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Gli dèi di Epicuro



di Fausto Pellecchia



Primo

Il turista che ha avuto occasione di soggiornare nella splendida isola di Samo, con le sue suggestive insenature sabbiose e le sue accoglienti taverne, non potrà non sorprendersi di una singolare disparità. Mentre Pitagora, il cui luogo di nascita è tutt’altro che certo, viene variamente ricordato e celebrato [Pythagorion è il centro del capoluogo, e tra i siti di interesse archeologico viene segnalata la grotta in cui Pitagora si sarebbe rifugiato quando Policrate lo costrinse all’esilio; per non parlare dei numerosi alberghi e osterie che si fregiano del suo nome], il suo conterraneo Epicuro sembra sia stato condannato all’ostracismo della memoria. L’origine di quell’esaltazione e di questa censura risale probabilmente al diverso trattamento subito dai due antichi filosofi da parte dei padri della Chiesa greca. Mentre, infatti, di Pitagora è stata tramandata la sua inclinazione mistico-religiosa, per Epicuro è stata fatale la fama di “materialista ateo”, nemico giurato della religione e fondatore del “giardino” (paràdeisos) dei piaceri.

Se, ad esempio, sfogliamo gli “Stromati” di Clemente alessandrino [1], capostipite di una lunga tradizione polemica che arriva fino a Dante [2],  l’epicureismo costituisce il bersaglio permanente delle sue contro-argomentazioni teologiche. Epicuro viene presentato come il “corifeo dell’ateismo” e la sua filosofia comefonte di menzogna e immorale. Contro gli epicurei afferma: «E quelli che pongono come principio gli atomi: poveri uomini senza fede, schiavi dei piaceri, che si rivestono del nome di filosofi» (St. I/11, 53.4). 
 Il capitolo 21 degli Stromati inizia con una critica feroce ad Epicuro: «Epicuro riponeva la felicità nel non aver fame, non aver sete, non aver freddo. Pronunciò la celebre frase: 'Felicità che rende uguale agli dei', ma in modo empio perché proprio in questo sosteneva di poter rivaleggiare con Zeus, come se stabilisse la beata superiorità di porci che mangiano escrementi, non di uomini ragionevoli e filosofi. Di quelli che pongono come principio il piacere cirenaici ed epicurei» (St. II/21,1-2).La filosofia, secondo Clemente, è come un dono offerto da Dio ai greci come un testamento, affinché servisse di base alla filosofia cristiana. Ma nella filosofia greca fu seminata la zizzania dal diavolo (cfr. la parabola Mt 13,25-30). E come nel cristianesimo le eresie crescono insieme al grano buono, così nell'ambiente filosofico «L'empietà di Epicuro e la teoria del piacere e tutte le altre proposizioni disseminate nella filosofia greca contrariamente alla retta ragione, costituiscono i frutti spuri della cultura concessa da Dio ai greci» (St. VI/8,67.2).
Ma è poi davvero legittima la classificazione di Epicuro come paradigma dell’ateismo?
In verità, tragli elementi primi della vita perfetta, Epicuro annovera, in prima posizione, la nozione della divinità incorruttibile (aphtharton) e beata (makarion), essendo la beatitudine una conseguenza dell’incorruttibilità. In tutte le testimonianze su Epicuro è documentata l’importanza che il filosofo del Giardino attribuisce alla riflessione sul divino. Nella Lettera a Meneceo scrive:
«Le cose che ti ho sempre raccomandato mettile in pratica e meditale, reputandole i principi fondamentali necessari ad una vita felice. Per prima cosa, considera la divinità come un essere indistruttibile e beato, secondo quanto suggerisce la nozione comune (noesis ypergraphe) del divino, e non attribuire ad essa niente che sia estraneo all’immortalità o discorde dalla beatitudine» (Epistola a Meneceo, 123) [3].

L’espressione nohesis ypegraphe, che è resa in italiano con “nozione comune”, significa letteralmente “conoscenza sottoscritta” o “prescritta”. Si tratta di un termine tecnico del linguaggio giuridico, impiegato negli atti d’accusa per indicare le dichiarazioni sottoscritte; ma può anche significare “conoscenza sommaria” che, se da una parte mantiene lo statuto di nozione universalmente presente nella mente di ogni essere umano, dall’altra sembra limitare la sua validità all’ambito della certezza soggettiva.
Tuttavia, subito dopo, Epicuro precisa:
«Gli dèi esistono: evidente è infatti la loro conoscenza ; non esistono piuttosto nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano, vengono a toglier loro le condizioni stesse della loro esistenza. Empio non è colui che gli dèi del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo attribuisce agli dèi, perché non sono prenozioni (prolepseis)  ma fallaci presunzioni (ypolepseis) i giudizi (apofaseis) del volgo a proposito degli dèi »[ib.123-124].
Come spiegare dunque l’acrimoniosa polemica di Clemente alessandrino e le secolari censure della tradizione cristiana sulla figura di Epicuro? Non si dovrebbe piuttosto parlare di un’originale “teologia” epicurea?

Secondo
La posizione di Epicuro riguardo il divino e la religione va innanzitutto collocata nel contesto del politeismo antico. Nelle città, le divinità sono onnipresenti. I culti e i sacrifici resi ai numerosi dèi antropomorfi ritmano il quotidiano. Ma anch’essa va restituita al contesto filosofico.
A partire dalla ricerca dei fisiologi presocratici,  all’inizio del V secolo a.C., di un principio-fondamento di tutte le cose designato come natura (phusis), il pensiero filosofico non ha tanto mirato a mettere in questione l’esistenza del divino, quanto piuttosto a unificare il divino conferendogli lo statuto di un principio (archè). L’esistenza degli dèi era assunto, infatti, come un dato auto-evidente e universalmente riconosciuto, parte integrante di quella stessa phusis a cui appartengono gli uomini e gli altri viventi. Semmai, ci si deve chiedere se e come vi siano modalità specifiche, luoghi o momenti, in cui cogliere l’autentica presenza del divino nel mondo. Per Epicuro, è necessario mettere in questione se gli dèi agiscano direttamente sul mondo e sul destino degli uomini, come pretendono Esiodo e Omero, che nei loro poemi hanno propagato false immagini antropomorfe degli dèi. Per tutti i filosofi antichi, del resto, l’investigazione della natura del divino coincide in qualche modo con la ricerca delle cause dei fenomeni naturali, sicché la maggior parte di essi elabora una teologia razionale sottesa alla critica della religione popolare.
A tal proposito, Epicuro sembra avere una posizione singolare. Spesso si pensa che egli coniughi il suo “materialismo” con un ateismo che sarebbe la conseguenza dei principi fondamentali dalla sua filosofia. Ora, se è vero che le forme moderne di epicureismo tendono verso una forma di materialismo ateo, la posizione del fondatore è molto più sottile. In effetti, non solo non è stato “materialista” in senso stretto (sostiene che le due sole nature costitutive di tutte le cose sono gli atomi e il vuoto), ma non ha negato l’esistenza degli dèi. La sua posizione originale sulla questione della religione e della natura degli dei si lascia descrivere a partire da tre rovesciamenti successivi.

Terzo
Il primo rovesciamento è abbastanza noto. Epicuro forgia un “quadruplice rimedio” (tetrapharmakos) destinato a guarire gli uomini dai loro mali fondamentali, il cui primo enunciato è che gli dei non si devono temere. La Lettera a Meneceo mette questo punto all’inizio dell’esposizione della dottrina etica, riassunta nella massima capitale: gli dèi non potrebbero essere cattivi o soggetti a comportamenti malvagi, dal momento che sono autenticamente beati, e «ciò che è beato e incorruttibile non conosce difficoltà e neppure ne causa ad altri, in modo tale che non è soggetto alla collera o ai favori». Per giunta gli dèi, che sono rappresentati come perfettamente beati, sono tanto poco inclini ad agire male, o semplicemente ad agire, dal momento che tutto ciò che esiste e sopraggiunge trova piuttosto spiegazione nelle due nature fondamentali che sono gli atomi e il vuoto (Epistola a Erodoto, 38-45). L’infinita combinatoria degli atomi in numero infinito in un vuoto infinito permette infatti di render conto di tutto ciò che è. «Per quanto riguarda i moti e le rivoluzioni, il sorgere e il tramontare e gli altri fenomeni congeneri dei corpi celesti non bisogna credere che ci sia qualche essere che a ciò è preposto e dia ordine ad essi, e nello stesso tempo goda della più completa beatitudine e della immortalità, poiché occupazioni e preoccupazioni e ire e benevolenze sono inconciliabili con la beatitudine […] Per cui bisogna pensare che per necessità si compiano tali moti regolari in seguito al modo in cui tali agglomerati furono compresi nell’origine del mondo» (Lettera a Erodoto, 76 ; cfr. Lettera a Pitocle 112-116).
Viene così eliminato il postulato “mitico” di un dio o di dèi onnipotenti e agenti, che certi filosofi vorrebbero erigere in principi dell’ordine del mondo.

Quarto
Ne consegue un secondo rovesciamento: dimostrare che gli dèi non sono attivi non significa che non esistono. La permanenza della rappresentazione del divino, nozione che si trova in ogni uomo, induce a distinguere criticamente tra la nozione “pura” – la noesis ypergraphe, fondata sulla prolepsis- di esseri indistruttibili, felici, e le opinioni raffazzonate, erronee, frutto della nostra ignoranza e della proiezione delle nostre imperfezioni: « gli dèi esistono: infatti è evidente la conoscenza che se ne ha; non esistono piuttosto nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano vengono a togliere loro ogni fondamento di esistenza» (Lettera a Meneceo, 123).
Questo assunto implica la critica feroce della religione comune, sviluppata nel poema di Lucrezio, De rerum natura, i cui fondamenti sono enunciati nella Epistola a Meneceo (123): «Empio non è colui che gli dèi del volgo rinnega , ma chi le opinioni del volgo attribuisce agli dèi».

Quinto
Di qui, un terzo rovesciamento. Sostenere che gli dèi esistono sembra una violazione dei principi della fisica epicurea, poiché, dal momento che tutto ciò che esiste è composto di atomi e di vuoto, e che questi composti, la cui esistenza ha una durata limitata, sono destinati a disfarsi, come potrebbero esistere dèi indistruttibili? Come può Epicuro difendere seriamente la tesi dell’esistenza di dèi felici, che si occupano solo di sé stessi, dei antropomorfi che banchettano, conversano, amano, ecc.? Come ha potuto reintrodurre questa finzione, nel momento stesso in cui poteva dar loro il colpo di grazia, ridurli a puro flatus vocis?
L’ultimo rovesciamento attiene appunto a questo presupposto: gli dèi, esseri indistruttibili e beati, esistono non alla maniera di esseri “solidi”, come siamo noi, ma esistono nella forma di immagini che noi ci rappresentiamo costantemente.
Secondo Epicuro, i corpi emettono in permanenza dalle loro superfici sottili pellicole, i simulacri, la cui serie produce l’immagine percepita dalla vista. L’immaginazione capta i simulacri isolati e può così rappresentarsi anche esseri assenti. Questi simulacri possono essere ricomposti e fanno sorgere nello spirito immagini di esseri non solidi. Gli dèi sono appunto questo: immagini mentali del perfetto vivente proiettate da tutti gli uomini [e ciò spiega anche perché possano assumere, nella rappresentazione popolare, una figura antropomorfa]. È in questo senso, razionalmente purificato, che gli dèi esistono e la loro essenza è appresa in una pura prolepsis come modello di vita beata e indistruttibile. Poiché del resto, la prolessi è costituita dalla reiterazione e dalla composizione dei simulacri sensibili, l’immagine “pura” degli dèi non è che il paradigma combinatorio degli attimi “intemporali” di felicità che ogni vivente può effettivamente sperimentare. 
Al contrario, gli dèi del mito e delle leggende, celebrati dai poeti, sono frutto di presunzioni false e infondate (pseudeis ypolepseis), che alimentano un’insensata superstizione, ingenerando timore e tremore nei loro confronti.
 
Si comprende perciò la virulenza degli epicurei contro la rappresentazione popolare degli dèi, fomentata da mitografi e poeti: comporre con l’immagine di questi esseri perfetti l’opinione (doxa) che essi abbiano passioni e debolezze identiche alle nostre corrompe il senso stesso del divino, ci impedisce ogni corretta comprensione del mondo e implica irrazionali turbamenti dell’anima. E viceversa, si comprende il valore etico che riveste l’immagine degli dei beati e privi di ogni turbamento: la loro immagine ci mostra la perfezione che l’uomo, liberato dai timori e dalle illusioni grazie alla filosofia, può cercare di realizzare nel tempo della propria vita, emancipandosi dall’eccitazione del desiderio e appagandosi degli attimi “immensi” che l’atarassia e l’aponia concedono. È quanto Epicuro promette a Meneceo: «Tu vivrai come un dio tra gli uomini» (Lettera a Meneceo, 135).  La formula va presa alla lettera: l’uomo non è un dio, un essere perfetto e indistruttibile, in quanto legittima e necessaria proiezione mentale del nostro desiderio di perfezione; ma può, attraverso la filosofia e la messa in opera del quadruplice rimedio, vivere la condizione divina, che si fonda sull’assenza di turbamento e sul piacere che proviene dall’esistenza in compagnia dei suoi simili. Un manifesto che, mutatis mutandis, conserva ancora intatta la sua attualità.
 
 
 

[1] Clemente d’Alessandria, Gli stromati – note di vera filosofia, a cura di M. Rizzi, Paoline editoriale libri, Roma, 2006. [2] Cfr. Dante Alighieri, Convivium, IV, VI, 11-12; Inferno, c.X. [3] In Epicuro, Opere, tr. It. con testo a fronte, introduzione e note a cura di Graziano Arrighetti, Einaudi, Torino, 1960.

Parole chiave: epicuro pitagora fausto pellecchia

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