nei programmi di ogni dittatura, come era in quelli del muftì Jossouf-Chéribi. Ma in una dittatura bisogna mostrarsi felici anche se la stupidità domina sovrana, e con essa la più oscura infelicità, mentre nella nostre democrazie, dove invece regna l’intelligenza, la nostra felicità è ben fondata. L’intelligenza ha per così dire l’egemonia – tante cose non vanno, ma il sistema è fatto apposta per autocorreggersi, e nulla di ciò che può essere utile per aumentare la ricchezza collettiva, per esempio, rimane intentato.
 
Abbandonare un punto di osservazione esterno da cui valutare criticamente la totalità non solo è necessario, inevitabile di fronte alla complessità contemporanea, ma è auspicabile. Nessuno ha abbandonato il giudizio di stupidità perché ha pensato che non esistessero più gli stupidi o che gli uomini non sbagliassero più: semplicementelo stesso giudizio di stupidità è diventato un atto stupido, in quanto danneggia sia chi lo compie sia chi è oggetto della condanna. Le condizioni generali sono tali da non avere affatto bisogno di una sanzione tanto indiscriminata e grossolana, di un punto di osservazione sul mondo così sofisticato per un verso e sommario per un altro. Quello che occorre è prendere le cose come sono, una alla volta, e occuparsi intensamente ed esclusivamente di ciò che rientra nel proprio campo specifico. Quasi tutto il resto, infatti, la vita stessa, nella sua letteraria genericità, «è un campo troppo vasto». Nel proprio ben definito orizzonte si potrà forse misurare la stupidità, fare caso per caso il giusto bilancio, condannare l’irrazionalità quando non serve a divertire e riposare. La morte della stupidità non è affatto una cosa negativa.
 
Abbracciare la totalità presente, lasciar perdere il luttuoso sguardo sul bosco, quando abbiamo vicini al nostro naso tanti begli alberi fronzuti, ci rende più sereni. Che ce ne facevamo di un balcone che offre un panorama tanto deprimente? Ci ha forse aiutato in passato a scongiurare sciagure e follie? Davvero il faticoso punto di vista di Flaubert va considerato il massimo dell’eleganza spirituale? Non è forse meglio uno sguardo positivo, costruttivo, critico ma non pessimista, ottimista anzi, sui nostri simili? Considerare l’esistente la totalità ed essere sicuri che il nostro presente è tutto ciò che ha diritto di esistere in quanto già esistente – ed è questo che conta – offre una sicurezza che un appiglio immaginario quale la distinzione fra idee, atteggiamenti, stili, atti stupidi o intelligenti non può garantire. Questa sicurezza, soprattutto, rende migliore la vita, più facile l’orientamento, e ci rende contenti di come siamo e di cosa siamo. Del resto, felici o infelici, la stupidità è morta, e non possiamo resuscitarla neanche volendo.




Parole chiave: stupidità

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Perla (utente non registrato)
Straordinario articolo... chiedo il permesso di riprodurne una parte citando, ovviamente, la fonte.
il 5 Dicembre 2015

Francesco Panaro
Perla, questo tipo di richieste deve essere fatto via mail all'indirizzo:
uncommonsit@gmail.com
il 6 Dicembre 2015

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