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I ladri di terre



Di Gianni Ballarini*

Disegno di Andrea Rauch

Disegno di Andrea Rauch




L’ultimo ad aprire la porta allo shopping terriero è stato il governatore del Katanga, area dell’Rd Congo grande quanto la Francia. Moïse Katumbi ha messo a disposizione di investitori stranieri 14 milioni di ettari di terreno coltivabile. «Voglio diversificare. Il nostro futuro è l’agricoltura. Non le miniere», si è giustificato.

Se fosse preso alla lettera, sarebbe un vero e proprio record planetario: 140mila km2 di terra coltivabile, un’area grande poco meno della metà della superficie italiana, messa a disposizione dei cacciatori di terra. Che sono molti in questo periodo. E sono soprattutto i terreni africani a finire sotto la pressione della speculazione e degli investimenti commerciali. Secondo i dati forniti dalla Banca mondiale, sarebbero attualmente 35 milioni gli ettari acquistati o affittati nel continente da paesi stranieri o da multinazionali per essere coltivati. Il paese “privilegiato” da sempre è l’Etiopia (oltre 3 milioni gli ettari, gestiti da almeno 36 paesi o multinazionali stranieri).
 
Ma sono molti, in realtà, gli stati dell’Africa subsahariana che stanno cedendo larghe fette del proprio territorio per soddisfare la sicurezza alimentare straniera, a scapito della propria. Perché ormai siamo entrati nell’era in cui «il cibo è diventato un motore nascosto della politica mondiale» (titolo della rivista Foreign Policy di maggio-giugno 2011). Gli analisti parlano di geopolitica del cibo. Questo, perché il boom dei consumi nei paesi emergenti, sommato a una lunga serie di estremi climatici (incluse siccità e inondazioni), spedisce alle stelle i prezzi di moltissime materie prime, con il rischio che il carovita degeneri in scontri di piazza nelle nazioni più povere.

A impennarsi non è solo il prezzo del petrolio, la regina delle materie prime, perché è quella che impatta più direttamente l’economia. Ma, in un anno (da aprile 2010 ad aprile 2011), i prezzi cerealicoli sono saliti del 71% (fonte: Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, Fao). E sappiamo che nei paesi in via di sviluppo, o in alcuni paesi emergenti, la spesa alimentare è la voce più elevata per le famiglie: una fiammata di questi prezzi mette in crisi equilibri di per sé già precari.
La terra coltivabile diventa, così, più preziosa dell’oro. Anche perché se ne trova sempre meno. Secondo i dati di Actionaid, sui 4 miliardi di ettari potenzialmente arabili nel mondo, più della metà è compromesso da erosione, desertificazione e inarrestabile avanzamento delle città. Inoltre, la terra è sempre meno dedicata alla produzione di cibo. Ad esempio, il 40% circa del mais Usa è dirottato sui biocombustibili. Così, si fa incetta di terra dove ce n’è.
 
Olivier de Schutter, relatore sul diritto al cibo dell’Onu, in un recente inventario ufficiale ha censito ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola in 80 paesi. Solo il 37% degli interventi è mirato a produrre cibo, mentre il 35% è destinato alla produzione di agrocarburanti. Per la Banca mondiale, è nell’Africa subsahariana dove si concentra la maggior parte (circa il 45%) della terra adatta alla coltivazione non ancora sfruttata. Da qui la caccia alla terra africana. A dare il via al fenomeno del land grabbing (l’accaparramento delle terre) nel continente è stata l’Arabia Saudita. Re Abdullah, dopo essersi accorto che il petrolio portava miliardi di dollari ma non produceva cibo, decise di comprare migliaia di ettari di campi sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa. I suoi uomini si misero a coltivare riso e cereali in Etiopia.

E nell’agosto del 2009 il re festeggiò il primo raccolto. L’Arabia fu l’apripista. Poi arrivarono in massa tutti gli altri: da Pechino a Dubai, da Washington a Nuova Delhi e giù giù fino a Roma. Secondo l’International Land Coalition, le imprese italiane sarebbero partite alla conquista di almeno un milione di ettari in Africa (e un altro milione è stato acquistato da Benetton in Argentina). Tra le imprese coinvolte, c’è l’Eni nell’Rd Congo (180mila ettari), l’Agroils di Firenze in Marocco, Senegal, Camerun, Ghana (250mila) e il gruppo finanziario Green Waves, che ha preso il controllo di 250mila ettari coltivati a girasole per biocarburanti in Benin.
 
In molti paesi africani la terra non si può acquistare, ma affittare per periodi che possono arrivare fino a 99 anni. È quello che è successo, ad esempio, in Sud Sudan, dove, tra l’inizio del 2007 e la fine del 2010, sono stati ceduti a 28 compagnie straniere 2,64 milioni di ettari di terreno. Si tratta di una superficie più grande di tutto il Rwanda. Il contratto di maggior valore è stato firmato da Al-Ain Wildlife, una società degli Emirati Arabi Uniti, che ha acquisito i diritti di sfruttamento turistico su oltre 2 milioni 200mila ettari nel parco nazionale di Boma.

Altri accordi coinvolgono le americane Nile Trading and Development e Jarch Management: le concessioni riguardano rispettivamente 600mila ettari di terreni agricoli nello stato dell’Equatoria Centrale e 400mila ettari in quello dell’Unità. Stiamo parlando di un paese assai fragile. Di uno stato nascente, che si proclamerà indipendente il 9 luglio prossimo. Con una classe politica inadeguata. Dove, secondo il Programma alimentare mondiale (Pam), 9 persone su 10 vivono con meno di un dollaro al giorno e circa un terzo (3,3 milioni) della popolazione locale vive in condizioni di moderata o grave crisi alimentare. In questo contesto, togliere la terra significa intaccare i livelli di sopravvivenza.
 
Non è vero, dicono gli ottimisti. Gli stati africani possono sfruttare questa ondata di investimenti per fornire posti di lavoro e sviluppo per le comunità locali. Non solo si mettono in produzione aree abbandonate a sé stesse, ma si trasferisce know how alla popolazione. Per la verità, quello che sta succedendo in molti posti africani è che le comunità che per tradizione, ma senza un atto legale, coltivavano la terra da generazioni, vengono sfrattate senza un’adeguata spiegazione. Il land grabbing rischia di non incidere minimamente sullo sviluppo dei paesi dov’è praticato. Neppure sotto l’aspetto occupazionale. Nel 2010 la Fao ha invitato i governi africani a evitare le cessioni massicce di terra. Il suo direttore generale, Jacques Diouf, ha parlato di neocolonialismo e di terza fase della globalizzazione. Gli africani lo chiamano furto della terra. 
(*Gianni Ballarini è redattore di www.nigrizia.it)

Definizione
Land grabbing è il fenomeno che vede concentrarsi nelle mani di pochi soggetti pubblici o di mercato grandi superfici di terre agricole soprattutto nei paesi in via di sviluppo.


Parole chiave: africa land grabbing

COMMENTI

Sono presenti 15 commenti per questo articolo

Ondina Fnont (utente non registrato)
Se ne parla pochissimo del problema alimentare e della vendita, o affitto a lungo termine, di terre coltivabili in Africa a Paesi del Golfo , ma anche a Cina ed altri paesi orientali. Si sottovaluta in questo modo la grande importanza che rivestono questi paesi nell' ambito delle rivolte in Nord Africa e Libya, in particolare in quest, ultimo paese, con il Rais favorevole all' espansione cinese nel continente africano, contro gli interessi di Saudi Arabia e paesi del Golfo, favorevoli invece all' intervento in appoggio dei ribelli, e impegnati direttamente nei bombardamenti.. Tra l' altro Saudi Arabia era autosufficiente in campo alimentare e addirittura esportava grano fino a non molto tempo fa, ma il vecchio sovrano saudita sembra contrario ad ogni possibile sfruttamento di terreni in patria tramite tecniche innovative, una delle quali messa a punto da un ingegnere saudita, che prevede un sistema di evaporazione pe coltivare. Il petrolio non si puo` mangiare, prima o poi finira`, quindi si tende da parte di questi paesi a dannaeggiare chi ne possiede, soprattutto se di migliore qualita` rispetto al proprio, e il petrolio libico e di ottima qualita`. Inoltre la Libya e` ricchissima di falde aquifere sotterranee, quindi il Rais ha costruito grosse canalizzazioni destinate alle aree desertiche del paese, per cui possiamo dedurre che la Libya fara` comodo anche da un punto di vista agricolo e non solo enrgetico
il 6 Giugno 2011

Bernardo Parrella (utente non registrato)
gia', purtroppo non se ne parla granche' di simili problemi, ancor meno in italia....noi con global voices online ci proviamo, pero':

Etiopia: 'land grabbing' scellerato o sviluppo agricolo esterofilo?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&ID_articolo=317&ID_sezione=&sezione=

e anche questo progetto a latere, del pulitzer center:

http://pulitzercenter.org/projects/global-voices-food
il 6 Giugno 2011

Gisella (utente non registrato)
ogni volta che se ne parla (poco, in verità) sento un pugno nello stomaco, un pugno di impotenza e di rabbia...sarebbe positivo se le popolazione ne traessero giovamento, se gli insegnassero a trarre acqua di pozzi, a coltivare il necessario per la propria alimentazione e il loro commercio..ma sappiamo bene che non è così, basta vedere cosa fa la coca cola in india, o la del monte in ecuador, o il signor benetton in argentina....cosa potremmo fare? ben poco, temo. il dio quattrino ha troppo potere.
il 6 Giugno 2011

Giovanni Villone (utente non registrato)
"chi vende svende" diceva la nonna...è colonialismo senza se e senza ma, senza peraltro neache l'alibi della missione civilizzatrice, dell'esportazione di sistemi statutari "evoluti" che aveva il vecchio colonialismo. E' una storia che ricorda, con i dovuti distinguo, la conquista delle Americhe e le relazioni di compravendita con i nativi. Una classe politica locale  incapace e corrotta, stretta tra  inadeguatezza economica e incapacità tecnica, decide di "fare cassa" privandosi di settori dell'economia vitali per la sopravvivenza di quei popoli ...Una catastrofe planetaria che determinerà gravissime tensioni e conflitti esplosivi...  
 
il 6 Giugno 2011

Paola Pistolesi (utente non registrato)
Invece di aiutare il terzo mondo lo mangiamo,e mentre noi siamo a panza piena,loro sono a pancia vuota e a bocca asciutta.
il 6 Giugno 2011

Eli Mcbett
@Paola: É cannibalismo di guerra. Loro sono disossati, legati, lessati, stufati e rosicati. Speriamo solo che ci facciano venire a tutti l'Escherichia coli mentre li divoriamo con aviditá, cosí come noi gli abbiamo ammollato l'Aids per sterminarli.
il 6 Giugno 2011

Marcello Ballerini (utente non registrato)
Avvoltoi e iene! ..che si lanciano ovunque ci siano prede ferite da sbranare, anzichè curare e guarire, e alla fine,quando gli hanno tolto tutto, fanno sbranare i feriti fra di loro,  a quel punto arriviamo noi! :l'occidente democratico e civilizzato, quattro bombe intelligenti, e rimettiamo tutto a posto! E pensare che il mondo è così bello! è così tecnologico che ce ne sarebbe per tutti!...ma quanto credono di campare?  per spendere tutto quello che sottraggono agli altri! coloro che nemmeno riescono a quantificare i loro averi! forse lo fanno per i loro figli, e i figli dei figli dei figli, che se appestati dallo stesso virus satanico continueranno a godersi i loro beni sporchi di sangue.   i loro averi  
il 6 Giugno 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
Poi però quando dei disperati fuggono dalla fame e dall'espropriazione estrema attraversando il mare cercando speranza altrove, c'è sempre qualcuno che è pronto a sparargli addosso. 
il 7 Giugno 2011

Gianluigi Giangi Iovino (utente non registrato)
Credo che la cosa sia ancora più tragica: l'ultima moda è quella che, quando un terreno diventa economicamente improduttivo, si piazzano su qualche migliaio di panneli fotovoltaici. Così che il business continui e si fanno belli perchè producono energia "pulita". Tutto politically correct, non fa una grinza.
Nel frattempo, i prezzi dei prodotti agricoli continuano a crescere in virtù del rapporto domanda/offerta.
...Forse che la faccio un po' troppo tragica?
il 13 Giugno 2011

Cassandra00 (utente non registrato)
questa poi.... è proprio.... boccaccia mia statte zitta!!!
non ho parole... mi vengono in mente solo parolacce...

il 13 Giugno 2011

Gianmarco Tavazzani (utente non registrato)
V'è un effetto secondario trascurato: la ricaduta ambientale di un'agricoltura speculativa che non si cura dell'uso sfrenato di acqua e terreno.

Mentre si desertifica il terreno dilavato (già il termine 'terre arabili' sottende l'uso di una tecnologia obsoleta e sciagurata), si sporcano i fiumi e si incoraggia il disboscamento, insomma si è lontani da un'agricoltura sostenibile (lo è anche l'agricoltura tradizionale, si badi bene, praticamente speculativa da 8000 anni!).

Tutta l'agricoltura ed il suo ciclo van ripensati secondo criteri di sostenibilità.
il 15 Giugno 2011

Eli Mcbett
non era la germania che ha occupati i deserti africani per metterci kilometri di pannelli forovoltaici? non l'ha occupati? li ha affittati? li ha comprati? che contratti ha fatto la germania per stabilirsi nel deserto africano? e con chi? e questa elettricitá a chi va in uso?
perché ancora una volta si pensa di rendere economicamente fruttifero il prodotto energetico invece di aiutare i singoli cittadini ad essere elettricamente indipendenti?
In africa questa elettricita non la vedranno ovviamente... ? ...

il 27 Giugno 2011

Daniele Marcomin (utente non registrato)
nel 2050 saremo 9mld di persone da sfamare. L'Africa è il paese con la più elevata percentuale di terra arabile non coltivata. Basta un battito di farfalla ormai per mandare i mercati delle commodity agricole alle stelle - con conseguenze disastrose per le popolazioni che dipendono dalle importazioni, tra cui molti paesi africani. Per rendere arabili le terre "incolte" servono capitali. Guardiamo quello che sta succedendo in questi giorni con mais, grano e soia alle stelle a causa di siccità in america/europa/sud america. Noi europei riusciamo a sostenere questi prezzi, ma cosa sueccederà quest'anno in Africa? quante persone moririranno per la mancanza di materie prime. Allora dico, non guardiamo solo un lato della medaglia, ma anche l'altro. Ben venga che si aumentino le produzioni agricole in africa per renderla più autosufficiente! Ma bisogna che ci siano aziende che investano soldi - livellamento del terreno, concimazione, lavorazioni e sistemi di stoccaggio della merce costano TANTI soldi!
il 30 Luglio 2012

Evo Giunti
Di tutto quello che stanno facendo in Africa, dallo sfruttamento di quelle terre da parte degli Occidentali, dei cinesi e dei sauditi per fini di agricoltura non un chicco di grano rimarrà agli africani: tutto ciò che è coltivato in Africa viene portato nelle nazioni degli investiitori, perché quello è il fine (lo dicono i report ufficiali inetrnazionali) altro che per rendere autosufficiente l'Africa, Daniele questo è l'ennesimo modo per sfruttare una terra (come avviene per i diamanti e il petrolio), per affamare ancor di più un continente. Non rimarrà nemmeno un centesimo investito lì, in Africa.
il 30 Luglio 2012

Daniele Marcomin (utente non registrato)
Evo, citami i report ufficiali per favore sarei felicissimo di vedere qualcosa che non vedo. Io guardo i dati di importazione dell'Italia e non vedo arrivare un chicco di grano dall'africa in europa...ma viceversa. Unica eccezione nel 2011 in cui l'Ethiopia ha esportato qualche migliaio di ton di mais (prima volta nella storia) - ma ai tempi le varie aziende italiane coinvolte nel "land grabbing" non avevano ancora messo piede in Etiopia. Questo meccanismo succedeva in passato anche in altri paesi europei, importatori netti di grano, quando ancora non c'era la moneta unica. Ti assicuro inoltre che dal Benin non è entrato mai seme di girasole in Italia seppur questo fondo di investimento green waves citato in moti articoli sembra sia in benin dal 2007 a coltivare migliaia e migliaia di ettari a girasole.
il primo Agosto 2012

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