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Il grande enigma della caducità



di Fausto Pellecchia

Il posto delle fragole, Ingmar Bergman

Il posto delle fragole, Ingmar Bergman
















A proposito della biografia dei grandi pionieri del pensiero, un diffuso pregiudizio interpretativo tende a separare le vicissitudini esistenziali di cui furono protagonisti dalle tappe teoriche del loro itinerario intellettuale, ratificando l’autonomia ideale delle opere rispetto agli eventi, spesso drammatici e dolorosi, che segnarono le fasi della loro composizione – quasi che solo per gli artisti e i poeti sia legittimo scorgere un nesso stringente tra le opere e la vita dei loro autori.
 
Un notevole controesempio destinato a sfatare la suggestione di questo pregiudizio è costituito dalla biografia intellettuale di Sigmund Freud.  Nel 1915, nel clima rovente della Grande Guerra, il padre della psicanalisi scrive due saggi che pur trattando dello stesso tema, dettato dall’angoscia del contesto storico in cui furono concepite, presentano differenti caratteri di scrittura e di impostazione teorica.
 
Il primo breve testo, intitolato Caducità, ha la struttura narrativa di un apologo. Freud racconta di una passeggiata avvenuta due anni prima, nel settembre del 1913, nei dintorni di Monaco di Baviera, durante una pausa del quarto Congresso della Società psicoanalitica internazionale. Suoi compagni di strada sono “un giovane poeta già ben noto” e un “amico taciturno” – nei quali la critica più accreditata ha riconosciuto l’allora trentottenne Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé. Durante la passeggiata in una contrada di campagna, in piena fioritura, dinanzi allo straordinario spettacolo della natura sul finire dell’estate, Freud constata che i suoi due compagni di viaggio, pur ammirando la rigogliosa bellezza del paesaggio, sembravano non trarne alcun piacere. Ed anzi, il giovane poeta si diceva persino rattristato dalla consapevolezza della precarietà di quella incantevole magnificenza: “Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa” (VIII, 173).

Lo stato d’animo malinconico del poeta non si riferiva soltanto alla bellezza del paesaggio, destinata a scomparire con l’alternanza delle stagioni, e che, peraltro, proprio per il suo ciclico ritorno, poteva evocare, platonicamente, l’immagine temporale dell’eternità – come osserverà Freud poco più avanti. Il poeta, infatti, estende immediatamente il sentimento della caducità “a ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato” (ibid.).  Freud osserva che l’atteggiamento degli uomini di fronte alla caducità può dar luogo a due reazioni distinte: quella dettata dalla consapevolezza del poeta, che dà luogo ad un “doloroso tedio universale” oppure quella di una ingenua ribellione nei confronti di una realtà che contrasta irrimediabilmente con i nostri desideri.
 
Entrambe discendono dall’incapacità di accettare che “tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando.” Questa ingenua rivolta è dettata dal principio di piacere che non si rassegna a trasformarsi in principio di realtà, accogliendo quindi la conseguenza che “ciò che è doloroso può pur essere vero”. A questo punto, l’obiezione di Freud non esita a prospettare un atteggiamento di olimpica serenità (Heiterkheit) che rovescia da cima a fondo, sia il malinconico tedium vitae del poeta, sia la frustrazione conseguente all’ingenua ribellione alla realtà: “Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento. Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio […]. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida”(VIII, 174). Qui il padre della psicoanalisi sembra quasi denegare la finitudine e la perdita sublimandole nel requisito di un valore aggiunto. Il suo atteggiamento, infatti, non concerne soltanto la bellezza naturale, sottoposta al trascorrere delle stagioni, o quello ancora più effimero della “bellezza del corpo e del volto umano”, ma si estende alla bellezza duratura che include, accanto alla “perfezione dell’opera d’arte”, anche quella della “creazione intellettuale”, in una dimensione che trascende paradossalmente i limiti intrinseci dell’umana esistenza.
 
E ciò perché “il valore di tutta questa bellezza e perfezione – dice – è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha quindi bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta”. È a questo punto che Freud fa intervenire la nozione di lutto, inteso genericamente come dolore per una perdita. Ben presto però si accorge che le sue considerazioni sulla caducità, per quanto razionalmente argomentate, non avevano sortito alcun effetto consolatorio né sul poeta né sull’amico. Il suo insuccesso retorico lo induce, perciò, ad analizzare più a fondo la dimensione affettiva per rinvenire il fattore che nel loro animo guastava irreparabilmente la festa del godimento: “doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità” (ibid.).
 
Qui si situa il collegamento all’importante saggio Lutto e malinconia scritto, quasi contemporaneamente nel 1915, nel quale anche l’imperturbabile saggezza delle considerazioni fin qui svolte, sembra infine infrangersi, lasciando trasparire l’impotenza delle argomentazioni razionali che le puntellavano: “Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato e ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare mai ai quali si riconducono altre cose oscure» (VIII, 175). La presunta ovvietà dell’esperienza del lutto si configura infatti come lo stato psicologico derivante dalla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza. Lo smarrimento che ne consegue può essere riferito ad un oggetto esterno, come la scomparsa di una persona cara, la separazione o l’abbandono di un luogo o di relazioni interpersonali (come la fine di un amore) oppure ad un oggetto interno, come per la perdita dell’immagine di sé, la ferita narcisistica causata da un fallimento, dalla perdita del lavoro o del proprio status sociale.
 
In ogni caso, prosegue Freud, il lutto segnala uno shock emotivo, un evento traumatico che, se non viene affrontato correttamente, può generare “aree di paralisi” nella nostra sensibilità che durano nel tempo, togliendo senso alla vita: questo è il blocco emotivo che contrassegna lo stato malinconico [che oggi viene solitamente derubricato come “depressione”] (VIII, 103-104). Contro questo esito agisce il “lavoro del lutto”, che richiede tempo, dolore e memoria: si tratta imparare a permanere nello stato di sofferenza per la perdita subita, dandosi il tempo di attraversarlo grazie ad un processo di “ricapitolazione”, ovvero di costruire il ricordo delle esperienze intercorse con l’oggetto perduto, accettando il dolore e la sensazione di vuoto che il lutto comporta.
 
Questo quadro teorico, tuttavia, sembra escludere che l’esperienza del lutto custodisca “un grande enigma”, qualcosa che – come si dice in Caducità – appartiene a “quei fenomeni che non si possono spiegare mai ai quali si riconducono altre cose oscure”. Infatti, l’energia psichica impegnata nel lavoro del lutto dovrebbe avere come fine il reinvestimento della libido su nuovi oggetti: “Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti, per noi la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto”. L’enigma è dunque riposto nella resistenza della libido, nel suo fissarsi sull’oggetto perduto, che le appare insostituibile e insurrogabile.
Le considerazioni finali di Caducità fanno riferimento all’evento traumatico dello scoppio della Grande guerra, che un anno dopo la passeggiata in Baviera, scompaginò e distrusse i monumenti, le opere dello spirito, e con esse gli ideali di giustizia e di equità della civiltà europea: “Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza – prosegue Freud – mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre […] Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli.” E tuttavia, questa irreparabile catastrofe, non costituisce, per Freud, una smentita agli argomenti razionali sviluppati nella prima parte del saggio.
 
Coloro che, colpiti da questi eventi traumatici, ritengono che “i beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere” sono in realtà ancora impegnati nel lavoro del lutto. Per questo, Freud può concludere il saggio con un messaggio, se non di ottimismo, almeno nutrito di cauta speranza: “Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà” (VIII, 176).
 
La cautela è tutta racchiusa in quella limitazione parentetica “nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali che condiziona l’auspicato reinvestimento libidico.
Il tono cambia radicalmente cinque anni più tardi, quando, terminata la guerra, la pandemia “spagnola” si diffonde in tutta Europa provocando cinquanta milioni di morti. Tra le vittime anche la giovane figlia di Freud, l’adorata Sophie, che venne ricoverata in ospedale in occasione della seconda gravidanza, e che contrasse la polmonite provocata dal virus dell’influenza spagnola.  Freud non riuscì neppure a raggiungere il suo capezzale per l’estremo saluto, a causa delle difficoltà negli spostamenti per l’assenza di treni da Vienna ad Amburgo.
 
In una lettera del 27 gennaio 1920, così scrive al pastore Oskar Pfister, suo allievo e pioniere della psicanalisi in Svizzera, legato al maestro da profonda amicizia:
Questo pomeriggio abbiamo ricevuto la notizia che la polmonite da virus influenzale ci ha portato via la nostra dolce Sophie ad Amburgo. Ci è stata portata via nonostante la sua salute radiosa e una vita piena e attiva, madre e una moglie amorevole, il tutto in quattro o cinque giorni, come se non fosse mai esistita” (1).
 
Dopo la morte di Sophie, la figlia preferita, a soli 26 anni, Freud modificò sostanzialmente la sua teoria del lutto, ben cosciente che quel dolore, quel vuoto, non sarebbe mai sparito. Se fino ad allora, aveva considerato il lutto e la sua elaborazione psichica, un processo naturale e necessario, che poteva essere elaborato e superato, ora la condizione limitativa espressa in Caducità (l’essere ancora giovani e vitali) acquistava il suo tragico peso esistenziale, infliggendo ad un padre il lutto innaturale e inconsolabile per la giovane figlia. Al genero, Max Halberstadt, marito di Sophie, Freud scrive: La morte è un assurdo, brutale atto del destino (…) di cui non si può biasimare nessuno (…) ma solo chinare il capo e prendere il colpo come i poveri esseri indifesi che siamo, rassegnandoci al gioco della forza maggiore”.
 
Non è dunque azzardato supporre che queste tragiche circostanze familiari costituiscano l’imprescindibile contesto esistenziale in cui fu elaborato il saggioAl di là del principio di piacere(1920) – nel quale il primogenito di Sophie, Ernst, figura come il protagonista del gioco infantile con il rocchetto (2) – e due anni dopo, L’Io e l’Es, che delineano la cosiddetta seconda topica dell’apparato psichico, con l’introduzione della pulsione di morte e il dualismo di Eros e Thanatos.

Alcuni anni dopo, nel 1929, Freud, scrivendo a Ludwig Binswanger, il padre della antropoanalisi o psicanalisi esistenziale (Daseinsanalyse) che ha appena perduto un altro figlio, non può far a meno di un trasparente riferimento alla propria esperienza del lutto:
 
“Lavoro il più possibile e sono grato di quello che ho. Tuttavia, la perdita di un figlio sembra essere una lesione grave. Ciò che viene definito come lutto probabilmente durerà molto tempo […]. Sappiamo che il dolore che proviamo dopo una perdita seguirà il suo corso ma, allo stesso tempo, proseguirà in maniera inconsolabile senza poter essere sostituito. Non importa ciò che accadrà, non importa cosa faremo, il dolore è sempre lì. Ed è così che deve essere. È l’unico modo di far durare un amore che non vogliamo abbandonare”(3).
 
Qui, come si vede, il lavoro del lutto (e la permanenza del dolore) prosegue indefinitamente, fino a capovolgersi o a contrarsi nella sua propria immanente consolazione, presentandosi cioè come l’indefettibile pegno di fedeltà ad un amore che per nessuna ragione siamo disposti a perdere.
 

NOTE

1) Psicoanalisi e fede: lettere tra Freud e il pastore Pfister (1909-1939), Prefazioni di Ernst L. Freud, Heinrich Meng e Anna Freud, trad. di Silvano Daniele, Bollati Boringhieri, Torino, 1970.

2) Per il figlio di Sophie, Freud mostra un particolare attaccamento. In una lettera del 22 settembre del 1914 indirizzata al suo allievo Karl Abraham, così descrive il carattere del nipotino Ernst ad appena sei mesi dalla sua nascita: ““Mio nipote è un ometto piccolo e grazioso, che riesce a ridere simpaticamente ogni volta che gli si presta attenzione; è un essere dignitoso, civile, doppiamente prezioso in questi tempi di bestialità scatenata. L’educazione rigorosa da parte di una madre intelligente, illuminata dalla Hug-Hellmuth, lo sta facendo crescere molto bene “ (https://www.psicolinea.it/sophie-freud-una-biografia).

3) Per l’epistolario con Binswanger, cfr. Lettere 1908-1938, a cura di Aurelio Molaro, Raffaello Cortina, Milano, 2016.





 

Parole chiave: sigmund freud rainer maria rilke fausto pellecchia lou andreas salomè

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