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Il maialino e le ali della rivoluzione



di Francesca Testi



Vorrei che il mio libro aprisse gli occhi piuttosto che sciogliere le lingue.
E.H. Gombrich
 









 
Se è vero che l'azione non ragionata comincia e finisce in sé, i princìpi sganciati dalla vita e dalle sue infinite variabili e incongruenze rischiano di rimanere il complicato giocattolo con cui si divertono in pochi. Allora, cosa ha di buono Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole?
 
Credo che l'aspetto più positivo sia, appunto, quello di porsi esplicitamente il problema della pratica oggi, poiché se è vero che la teoria ha senso quando sceglie di costituire una piattaforma solida su cui costruire azioni ragionevoli, allora il libro di Caffo ha senza dubbio questo valore, e solo per ciò sentirei di consigliarne la lettura nonostante le numerose criticità evidenziate da altri recensori.
 
Il volumetto parte da una rassegna degli argomenti e degli autori che hanno gettato le basi del tema, cominciando con Singer e Regan cui «spetta il merito indiscusso di aver fatto strada a una “filosofia dell'animale”» (p. 31) seppur con l'incongruenza di coloro che attribuiscono i diritti all'altro in relazione a quanto questo gli somiglia o meno, non riconoscendo valore alla diversità e cadendo nella trappola di quello che viene chiamato criptospecismo.
 
La disamina procede poi in direzione del cosiddetto antispecismo politico, e di quell'autore che secondo Caffo interpreta al meglio tale pensiero, ossia Marco Maurizi. Scelgo di non soffermarmi su questa parte del lavoro perché già ne è stato detto fin troppo correndo il rischio di dimenticare l'asse della discussione: gli animali e non chi ha parlato di loro e come. Ciò che mi interesserebbe fare è soffermarmi sulla proposta dell'antispecismo debole che comincia a essere delineato dettagliatamente dal terzo capitolo. 

Per prima cosa l'aggettivo che accompagna il nome «chi pensa al “pensiero debole”, mi si perdoni il gioco di parole, cambi pensiero. La debolezza della proposta antispecista che qui verrà fatta risiede nel suo non essere una teoria completa, in ogni aspetto, dell'etica animale. […] Un secondo aspetto di questa debolezza risiede nello slogan che, come dicevo, potrebbe sintetizzare la mia proposta: gli animali prima di tutto» (p. 63). Quanto leggiamo ha dunque il carattere di un'idea in fase di sviluppo, vediamo in cosa questa potrebbe o meno concorrere con l'attivismo per il traguardo comune della liberazione animale.
 
Tra gli aspetti più interessanti sollevati da Caffo ci sono:
- la distinzione fra specismo naturale e innaturale
- la responsanbilizzazione del singolo
- la priorità della liberazione animale
- l'invito alla localizzazione dell'obiettivo al fine di massimizzare il rendimento di ogni azione
- la messa in questione dell'idea stessa di “diritti animali”.
 
Distinguere fra specismo naturale (l'innata propensione di ogni specie a porre maggior cura nei confronti dei propri simili) e specismo innaturale (una ideologia imposta dalla società che ci porta a considerare inferiori tutti gli animali non umani, al punto da ammettere il loro massacro istituzionalizzato) consente di indirizzare meglio le campagne di informazione e sensibilizzazione in quanto aiuta a focalizzare l'obiettivo del messaggio che stiamo veicolando.
 
Spesso mi domando, per esempio, quale utilità reale possa avere il continuo rimando all'umano per le questioni riguardanti gli animali? In parole povere, si costruisce una sensibilità nuova e più estesa se invitiamo a rispettare l'animale perché come noi o mediante l'accostamento diretto fra schiavitù umana e schiavitù animale? O cadiamo ancora nella trappola dello specismo ripulito?
 
Chi si occupa di educazione non dovrebbe tanto favorire la similitudine uomo/altri animali, quanto creare un ponte che metta in connessione questi due soggetti conservando il valore delle differenze, e favorendo il più possibile l'estensione del sentimento di empatia, e non l'appiattimento entro i parametri asfissianti del “simile a”.
 
Ovviamente lo sfruttamento e il massacro sistematico e istituzionalizzato degli animali non è riconducibile ad un solo fattore, è più della somma di molte azioni fondate sull'oppressione e la reificazione dell'altro. Non posso dire che tizio sbaglia, e nemmeno che un nucleo circoscrivibile di individui sbaglia.
 
Ci troviamo di fronte a un sistema complicatissimo legato da nessi di causa-effetto che non saprei nemmeno descrivere e che troppo spesso ci fa sentire niente più che pedine mosse da un ingranaggio impossibile da vedere. Se sotto l’aspetto teorico questa definizione è molto condivisibile, dal lato pratico accettare una condizione del genere significa rischiare la paralisi completa e un senso di frustrazione che difficilmente porterà beneficio a chi da questo mondo-trappola è imprigionato.
 
La tesi di Caffo, in questo senso, è la riabilitazione dell'individuo che, all'interno del suo raggio di azione, può entro certi limiti fare la differenza: «un nuovo antispecismo deve avere la consapevolezza politica di un errore sistemico, e la padronanza morale delle devianze del singolo su cui, se possiamo, dobbiamo immediatamente agire» (p. 72). E il primo passo di questa presa di posizione attiva e critica è il veganismo inteso come minimo praticabile atto di disobbedienza civile all'interno della quotidianità di ognuno, e non come sommo arrivo.
 
Se è vero che troppo spesso il senso di impotenza rischia di prendere il sopravvento, altrettanto vero è che non posso capire come pur riconoscendo nell'animale un altro da rispettare e proteggere si possa scegliere di continuare a cibarsene, o a utilizzarlo come capo d'abbigliamento.

Che nessuno debba ergersi a giudice di nessun altro è non solo corretto, ma anche dovuto, eppure mi chiedo: come potrei parlare di liberazione a un ignaro passante chiedendogli di mettere in dubbio le sue certezze e il suo stile di vita senza essere stata in grado io stessa, per prima, di farlo? Che credibilità avrebbe un messaggio di questo tipo? Se l'educazione – come credo – è forse l'unica via per giungere a un futuro migliore del presente che viviamo, allora ognuno di noi può e deve insegnare con l'esempio, prima ancora che con la teoria.
 
Gli animali prima di tutto. Inutile sottolineare che una proposta per la liberazione animale che non consideri come prioritarie le istanze dell'animale stesso finisce per essere inutile (nel caso migliore) o deleteria (nel peggiore). Scrivere e riflettere al fine di sostanziare la pratica è più che giusto, eppure troppo spesso capita di imbattersi in considerazione che sembrano aver dimenticato la strada per perdersi nei meandri di un dibattito puramente sofistico.
 
Sì, occorre superare Singer e Regan, sì occorre superare la dicotomia fra soggetti giudicanti e oggetti giudicati, sì non sarà un vegano di più a cambiare l'ordine delle cose, ma soprattutto, sopra tutto il resto, occorre riportare lo sguardo sull'animale oggi. Occorre interrogarsi concretamente su come salvarlo da qui, ora, e come far in modo che domani non ci sia qualcun altro al suo posto ad attendere la morte senza aver vissuto, occorre imparare a parlareper gli animali, e non solo degli animali.
 
Il quarto punto, la localizzazione dell’obiettivo, è intuibile in più passaggi del libro, seppure non pienamente esplicitato e deriva dalla messa in questione dello stretto nesso fra liberazione umana e liberazione animale come elemento significativo al fine di costruire una strategia programmatica per l’una e l’altra causa.
 
Premettendo che tra le prime citazioni riportate nel libro compare la celebre metafora del grattacielo di Horkheimer, e questo perché è innegabile che lo sfruttamento degli animali e lo sfruttamento umano facciano capo a una medesima radice, e che la violenza, l’abuso e l’assassinio restano ciò che sono a prescindere dal volto di chi le subisce, sotto l’aspetto pratico è più utile individuare le specificità di ogni obiettivo al fine di localizzarlo (nel senso di individuarlo, ma anche di attribuirgli una dimensione sua e particolare) per evitare inutili dispersioni di energie.
 
Altro nodo determinante è l’invito a stabilire una volta per tutte la dignità a prescindere di un movimento che scelga di impiegare le sue forze e il suo tempo per gli animali, e la critica a qualsiasi tipo di argomento indiretto che pretenda di giustificare tale scelta.
 
Credo fortemente che nessuno sarà libero finché qualcun altro sarà oppresso, ma credo altrettanto che combattere tutto equivalga a combattere niente, e dunque a cadere nell’equivoco di una teoria che paralizza l’azione anziché favorirla.
 
Ho lasciato per ultimo il commento a quella che mi sembra essere la considerazione più utile contenuta ne Il maiale non fa la rivoluzione. Troppo spesso capita di sentir dire che una logica troppo radicale rischia di non ottenere alcun risultato, troppe volte un traguardo apparentemente lontano spaventa, ciò nonostante credo che comprendere profondamente il senso di una messa in dubbio del concetto istituzionale di “diritti per gli animali” sia fondamentale per muoversi nella direzione più giusta.
 
«Nessuno può concedere all’altro il diritto alla vita e al benessere [...] Più che inglobare gli animali non umani nel “recinto dei diritti”, dovremmo mettere in discussione la natura stessa di questo recinto che permette, de facto, lo sfruttamento e l’uccisione degli stessi individui che si prefigge di tutelare» (pp. 59-60).
 
Fin quando resteremo entro i limiti di quanto prescritto dalla legge che interpreta il costume comune non saremo mai in grado di agire veramente secondo giustizia e altruismo, fin quando vedremo la nostra idea di animale, e non avremo il coraggio di guardare l’individuo che, avanti a noi, rivendica la sua esistenza continueremo a credere di dover fare confusamente chissà come, e chissà cosa, cercando lontano il consenso alle nostre scelte, ignorando che il primo mondo da cambiare è nella nostra testa.
 
Sto provando a guardare Il maiale non fa la rivoluzione attraverso una lente che, mi sembra, sia stata fino ad ora lasciata un po’ in secondo piano, ma prima di chiudere vorrei lanciare un invito, sperando venga raccolto.
 
Il dibattito che ha seguito e segue ancora le tesi di Leonardo Caffo è sicuramente segno di profonda vitalità del movimento di liberazione animale in Italia, che si rifletta su un’opera, nel bene e nel male, è positivo e stimolante nell’ottica di un miglioramento continuo, soprattutto quando si discute di questioni relativamente giovani e in via di definizione.
 
Però, c’è un però da cui deriva la mia esortazione, al di là dei pregi e dei difetti dell’antispecismo debole, delle imprecisioni o degli errori teorici che vedo in questo volume che vuole proporlo, cerchiamo di ricordare sempre che non per l’autore, e non per il libro dobbiamo confrontarci, ma per il messaggio che questi dovrebbero veicolare, e se il messaggio è l’antispecismo, ecco, torniamo a discutere di questo nei termini più sobri e pacati possibile che favoriscano lo scambio dialettico e non lo sfoggio di nozioni, perché – ancora una volta – è per gli animali che dovremmo parlare, e non solo di loro, altrimenti il maiale non farà la rivoluzione, ma nemmeno noi per lui.




Parole chiave: antispecismo leonardo caffo liberazione animale veganismo

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