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Il futuro è molto aperto



di Michele Marsonet





Perché è così difficile – per non dire impossibile – prevedere il corso futuro della storia? La risposta più ovvia rimanda ai limiti delle nostre capacità cognitive, anche se non tutti accettano il fatto che tali limiti siano in buona sostanza invalicabili. Molti sono disposti a riconoscere che non si può prevedere il destino di un individuo, ma per vari motivi alcune tendenze comuni alla filosofia e alle scienze sociali non rinunciano all’obiettivo di formulare previsioni attendibili quando esse riguardano entità complesse come società, nazioni e imperi.

Si tratta di un sogno antico, presente in quanto tale sin dalle epoche più remote. Nonostante gli insuccessi il sogno continua a essere perseguito anche ai giorni nostri. Pare insomma che l’uomo non sia disposto a cedere. Dal momento che siamo noi a fare la storia e a esserne i protagonisti, deve pur esistere un “metodo” in grado di condurci alla previsione storica, proprio come c’è (secondo alcuni) il metodo che consente di prevedere – entro certi limiti – i fenomeni naturali.

Il fascino che questo modo di pensare esercita sull’animo umano è perenne. Ne troviamo già tracce nelle civiltà antiche, che diventano poi più consistenti nel pensiero greco. La situazione è piuttosto nota ed evito quindi di fornire troppi dettagli limitandomi ai tempi più recenti.Si noti che non sto parlando di autori come Gibbon, che analizza le cause di declino e caduta dell’impero romano. Con lui si può non concordare circa le cause, ma è chiaro che in casi come questo non s’intende tanto prevedere il futuro, quanto comprendere perché la storia passata ha assunto un certo corso piuttosto che un altro. Si tratta comunque di fatti già avvenuti, registrati e, pertanto, accessibili all’interpretazione dello storico.

Il fascino perenne della previsione storica è invece chiaramente percepibile negli scritti di altri studiosi. Si pensi ai grandi affreschi delineati da Arnold Toynbee e Robin Collingwood e, soprattutto, da Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente. Qui siamo di fronte al tentativo di individuare per l’appunto un metodo in grado di farci capire “come andranno le cose”. La storia passata può fornirci gli elementi per prevedere quella futura. Spengler, in particolare, era convinto che gli avvenimenti storici abbiano un andamento ciclico, ragion per cui in base alle sue analisi sarebbe possibile capire con precisione se la civiltà nella quale viviamo è nella fase iniziale, di apogeo o di declino.

Notissime sono anche le critiche feroci che Karl Popper ha rivolto a questo modo di concepire la storia, da lui definito sbrigativamente come “storicismo”. Il che ha poi causato una notevole confusione, poiché tale termine denota piuttosto una particolare corrente filosofica fiorita tra ’800 e ’900 soprattutto in Germania (Dilthey, Weber, Simmel) ma anche in Italia (Croce). La confusione di cui parlavo è dovuta al fatto che lo storicismo inteso come corrente filosofica non ha molti punti di contatto con l’accezione popperiana del termine, e su questo punto la discussione è tuttora in corso.

Ciò che più interessa ai nostri fini, tuttavia, è notare che il fascino per la previsione storica coinvolge anche molti filosofi, politologi e storici contemporanei. In questa direzione si muove, in fondo, il criticatissimo Francis Fukuyama con il concetto (hegeliano) di “fine della storia”. Fatte le debite differenze lo stesso si può dire di Samuel Huntington, autore del celebre volume Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, e di Paul Kennedy con il suo Ascesa e declino delle grandi potenze.

Proprio Kennedy, in un’intervista al “Corriere della Sera”, afferma di progettare una seconda edizione del suo libro (l’originale è del 1988) poiché – ci dice – “nell’ultimo quarto di secolo il mondo è molto cambiato”. Lo storico inglese, che è assai più umile di Spengler, riconosce di non aver azzeccato parecchie previsioni. Eccone due. Nel volume dianzi citato predisse al Giappone un futuro da superpotenza, mentre il Paese asiatico è in ristagno dal 1990. Non previde inoltre il crollo dell’Unione Sovietica, pur individuando i molti fattori che ne facevano presagire la crisi.

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Parole chiave: storia filosofia asimov fantascienza

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