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Il cacciatore di stregoni



di Matteo Santarelli





Siamo all'inizio del terzo Millennio e ancora si discute di Sigmund Freud. E’ sorprendente come i toni di questa  discussione siano ancora oggi tesi e risentiti, a più di settanta anni dalla tragica scomparsa del “papà” della psicoanalisi. Un esempio calzante in questo senso è  Il crepuscolo di un idolo  di Michel Onfray, un testo uscito nel 2010 in Francia e da pochi mesi tradotto in italiano. Come noto, Onfray è un autore focoso, che non ama giri di parole e prese di posizioni ecumeniche.

Non sorprende che le 480 pagine del suo ultimo lavoro girino intorno ad alcune tesi fondamentali, schiettamente enunciate sin dalle prime pagine. Eccole riassunte in breve: Freud è un impostore, un ciarlatano in cerca della via più breve verso la fama; la psicoanalisi non è una scienza, ma una filosofia costruita intorno alle fantasie di un soggetto nevrotico infatuato della madre e delle figlie; la terapia analitica è assolutamente inadeguata e truffaldina; il freudismo è un pensiero politico pericoloso, assolutamente compatibile con il fascismo.

Accuse feroci e dirette, esposte con uno stile giornalistico brillante e pungente che rende scorrevole e veloce la lettura del testo ed il dipanarsi dei ragionamenti. Per il piacere del lettore, le parole di Onfray luccicano. Se esse siano pezzi d’oro o patacche, lo si può scoprire solo entrando nel dettaglio delle argomentazioni. In particolare, le accuse che strutturano il discorso di questo  Crepuscolo di un idolo  possono essere suddivise in tre classi: accuse alla persona; accuse alla teoria; accuse al significato politico della teoria.

Primo punto: la vita personale e privata. Nel dipinto di Onfray Freud appare come un narciso adultero che tradisce la moglie con la cognata, scarsamente dotato a letto, morbosamente attratto dalle figlie, superstizioso, tossicomane. Alcune di queste caratterizzazioni sono innegabilmente  realistiche. Altre, lo sono molto meno. Ad esempio, dal fatto che papà Sigmund scriva al genero dichiarandosi “orfano” della figlia Sophie appena sposata, si deduce che “c’è materia sufficiente per riflettere sull’intimità del rapporto di Freud con la penultima figlia” (p. 133).

Oppure, le incompletezze e le confusioni dell’ambizioso  Progetto per una psicologia  del 1895 vengono ricondotte agli sbalzi d’umore provocati dalla cocaina. In entrambi i casi, si tratta di ipotesi che si addicono più ad un giornalista scandalistico in cerca di scoop che non ad un pensatore impegnato in una seria analisi critica. E anche nei casi in cui le illazioni si rivelano più efficaci e realistiche, si fatica in generale a comprendere l’utilità di simili informazioni intime nell’ottica di un sereno resoconto teorico. Risposta di Onfray: è importante scavare nei particolari biografici, in quanto la psicoanalisi non è una scienza, bensì una filosofia privata costruita sulle fantasie e le vicende personali del dottor Freud.

Sfatare l’agiografia  mainstream costruita con il contributo fondamentale degli adepti al credo freudiano equivarrebbe quindi a demistificare la falsa universalità di una disciplina costruita allo scopo di puntellare le rovine di una banale nevrosi individuale. Purtroppo, nel seguire tale percorso Onfray rivolge contro la psicoanalisi il peggio della psicoanalisi stessa. Crepuscolo di un idolo  è infatti zeppo di retroduzioni e dietrologie, ed è completamente succube di una banale epistemologia psicologista che individua il significato di una teoria nella storia e nelle motivazioni personali di chi la sostiene.

Peccato che si possa essere superstiziosi ed allo stesso tempo formulare teorie credibili e convincenti, come il fisico Niels Bohr che esponeva nel suo studio un eloquente ferro di cavallo. E se Freud era un imbroglione sulla base del suo interesse per l’occulto, cosa dire del voluminoso  corpus  ermetico che Newton produsse in parallelo alla sua attività scientifica? C’è qualcosa che non va se la critica della psicoanalisi freudiana avviene sulla base degli aspetti più controversi della psicoanalisi stessa.

Secondo punto: la teoria e la sua efficacia. Quando taccia il pensiero freudiano di vitalismo, oppure quando critica la simbologia onirica per la sua presunta generalità, Onfray mette certo un dito sulla piaga. Tuttavia, anche qui la sua ricostruzione si macchia di qualche errore e di molte furbate. Errori: quando si critica Freud sostenendo che “la presa di coscienza di una rimozione non ha mai causato meccanicamente la scomparsa dei sintomi, ancor meno la guarigione” (p. 27), in realtà si cita Freud stesso, che nell’Interpretazione dei sogni  dice esattamente la stessa cosa prendendo le distanze dalle sue posizioni giovanili.

Oppure, quando si fa del paragone tra inconscio e noumeno kantiano che Freud propone a uno spaesato Biswanger in sede di conversazione privata un manifesto metafisico ed anti materialista, in realtà ci si dimentica quanto scarso fosse il povero Sigmund in analitica kantiana, come mostrano alcuni eloquenti  strafalcioni disseminati nell’Opera Omnia. Per quanto riguarda le furbate, due esempi su tutti. In primis, Onfray fa notare in vari passi come la stesura del suo volume sia avvenuta solo dopo aver letto l’intera opera freudiana.

Tuttavia, i testi che trovano maggior spazio __ le autobiografie, la storia del movimento psicoanalitico, le parti più narrative de  L’interpretazione dei sogni,  i debolissimi “romanzi storici” come  Totem e Tabù  e  L’Uomo Mosè,  Il Disagio della Civiltà,  L’Avvenire di un’illusione  __ sono quelli che meglio supportano la tesi onfreyana della psicoanalisi come delirio autobiografico e mitologico. Allo stesso tempo,  ben  poco inchiostro viene dedicato ad altri lavori che mostrano invece un Freud più lucido e più capace di entrare in un ipotetico dialogo con i futuri sviluppi della psicologia. Ci riferiamo non a testi “minori”, ma a pietre miliari come la  Metapsicologia, L’Io e l’Es, Inibizione, sintomo e angoscia,  Considerazioni intorno a due principi dell’accadere psichico, ed all’ostico settimo capitolo de L’interpretazione dei sogni.

Ma c'è dell'altro. Onfray si lamenta perché  a «nessuno viene l’idea che sia potuta esistere una  psicoanalisi non freudiana» (p.333). Tuttavia, il primo a non essere sfiorato da tale eventualità è l’autore stesso, che nella sua feroce disamina contro la psicoanalisi non degna di nessuna menzione i vari Melanie Klein, Donald Winnicott, Wilfred Bion, importanti e noti autori che rientrano nella scomoda definizione di “psicoanalisti post freudiani”.

Questa ostinata equazione Freud = freudiani = psicoanalisi è forse l’effetto di una prospettiva provinciale ed etnocentrica, basata sul perenne conflitto che Onfray intrattiene con una certa accademia francese, effettivamente colpevole di aver santificato la parola e la vita del “Maestro” austriaco e di aver creato una setta di spietati ed irragionevoli seguaci.

Bisogna forse assumere questo punto di vista per capire perché non una parola viene dedicata ai teorici anglosassoni delle relazioni oggettuali, alle riflessioni di autori tedeschi come Tugendhat e Habermas sulla filosofia della soggettività freudiana, alla spregiudicata lettura della psicoanalisi proposta da alcune filosofe femministe italiane.

Terzo punto: la psicoanalisi freudiana complice del fascismo. Ora, che Freud abbia simpatizzato per l’autoritario Dölfuss e forse anche per Mussolini non è un dato in se stesso rilevante dal punto di vista teorico. Il pensiero novecentesco “di sinistra” ha saccheggiato autori che furono compromessi in ben altra misura con il nazifascismo - basti pensare a Martin Heidegger e Carl Schmidt.

Inoltre, sostenere  che il pensiero di Freud è filofascista in quanto pessimista è un’inferenza poco convincente. Non è forse pessimista anche l’antropologia del “compagno” Lenin, secondo il quale la massa è incapace di approdare alla fatidica coscienza di classe senza l’intervento esterno educativo  dell’avanguardia intellettuale?

In poche parole,  Crepuscolo di un idolo  non aggiunge dunque nulla alla più che centenaria letteratura su Sigmund Freud. Lev Vygotskji, George Herbert Mead, Gilles Deleuze e Felix Guattari, Michel Foucault, John Bowlby e Daniel Stern ci hanno già spiegato cosa c’è che non va nel pensiero freudiano. Lo hanno fatto duramente, senza esclusione di colpi e senza timori reverenziali.

Tuttavia, nelle loro pagine non si trovano mai tracce della polemica bassa, feticista e personale di cui si rende protagonista Onfray in questo volume. Un testo provinciale e saccente, che arriva a banalizzare l’avversario con espedienti stilistici decisamente infantili – ad esempio, che bisogno c’era di intramezzare in continuazione le citazioni dai testi di Freud con un numero infinito di “sic”?

Se è vero che la psicoanalisi presenta ancora oggi enormi difficoltà, e che troppi suoi sostenitori rifiutano a priori il confronto con terapie e teorie più recenti, non per questo ogni invettiva nei suoi confronti è legittima e valida. Il “metodo Boffo” che il deludente  Crepuscolo di un idolo applica a Sigmund Freud è buono per testate giornalistiche in cerca di vendette politiche, molto meno per un libro di filosofia e psicologia dagli scopi così ambiziosi.



Parole chiave: freud psicoanalisi onfray

COMMENTI

Sono presenti 18 commenti per questo articolo

Marina Caprioni (utente non registrato)
che omino meschino questo Onfray, inviodioso del genio altrui. Riduce tutto a squallida cronaca. E' lui semmai il fascista, perchè ne ha l'intransigenza e l'attitudine ad emarginare tutto ciò che non si è in grado di comprendere.
Freud ha luci ed ombre, è stato a volte smentito, a volte superato, ma ha intuito l'esigenza nella società borghese, di una nuova scienza umana, di una chiave di lettura diversa per curare nuovi mali.
Gli suggerirei di distruggere Cravaggio perchè era un baro e un assassino e non sto ad elencare l'infinita di casi storici.
C'è il genio con la follia e il meschino con l'ottusità
l'11 Dicembre 2011

Claudio Tricoli
Ringrazio l'autore e la sua pazienza per averci risparmiato la lettura di questo novella 2000 della storia della psicologia. In realtà la pulsione a svergognare e parlare delle cose sporche ha in psicologia una precisa connotazione. quello che è triste da rilevare è che un giovane scrittore 'debba' usare i metodi del venditore di mercato per attirare le attenzioni su di sè.
l'11 Dicembre 2011

Matteo Santarelli (utente non registrato)
D'accordissimo con i commenti. @ Claudio: sono contento di averti scoraggiato la lettura di un testo scientificamente inutile ed inutilmente cattivo.
l'11 Dicembre 2011

Sckolnic (utente non registrato)
C'è qualcosa che non va secondo me. Un libro va sempre e comunque letto, troppo comodo affidarsi a quello che ci dicono di pensare gli altri che lo hanno letto. In fondo è più comodo, ma non c'è il rischio di una nuova inquisizione e di un nuovo indice? Inoltre, la tesi centrale del libro a me sembra essere la presunta scientificità di quella che non è altro che una filosofia personale, come quella di tutti i filosofi (da qui derivano tutti gli altri corollari). Freud si crede scienziato ma è un filosofo. Vuole costruire una scienza, ma fa una filosofia, cosa per lui ripugnante e agognata al tempo stesso. La filosofia (senza alcun criterio di scientificità se non l'ìadesione incodizionata dei suoi seguaci) di Freud può piacere o non piacere come ogni filosofia, ma questo non ne fa una scienza. Non sono uno stimatore della filosofia edonista di Onfray, ma alcune considerazioni mi sembra giusto farle.
@Marina: Peccato che Freud non volesse fare una scienza umana, ma una vera e propia scienza naturale. A proposito la psicoanalisi cura?
@Claudio: Onfray non ha bisogno di attirare l'attenzione su di sé; è uno dei filosofi più discussi attualmente a livello mondiale (non certo per questa sua ultima fatica). Ha all'atttivo oltre 50 monografie, tra cui un progetto di rilettura dell'intera storia della filosofia partendo dal suo punto di vista, non nascosto, ma esibito a chiave della sua lettura. Agli altri il giudizio. Per quanto riguarda questo libro non è una storia della psicoanalisi, ma una analisi di teoria della conoscenza della costruzione freudiana. 
Ultima domanda: perché gli archivi sono secretati (il concetto di privcacy non c'era al tempo di Freud); perché il carteggio non è stato pubblicato in maniera integrale dai suoi biografi ufficiali, se non negli ultimi anni e non da autori appartenenti alla categoria precedente?
il 12 Dicembre 2011

Marcot (utente non registrato)
Nel concordare con la sostanza del commento di sckolnic e nel riconoscere che la recensione di Santarelli mette bene in luce alcuni limiti del libro di Onfray, vorrei tuttavia aggiungere un paio di cose. 1) Santarelli dimentica il fatto che Onfray basa la sua analisi della vita e dell'opera di Freud facendosi guidare dal lume di Nietzsche, e in particolare dal passo di "Al di là del bene e del male" posto in epigrafe (e poi citato nel libro) e dalla prefazione della "Gaia scienza". Questo fatto è rilevante perché dimostra onestà metodologica in Ondray, il quale gioca a carte scoperte assumendo un criterio interpretativo (magari discutibile) ben preciso e chiaramente esibito. Stando a tale criterio, i sistemi filosofici sono autobiografie mascherate, cioè tentativi di mascherare con una posticcia razionalità generalizzabile delle idiosincrasie personali. 2) In tal senso, Onfray in fondo sostiene una cosa semplice (in parte già messa in luce): la psicoanalisi non ha niente di scientifico, perché è tutta filosofica ed è pura psicologia letteraria. Ma questo non implica che essa sia tutta falsa. Anzi. Essa è un documento "verissimo" per conoscere l'uomo Freud e solo lui. Vale a dire: la psicoanalisi è empiricamente falsa nella misura in cui si presenta come teoria formulata con standard scientifici, perché riesce a violare tutte le procedure della ricerca nell'ambito delle scienze della natura. Tuttavia essa è "vera" come carta di identità di un uomo, perché ne riflette la personalità e la storia pur dietro i camuffamenti e le dichiarazioni di validità universale (da qui le battutacce di Onfray: il complesso edipico esiste, ma ne era affetto solo lui...). Ciò vuol dire che l'approccio di Onfray, piuttosto che essere rigettato in blocco per il suo tono e per le sue scorrettezze occasionali, può e deve essere criticato per la sua sostanza epistemologica, che comunque c'è. Personalmente, per esempio, non condivido per nulla l'immagine nietzscheana della filosofia che Onfray usa per attaccare Freud, nella misura in cui la considera valida ed ermeneuticamente produttiva. Tuttavia non va dimenticato che l'immagine nietzscheana della filosofia era condivisa da Freud, il quale, appunto, faceva di tutto per non sembrare un filosofo dicendo di operare sulla scia di Copernico e Darwin. Da questo punto di vista, Onfray non ha torto a sostenere che la psicoanalisi sia una gigantesca menzogna "scientifica", pur restando un'affascinante sezione della letteratura fantastica.
il 14 Dicembre 2011

Gisella Fioravanti
Non è appropriato dare un giudizio - come il mio - per commentare un intero articolo e tutto quello che c'è dietro, con il titolo di un film. Però, sì, voglio farlo e infrangerò la mia regola: "Basta che funzioni".

Io credo che milioni di persone, ognuna in modo diverso, si sono  "salvate la vita" con la psicoanalisi del caposcuola Freud e di tutti i suoi allievi amici e nemici... Ed è questo ciò che conta. In molti, se non tutti, scienziati, filosofi, scrittori, arstisti... sono partiti da sé stessi per costruire sistemi che nel bene e nel male sono serviti a qualcosa. Ho la sensazione che spesso, per un fine esclusivamente di discussione si parli di questioni senza vederne i risvolti. . Il Novecento ha visto sotto un altro occhio "la follia", la melanconia, la depressione... E' stata risparmiata tanta  sofferenza a quelle persone che sono state "curate" con sistemi preistorici (devo fare un elenco? spero di no) prima della psicanalisi fino all'annientamento e alla soppressione dell'individuo, del libero arbitrio, della libertà personale. Il libro di Onfray è un regalo rimasto in bilico sulla mia scrivania,  avevo capito (prima ancora che lo recensisse, stroncandolo, Bernard-Henry lévy) che è un'operazione come  se ne fanno tante oggi. E il titolo lo rivela: buono per far presa ad un popolo lettore ormai provinciale che acquista il libro perché ci vede già dalla copertina uno "scandaletto". Anche per gli editori fa lo stesso come per il paziente: basta che funzioni.  

 
il 14 Dicembre 2011

Gisella Fioravanti
Un altro contributo: dal Corriere della Sera del 29 aprile 2010. L'articolo di Bernard-Henry Lévy

Tutti gli errori di Onfray su Freud La polemica fra gli intellettuali dopo l’uscita del libro pieno di accuse all’autore dell'«Interpretazione dei sogni»   Sigmund Freud Michel Onfray si lamenta di ricevere critiche senza essere letto? Ebbene, l’ho quindi letto. L’ho fatto sforzandomi di mettere da parte, per quanto possibile, i vecchi cameratismi, le amicizie comuni, come anche la circostanza — ma questo era evidente — che entrambi siamo pubblicati dallo stesso editore. A dir la verità, sono uscito da questa lettura ancora più costernato di quanto lasciassero presagire le recensioni di cui, come tutti, ero venuto a conoscenza. Non che per me, come invece per altri, l’«idolo» Freud sia intoccabile: da Foucault a Deleuze, a Guattari e ad altri ancora, molti se la sono presa con lui e io, pur non essendo d’accordo, non ho mai negato che abbiano fatto avanzare il dibattito. E nemmeno sono il risentimento anti-freudiano, la collera, addirittura l’odio, come ho letto qua e là, a suscitare il mio disagio alla lettura del libro Crépuscule d’une idole. L’affabulation freudienne (Grasset): si fanno grandi libri con la collera! E che un autore contemporaneo mescoli i propri affetti con quelli di un glorioso predecessore, che si misuri con lui, che faccia i conti con la sua opera in un pamphlet che, nell’ardore dello scontro, apporta argomenti o chiarimenti nuovi è, in sé, qualcosa di piuttosto sano. Del resto, Onfray l’ha fatto spesso, altrove, e con vero talento. No, non è questo. Quel che infastidisce nel Crépuscule d’une idole è di essere banale, riduttivo, puerile, pedante, talvolta al limite del ridicolo, ispirato da ipotesi complottistiche assurde quanto pericolose; e di adottare — il che è forse la cosa più grave — il famoso «punto di vista del cameriere», di cui nessuno ignora, a partire da Hegel, che raramente sia la persona più adatta a giudicare un grand’uomo o, peggio ancora, una grande opera... Banale: come unico esempio, cito la piccola serie di libri (Zwang, Debray-Ritzen, René Pommier) ai quali Onfray ha l’onestà di rendere omaggio, oltre ad altri testi, alla fine del volume, che già difendevano la tesi di un Freud corruttore dei costumi e foriero di decadenza.   Riduttivo: ci vuole un bel fegato per sopportare, senza ridere o senza spaventarsi, l’interpretazione quasi poliziesca che Onfray dà del bel principio di Nietzsche, che pure conosce meglio di chiunque altro, secondo cui una filosofia è sempre una biografia criptata o mascherata (grosso modo: se Freud inventa il complesso di Edipo è per dissimulare i pensieri pieni di rancore che nutre nei confronti del suo gentile papà e per riciclare le turpi pulsioni che prova verso sua mamma). Puerile: il rimpianto di non aver trovato, nelle «seimila pagine» delle opere complete di Freud, la «schietta critica del capitalismo» che avrebbe riempito di soddisfazione Michel Onfray, creatore dell’università popolare di Caen. Pedante: le pagine in cui Onfray si chiede con gravità quali debiti inconfessabili il fondatore della psicanalisi avrebbe contratto, ma
il 14 Dicembre 2011

Gisella Fioravanti
...ma senza volerlo riconoscere, verso Antifone di Atene, Artemidoro, Empedocle o verso l’Aristofane del Simposio di Platone. Ridicolo: è la pagina in cui, dopo oscure considerazioni sul probabile ricorso di Freud all’onanismo, poi un non meno curioso tuffo nei registri degli alberghi, «la maggior parte lussuosi», dove il viennese avrebbe protetto, per anni, i suoi amori colpevoli con la cognata, Onfray, trascinato da uno slancio da poliziotto della Buoncostume, finisce con il sospettarlo di aver messo incinta la suddetta cognata che, all’epoca, era giunta a un età in cui questo tipo di lieto evento si verifica, salvo nella Bibbia, molto raramente. Il complotto: come nel Codice da Vinci (ma la psicanalisi, secondo Onfray, non è forse l’equivalente di una religione?), il complotto è l’immagine vagheggiata di giganteschi «container» di archivi sotterrati, in particolare, nelle cantine della Biblioteca del Congresso a Washington, alle cui porte veglierebbero milizie di templari, freudiani cupidi, feroci, astuti come il loro venerato maestro. Infine, il punto di vista del cameriere: è il metodo, sempre bizzarro, che consiste nel partire dalle presunte piccole debolezze dell’uomo (l’abitudine freudiana di scegliere egli stesso — chissà perché! — il nome di battesimo dei figli «sulla base della propria mitologia personale»), dalle sue non meno presunte stranezze (sete di gloria, ciclotimia, aritmie cardiache, tabagismo, umore oscillante, piccole prestazioni sessuali, paura dei treni: non invento nulla, questo catalogo di «tare» si trova nel libro); eventualmente dai suoi errori (come la dedica a Mussolini, da sempre nota, ma che Onfray sembra scoprire e che, estratta dal contesto, lo fa sprofondare in uno stato di grande frenesia) per dedurne la non validità della teoria nel suo insieme. Onfray raggiunge il colmo quando, alla fine del libro, ricorre addirittura al testo di Paula Fichtl, cioè ai ricordi di colei che fu la cameriera, per cinquant’anni, della famiglia Freud e poi dello stesso Sigmund, per denunciare le relazioni dell’autore di Mosè e il monoteismo con il fascismo austriaco. Tutto questo è desolante. Mi riesce penoso, in tutti i sensi del termine, ritrovare in tale tessuto di banalità, più stupide che malvagie, l’autore di libri — fra gli altri Il ventre dei filosofi (Rizzoli, 1989) — che vent’anni fa mi erano parsi così promettenti. La psicanalisi, che ha visto ben altro, si rimetterà. Quanto a Michel Onfray, ne sono meno sicuro.   Bernard-Henri Lévy (traduzione di Daniela Maggioni)
il 14 Dicembre 2011

Sckolnic (utente non registrato)
ecco a voi la psicoanalisi... 

http://mondoaspie.wordpress.com/2011/12/15/francia-autismo-fuoco-sulla-psicanalisi/
il 17 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
Stimolato dal particolare interesse che suscita in me l'argomento, mi sono messo a leggere "Le Crépuscule d'une idole. L'affabulation freudienne" di Michel Onfray. Prima di poter esprimere adeguatamente la mia opinione (nel mio piccolo) sull'argomento dovrò certamente terminare prima questa non corta lettura. Nel frattempo, siccome vedo che tra i commenti è stata riportata, a detrimento della reputazione del discusso autore francioso, la stroncatura, diffusa a livello europeo (vd. il Pompiere della Sera), da parte dell'illustre - o supposta tale - voce di Bernard-Henri Lévy, mi sono preso la briga di tradurre l'articolo-controffensiva di Onfray, che riporto qui sotto (l'originale si trova a: http://www.lepoint.fr/actualites-chroniques/2010-05-06/onfray-repond-a-bhl/989/0/451979). Ho ritenuto utile alla discussione e alla riflessione la replica, più che dovuta, del filosofo di Argentan.
Ne approfitto per indirizzare un caro saluto a Matteo.
Andrea
il 18 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
Una volta, un mandarino di Saint-Germain-des-Prés ha promosso il concetto di «Francia ammuffita»… La ricezione parigina e mondana del mio libro critico su Freud, “Il crepuscolo di un idolo”, avrà permesso di vedere raccogliersi come delle mosche tutti i gerarchi della Francia intellettuale ammuffita, questi vecchi combattenti del Maggio ’68 aderenti al mondo così come va. Jacques-Alain Miller mi paragona a Adolf Hitler, Elisabeth Roudinesco mi dà del fascista, dell’antisemita, del nazista, del collaborazionista, dell’onanista, attacca mia madre, ridicolizza mio padre e trascina la mia infanzia nel fango, ed ecco ora perfino un articolo virulento di Bernard-Henri Lévy: la gloria! Ecco un uomo che ha passato ventidue anni della sua vita “pennevole” nella mia stessa casa, la casa editrice Grasset, che ha perfino pubblicato alcuni dei miei libri nella di lui collezione senza averne mai letto uno solo, e che tuttavia è riuscito a ignorare superbamente il mio lavoro al punto di non aver mai citato una sola volta il mio nome nei diversi chili di carta pubblicati con le sue cure. Il grand’uomo si lascia andare infine e si metto allo scoperto! Uno scrittore conosciuto per la sua rettitudine, la sua moralità, la sua indipendenza, un filosofo ammirato per la sua virtù, la sua probità, la sua onestà, un individuo rispettato per la serietà del suo lavoro, la profondità delle sue analisi, la distesa delle sue visioni, questo esegeta di Botul [filosofo immaginario: http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Baptiste_Botul] conosciuto ormai in tutto il mondo dice può dire finalmente tutto il male che pensa di me in Francia e all’estero attivando una rete internazionale che gli sarà costata cara in tutti i sensi del termine… Un articolo favorevole del Gran Timoniere di Saint-Germain-des-Prés mi avrebbe dato il più grande dispiacere. Il problema, più che questa ricezione patologica delle élites ammuffite della Francia intellettuale, è la loro incapacità di portare un solo argomento valido contro il mio lavoro: del Freud bugiardo, Freud che distorce i fatti, Freud distruttore delle tracce dei suoi misfatti, Freud cocainomane depressivo che si sbaglia dottrinariamente per più di un decennio, Freud all’origine della morte del suo amico Fleischl-Marxow, Freud distruttore del viso di Emma Eckstein con l’aiuto del suo amico Fliess, Freud onaniste, Freud ossessionato dal sesso di sua madre, Freud che generalizza la sua patologia edipica a tutto il pianeta, Freud incestuoso, Freud che va a letto con la cognata dopo aver stabilito il dogma della sua rinuncia a ogni sessualità al fine di sublimare la propria libido nella creazionee della psicoanalisi, Freud che rende omaggio all’occultismo e allo spiritismo, Freud che pratica riti per scongiurare la cattiva sorte, Freud che crede alla telepatia, Freud appassionato di numerologia, Freud che inventa dei casi mai esistiti, Freud che ne romanza altri per farne delle storie convincenti, Freud che mente sulla sua clinica, Freud che afferma a torto di aver guarito dei pazienti, Freud che prende il denaro equivalente a 450 euro del 2010 per una seduta e che invita a un incontro al giorno,...
il 18 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
...Freud che accumula una fortuna in liquidi sfuggendo al fisco, Freud che teorizza l’«attenzione fluttuante» per giustificare che la psicanalista possa dormire durante le sedute senza che l’analisi ne sia disturbata, Freud, appunto, che dorme durante delle sedute, specialmente con Helene Deutsch, Freud che confida a Ferenczi: «I pazienti sono plebaglia», Freud che scrive che la sua psicoanalisi cura tutto e che tuttavia prescrive nel 1910 (!) l’intromissione di sonde uretrali nel pene di un uomo per guarirlo (!) dal suo gusto per la masturbazione, Freud che scrive a Binswanger che la psicoanalisi è «un’imbiancatura di negri» per ammettere che, infine, il suo sciamanismo non funziona, Freud ontologicamente omofobo, Freud misogino, Freud incapace di ipnotizzare, Freud che utilizza la balneoterapia o l’elettroterapia, Freud che redige una dedica estremamente elogiativa a Mussolini nel 1933 come prefazione a “Perché la guerra?”, Freud che sostiene il regime austro-fascista del cancelliere Dolfuss nel 1934, Freud che lavora con degli emissari dell’Istituto Göring perché la psicoanalisi possa continuare a esistere nel regime nazional-socialista persecutore di ebrei, Freud che intrallazza l’esclusione dello psicoanalista Wilhelm Reich, in pieno nazismo, per comunismo, Freud che scrive con totale furia nazista che Mosè non era ebreo e che gli ebrei erano degli Egiziani, Freud che scrive poco tempo prima del termine della sua vita che «Non la si finisce mai con una rivendicazione pulsionale», detto altrimenti, che non si guarisce mai – di quel Freud là, dunque, tutti quelli che mi trascinano oggi nel fango e moltiplicano gli attacchi ad nomine non dicono nulla. E ciò per evidenti ragioni. Questa requisitoria schiacciante è verificabile e precisata nel mio libro. Il loro odio dice bene quanto abbia colpito nel segno… 
il 18 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
In che modo quell'"agrégé" [In Francia, vincitore del concorso statale a cattedra per l’insegnamento, equiparabile alla libera docenza in diverse facoltà] che è B.H.L., che si è coperto di ridicolo sul pianeta intero non capendo che ottanta pagine di Botul fossero uno scherzo, potrebbe comprendere seicento pagine che la sua immodestia impedirà sempre di leggere? La mia tesi, in questo libro, è nietzschiana: la filosofia è sempre la confessione del suo autore, la sua autobiografia, per Freud come per tutti gli altri. Ipotizziamo, per ridere un po’, che questo giornalista sia un filosofo: allora, anche lui avrà la “filosofia della sua persona”. Si comprende dal momento che egli si precipita in soccorso di un falsario, di un fabbricante [o fanfarone o affarista], di una persona che distorce i fatti, di un mentitore, di una personalità narcisista, di un megalomane, di un settario, di un uomo che detesta la sinistra e ama il denaro. Finalmente, la critica di B.H.L. rivela la paura che con questa psicopatologia di Freud si scorga in una maniera un po’ troppo evidente il pietoso vero volto di Bernard-Henri Lévy. Questo «filosofo» si precipita oggi in aiuto di un uomo obnubilato dalla celebrità, ossessionato dal denaro, avido di onori e preoccupato della propria reputazione, di un ammiratore di Mussolini, di un antisemita, di un difensore dell’austro-fascismo del cancelliere Dolfuss, di un anticomunista che ha lavorato con l’Istituto Göring perché la psicoanalisi potesse esistere sotto il regime nazista. Stupefacente, no? Il dibattito non avrà dunque luogo con il rappresentante di questa Francia intellettuale ammuffita, e con altri. Ma l’abbondanza di e-mail di congratulazioni che ricevo da persone che non fanno parte dell’élite parigina e degli uomini di mondo di Saint-Germain-des-Prés mi riconforta. Il successo di questo libro in libreria (un’altra buona ragione per B.H.L. di odiarmi, lui che, malgrado la convocazione dei suoi amici utili nell’informazione in maniera massiccia, ignora da molto tempo il successo in libreria…) prova che questo discorso demistificante doveva essere tenuto. È cosa fatta. Che cosa importano le vociferazioni…

MICHEL ONFRAY (articolo apparso su 'Le Monde' il 6 Maggio 2010)
il 18 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
*ad hominem
il 18 Dicembre 2011

Andrea G (utente non registrato)
**Le Point
il 18 Dicembre 2011

Matteo Santarelli (utente non registrato)
ciao a tutti/e, grazie per i commenti!
io direi che l'articolo apparso su Le Monde confermi quanto nel testo di Onfray vi sia una posta in gioco "politica" e personale interna all'accademia francese. Che in Francia parlare di Freud comporti  - da entrambe le parti, beninteso - ancora questo delirio di accuse personali, di insulti, di illazioni, è il più grande omaggio postumo che si possa fare al padre della psicoanalisi. Scrivere un libro sulla psicoanalisi senza dedicare una riga agli autori post - freudiani mi sembra poca cosa. 
p.s. ciao Andrea, buon anno!!
il 2 Gennaio 2012

Andrea G (utente non registrato)
Ciao Matteo, non è che mi voglia ergere a difensore di Onfray - anche se molte sue idee, soprattutto su altre questioni, sono le mie - ma da quello che ho capito dalle dichiarazioni e da quanto affermato nel libro (per finire il quale ahimé devo ancora trovare del tempo), ha voluto scrivere una biografia intellettuale e critica di Freud e togliere fondamento scientifico alla psicanalisi freudiana, ma non per questo fondamento filosofico, nel senso della "filosofia della sua persona". Inoltre il libro è già piuttosto corposo parlando solo di Freud, non credi? Quanto alla psicanalisi non freudiana, non sarebbe male se venisse tradotto in italiano anche il suo libro su questo tema, uscito qualche mese dopo, intitolato "Apostille au Crépuscule. Pour une psychanalyse non-freudienne". http://onfray.over-blog.com/article-apostille-au-crepuscule-59717086.html  Che la parola possa guarire, dal momento che interloquire produce sempre degli effetti (es. una ragazza comunica a una sua amica che un ragazzo le ha confidato di essersi innamorato di quest'ultima...), non sembra essere dunque negato dal nostro filosofo anaccademico, antiaccademico, e a dire il vero anche un po' iconoclasta (in senso nietzschiano), e in questa contrapposizione tra filosofia e psicanalisi freudiana (la quale però è solo una falsa dicotomia, forse) mi pare ci guadagni molto sia la filosofia, sia la psicanalisi tout court. "Filosofare col martello" forse può servire anche a raddrizzare il ferro della psicanalisi, chi sa... Ma parlo da profano e da semplice studioso di lettere appassionato di filosofia, dunque prendi quello che ti scrivo con un semplice beneficio d'inventario.
Buona anno anche a te,
A presto!
il 4 Gennaio 2012

Mirco Marchesi
L'epoca nichilistica di cui la nostra civiltà è massima espressione non poteva certo risparmiare Freud.  Il povero Onfray non sa più dove aggrapaprsi per nn andare a fondo, ma con Freud prende male in quanto è egli stesso l'affermazione e la negazione delle sue teorie. Si provi a togliere a Freud la dottrina psicanalisi (da lui mai definita scienza), sarebbe come togliere a Newton la gravità. Ah, dimenticavo la psicanalisi non è una scienza forse la psicologia lo è? Eppure oggi non si muove foglia senza che un'equipe di "Psicologi" non abbia proferito verbo.
l'8 Agosto 2013

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