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Il mestiere di pensare



di Alfredo Vernazzani








I lettori ben informati ricorderanno che nel 2013 il Nobel per la fisica è stato assegnato a Higgs ed Englert per la scoperta teorica  di un «meccanismo che contribuisce alla nostra comprensione dell'origine della massa delle particelle subatomiche» (1). La conferma sperimentale dell’esistenza del bosone di Higgs presso i laboratori del CERN ha sollecitato quotidiani e riviste a pubblicare una serie di articoli divulgativi per spiegare al grande pubblico l’importanza della scoperta. Impresa quanto mai ardua. Come spiegare ai profani cosa sia esattamente il bosone di Higgs? Lo sviluppo della ricerca comporta un elevato grado di specialismo e l’uso di tecnicismi incomprensibili per i non addetti ai lavori. Si pensi ad articoli scientifici sullo spin delle particelle, o sul ruolo del recettore NMDA, o ancora a studi sull’auto-organizzazione dei sistemi biologici. Si potrebbero addurre molti altri esempi dalle riviste scientifiche, e tuttavia anche la filosofia contemporanea ha raggiunto un elevato grado di specialismo.
 
La lettura di un testo filosofico è non di rado un’impresa tutt’altro che semplice, lo sa bene chiunque si sia cimentato almeno una volta con le pagine di classici come Kant o Fichte. È tuttavia ancora più ostica la lettura di testi filosofici contemporanei, spesso intrisi di tecnicismi assolutamente incomprensibili per i non addetti ai lavori: si pensi a concetti come intenzionalità, qualia, coscienza d’accesso, definitori rigidi, semantica dei mondi possibili, solo per menzionarne alcuni. Il pubblico di profani è normalmente pronto ad accettare l’incomprensibilità del linguaggio scientifico, ma adotta un atteggiamento diverso rispetto ai tecnicismi filosofici. Si avverte una sorta di fastidio, suscitato forse dall’aspettativa che la filosofia parli a “tutti”: dopotutto lo scopo della filosofia non è sempre stato quello di condurci ad una visione superiore delle cose? Non dovrebbe forse interessarsi a problemi universali? Da qui scaturisce la questione: sino a che punto la filosofia può permettersi lo specialismo?
 
Il recente libro di Diego Marconi, Il mestiere di pensare (2), cerca di offrire una risposta a questa domanda. Si tratta di un testo di metafilosofia (e cioè dedicato alla riflessione sulla filosofia stessa), lo vedremo meglio nelle prossime righe, ma non solo. Il mestiere di pensare è una vera e propria apologia della filosofia professionale, della ricerca filosofica pura, distinta tanto dall’indagine storico-filosofica quanto dalla divulgazione. Questi due aspetti definiscono le due esigenze attorno alle quali è costruito l’intero libro. La prima esigenza è quella di motivare agli occhi di un vasto pubblico di lettori l’importanza dello specialismo in filosofia. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, i filosofi non hanno certo rinunciato ad affrontare le grandi questioni che da sempre travagliano la storia del pensiero: i tecnicismi rappresentano solo un necessario passo in avanti nel progresso dell’indagine filosofica. La seconda esigenza è invece quella di valicare le barriere imposte dallo specialismo, cercando di ripristinare la comunicazione con un ampio pubblico fatto non solo di semplici curiosi ma anche di specialisti di altri settori. Risulta funzionale a questa seconda esigenza la prosa scorrevole e piacevole di Marconi, che rende il testo accessibile a chiunque senza presupporre solide conoscenze filosofiche.
 
Il mestiere di pensare è suddiviso in cinque capitoli. Il primo capitolo abbraccia all’incirca metà libro e definisce la cornice dell’intero lavoro. I restanti quattro capitoli mirano ad approfondire una definizione della ricerca filosofica professionale e a difenderla contro critiche di varia natura. Come vedremo Marconi identifica la filosofia professionale con la filosofia analitica. Si tratta, è bene chiarirlo da subito, di un testo tutt’altro che neutrale, dove alla filosofia analitica spetta un posto di primo piano. La “faziosità” del libro, giustificata dalla professio philosophiae di Diego Marconi, uno fra i maggiori filosofi analitici italiani, mostra tuttavia in più passaggi anche la propria debolezza. Per il momento possiamo accantonare le considerazioni critiche e concentrarci sulle tesi centrali del libro.

I
Qualche anno fa, recensendo un libro di Christopher Hughes, Jerry Fodor osservò: «A volte mi chiedo perché nessuno legge filosofia» [Sometimes I wonder why nobody reads philosophy] (3). Con queste parole Fodor coglieva un problema importante: l’autentico lavoro filosofico sembra scomparso dalla scena intellettuale pubblica per segregarsi entro la sfera del professionismo accademico. D’altro canto l’interesse del vasto pubblico per la filosofia non sembra venuto meno: ne sono testimoni eventi come i vari Festival della filosofia e le figure di intellettuali mediatici, costruite ad hoc, suggerisce Marconi, dai media per soddisfare esigenze di spettacolo (pp.50sgg). Vi sono poi i popolari lavori di molti filosofi “continentali” che sembrano continuare ad avere ampio successo, se non altro in termini di vendite. Anche Fodor, nello scritto già citato, lamenta la maggior diffusione della filosofia continentale rispetto a quella analitica. Com’è possibile, si chiede Fodor, se la filosofia analitica è più precisa e meglio argomentata rispetto agli incomprensibili labirinti linguistici di un Derrida o le tesi controverse di Foucault? Sia Marconi che Fodor sembrano identificare il professionismo filosofico con la filosofia analitica. Ma la filosofia analitica, intrisa com’è di logica e di tecnicismi, risulta spesso inavvicinabile. Dobbiamo chiederci allora quali siano le ragioni che hanno portato allo specialismo filosofico.
 
Nel primo capitolo del suo libro, Marconi menziona l’esponenziale aumento di filosofi professionisti a cavallo fra Ottocento e Novecento, con tutte le conseguenze che ciò comporta. La mole delle pubblicazioni filosofiche è aumentata al punto tale da richiedere analisi sempre più raffinate di problemi assai specifici. Non solo. Fra le dirette conseguenze vi è stata anche trasformazione della figura del filosofo. L’era dei grandi sistemi, gli enormi edifici concettuali onnicomprensivi di Kant o di Hegel, è ormai giunta al termine. Rinunciando a fornire un “quadro generale”, o a mostrare, come sosteneva Sellars, come «le cose nel senso più ampio del termine stanno insieme nel senso più ampio del termine» (4), il lavoro filosofico si trova dinanzi ad una ristretta rosa di opzioni. Allo specialismo Marconi contrappone il dilettantismo e l’inventiva tematica (pp.13-14). Il dilettante pratica filosofia per conto proprio, trascurando la corposa letteratura specialistica, o semplicemente selezionandola a proprio piacimento. Con “inventiva tematica” Marconi allude invece alla ricerca di nuovi oggetti di studio, al di fuori del dibattito ufficiale. Val forse la pena di notare come la contrapposizione interessi, a ben vedere, solo i primi due termini: il dilettantismo e lo specialismo. Nulla impedisce, infatti, che la terza opzione sia svolta all’insegna di una rigorosa indagine specialistica. Lo specialismo rappresenta quindi una scelta obbligata per chiunque desideri praticare seriamente il “mestiere di pensare”. Ma quali sono le forme oggi assunte dal lavoro filosofico?
 
II
Marconi offre alcune indicazioni attraverso l’intricata geografia filosofica contemporanea. Nello specifico si registrano almeno le seguenti forme di indagine: l’ermeneutica, la ricerca storica, e infine quella analitica. Alle tre alternative appena introdotte occorre poi aggiungere quella che Marconi, seguendo Glock (5), chiama “filosofia tradizionalista” (pp.76-81), lo produzione di filosofia basandosi sullo studio scientifico degli autori tradizionali.
L’indagine storico-filosofica sembra talvolta animata dalla convinzione che la filosofia sia ormai un’impresa del passato. Il filosofo non può che essere un restauratore, un custode dei grandi classici di un’era del sapere giunta a conclusione. Si tratta di una tesi abbracciata da diversi filosofi nel corso del Novecento, e che si accompagna bene ai toni foschi di una spesso proclamata (e mai avvenuta) morte della filosofia. Talvolta questa tesi, sostiene Marconi, assume una variante qoeletica (p.108): «niente è stato detto che non sia stato detto in precedenza. Sotto il sole, infatti, non c’è niente di nuovo» sosteneva già sul finire del ‘400 il logico Oliviero da Siena (6). Ma come ben sappiamo, non mancano studiosi dediti ancora all’analisi dei problemi filosofici. Forse si tratta di riconoscere che la filosofia ha oggi un ruolo semplicemente diverso rispetto al passato – questo mi sembra il modo migliore di intendere alcune delle tesi di filosofi tanto diversi quali Rorty, Wittgenstein, o Derrida (7) – e che la filosofia debba comunicare con la scienza, sia avvalendosi delle scoperte scientifiche per affrontare nuovi problemi, sia per indagarne i presupposti filosofici – si tratta di una tesi genericamente espressa e diversamente declinata da pensatori anche assai distanti quali Dennett e Tallis, o ancora Mumford e Tugby, solo per menzionarne alcuni (8). A scapito delle parole di Oliviero da Siena, sembra che molto di nuovo sia stato detto e scoperto.

Marconi non intende sminuire il lavoro storico-filosofico, ma semplicemente ridimensionare la pretesa di quanti ritengano l’indagine storica l’unico possibile sbocco per la ricerca filosofica. Ci si occupa ancora di problemi filosofici, e dunque sorge il problema di comprendere quale possa essere il rapporto della filosofia con la sua storia: sono a questo proposito dedicate pagine interessanti sui vari usi teorici della storia della filosofia (cap. 5). Nel tentativo di coniugare l’esigenza storica con quella teorica, si potrebbe essere tentati di scendere a patti con quello che Marconi e Glock chiamano lo “storicismo intrinseco” (p.79-80), la tesi per cui i concetti filosofici siano intrinsecamente storici, ed adottare un approccio ermeneutico (un’opzione forse troppo  sbrigativamente liquidata da Marconi). Infine, ci si potrà focalizzare sui problemi filosofici nella loro declinazione attuale ed avvalersi delle risorse di uno dei movimenti filosofici più complessi e articolati del secolo scorso: la filosofia analitica.
 
Si è detto più sopra che Il mestiere di pensare è anche un testo di metafilosofia, vale a dire una riflessione sulla filosofia. Quest’ aspetto del libro prende corpo nel tentativo di dare una definizione della filosofia analitica (p.22). Marconi identifica in sostanza il professionismo filosofico con la filosofia analitica in contrapposizione alle filosofie continentali. Si tratta di una tesi non nuova, che il filosofo torinese aveva già espresso in un precedente articolo (9) fatto poi oggetto di critica da Franca D’Agostini (10). È del tutto evidente dunque perché Marconi dedichi tanti sforzi nel tentativo di delimitare lo “stile” analitico e difenderlo, in modo particolare, da quello storicismo intrinseco che sembra motivare la predominanza dell’indagine di tipo storico-filosofico.
Che cos’è dunque la filosofia analitica? Marconi offre alcuni criteri distintivi. Un contributo filosofico è detto analitico qualora esso sia: teorico, anziché ermeneutico, vale a dire improntato all’analisi di uno specifico problema anziché la sua contestualizzazione storica e la ricostruzione genealogica; argomentativo, anziché dogmatico, e dunque miri soprattutto ad articolare le proposte teoriche, anziché presentarle come “date”; rigoroso, che eviti le imprecisioni e le sbavature argomentative; e che infine contribuisca ad una discussione in corso, ad un problema attuale (p. 74). È questo, secondo Marconi, l’autentico ambito di studi specialistici in filosofia. Ma come abbiamo già avuto modo di osservare, lo specialismo comporta anche delle indesiderate conseguenze.
 
III
Quali sono dunque i problemi dello specialismo? Nell’arco del libro Marconi ritorna a più riprese sulla questione, fornendo risposte diverse. Ovviamente, segue dall’identificazione del professionismo filosofico con la filosofia analitica che i problemi dello specialismo coincidano, sostanzialmente, con i problemi interni alla filosofia analitica stessa. Si tratta di un tema già dibattuto da studiosi autorevoli del calibro di Michael Dummett o, in Italia, da Carlo Cellucci (11).
Seguendo diversi spunti offerti da Marconi, potremmo introdurre due diversi livelli di insoddisfazione verso lo specialismo. Il primo è per così dire “interno”, riguarda motivazioni inerenti all’indagine filosofica analitica in se stessa. Seguendo Marconi, le ragioni sono: l’accettazione di uno sfondo «precostituito di delimitazioni disciplinari» (p.96) che appare quantomeno problematico nel caso della filosofia; l’isolabilità dei problemi filosofici; il rinunciare alle grandi sintesi per focalizzarsi su problemi assai specifici, contrariamente a quella vocazione generalista che ha da sempre caratterizzato la filosofia (p.97, e p.39). Mi sembra sia possibile riconoscere nel testo anche un secondo motivo di insoddisfazione, per così dire “esterno”: lo specialismo sembra proporre una concezione del lavoro filosofico come “problem-solving” e dunque distante dall’ideale obiettivo della “saggezza” o dall’affrontare le inquietudini e le ansie umane (ibidem). È l’esigenza dietro quest’ultimo problema a far sorgere quella che Marconi chiama la “domanda sociale” nei confronti della filosofia.
 
Il riconoscimento dell’importanza della ricerca filosofica giustifica agli occhi del pubblico la sua pratica contro il pregiudizio comune per cui la filosofia non arrivi a nulla, o sia un vano esercizio del tutto sradicato da applicazioni pratiche. Marconi ha gioco facile nel ribattere a queste critiche, del resto, buona parte della ricerca matematica o anche fisica non ha alcuna applicazione pratica. Si tratta però di una questione dai risvolti molto concreti, e che ha ricadute dirette anche sull’erogazione dei fondi di ricerca destinati alla filosofia. Nel secondo caso si tratta di permettere lo scambio accademico e far conoscere il lavoro filosofico anche a studiosi e ricercatori di altri settori. Dopotutto la filosofia è sempre stata legata a doppio filo con altri campi del sapere, anzi, sotto molti aspetti, come ricorda Marconi seguendo una tesi di Russell, molte discipline nascono sostanzialmente come soluzioni a problemi filosofici (p.90). Ripristinare la comunicazione fra i diversi settori di ricerca può dunque rappresentare un’importante occasione per ulteriori sviluppi in ambo le direzioni.
 
Se distinguiamo due ordini di ragioni per essere insoddisfatti dello specialismo, nasceranno anche due ordini di problemi da affrontare, sul piano comunicativo. Da un lato, sorge l’esigenza esterna di rimettere in comunicazione il discorso per gli addetti ai lavori con un più vasto pubblico di lettori. Dall’altro lato però Marconi è ben consapevole dei rischi dello specialismo anche all’interno del mondo della ricerca. Lo specialismo filosofico minaccia di capitolare in una sorta di autismo disciplinare e di perdere l’occasione di confrontarsi con altri settori di ricerca. A Marconi non sfugge la domanda di filosofia da parte del pubblico più vasto, ma come abbiamo visto, la natura tecnica delle discussioni filosofiche analitiche contemporanee rende praticamente impossibile seguirne il dibattito. Marconi vede in due tipi di pubblicazioni divulgative la chiave per ripristinare la comunicazione con la ricerca filosofica specialistica: le introduzioni e i saggi di filosofia rivolti al grande pubblico (p. 57-62). Si pensi a testi come Ontologia, di Achille Varzi, un ottimo esempio d’introduzione ad un difficile settore di ricerca o, sempre per restare nell’ambito della filosofia teoretica, A Survery of Metaphysics del filosofo britannico, recentemente scomparso, E.J. Lowe (12). Occorre insistere su questa strada, suggerisce Marconi, per evitare il rischio di una filosofia del tutto chiusa in se stessa.
 
IV
Vorrei ora soffermarmi su alcune considerazioni critiche rispetto alle tesi sostenute nel libro: in primo luogo l’identificazione fra professionismo filosofico e filosofia analitica, ed in secondo luogo l’omissione di alcuni trend filosofici che avrebbero forse meritato una certa attenzione. Accantoniamo per un momento il primo problema, più delicato e complesso, e focalizziamoci sul secondo. Da tempo i filosofi avvertono la necessità di riavvicinarsi ad un pubblico più vasto. Come abbiamo visto Marconi esprime un giudizio positivo verso due forme di divulgazione: le introduzioni alla filosofia e i testi filosofici rivolti anche al grande pubblico. Tuttavia, ai testi introduttivi o semplicemente dal taglio stilistico più leggero e scorrevole, bisogna accostare la crescente mole di lavori di pop-filosofia. Non intendo esprimere qui un giudizio sull’effettivo valore della pop-filosofia. Piuttosto vorrei mettere in luce il fatto che l’ampia diffusione della letteratura “pop-filosofica”, in America come in Italia – sulla questione si è espresso qualche tempo fa Valerio Magrelli (13) – rientra a pieno titolo entro quella esigenza di filosofia di cui abbiamo già avuto modo di parlare. È possibile identificare dei criteri per distinguere una “buona” popfilosofia, intesa magari come una sorta di propedeutica filosofica, dalle divulgazioni pop-filosofiche prive di valore? 
Passiamo invece ad un secondo problema del testo di Marconi, vale a dire l’identificazione del lavoro specialistico con la filosofia analitica. Chi scrive non nasconde una certa simpatia verso la tesi di Marconi, ma bisogna riconoscerne il carattere quantomeno controverso. Un primo problema riguarda la ormai annosa distinzione fra filosofia analitica e filosofie continentali, a cui Marconi accosta la filosofia tradizionale. La geografia filosofica di Marconi non è del tutto chiara, poco chiara è ad esempio la collocazione della filosofia tradizionalista entro il quadro tracciato nel libro: Marconi, con Glock, sostiene che la filosofia tradizionalista non è né continentale né analitica (p.77), pur non essendoci dei veri criteri definitori per la “filosofia continentale”.
 
La questione è quantomeno spinosa, anche perché non è chiaro che cosa sia la “filosofia continentale”: difficile accumunare una serie di movimenti e correnti tanto diverse e spesso in aperto contrasto fra loro come la decostruzione, l’esistenzialismo, i marxismi, la teoria critica, l’ermeneutica, le varie correnti di femminismo, i postkantiani, i neoaristotelici, il post-strutturalismo, e molti altri. Una possibile linea di demarcazione è offerta dai tratti distintivi della filosofia analitica che abbiamo visto più sopra, eppure non tutti i filosofi “continentali” saranno disposti a riconoscere – a ragione o a torto – che i criteri elencati da Marconi si applichino solo alla filosofia analitica: la revisione paritaria, la struttura ed il rigore argomentativo (e si potrebbe osservare, uno dei maggiori filosofi “continentali” quale è stato Husserl non intendeva forse rendere la filosofia una “scienza rigorosa”?) il contribuire ad un dibattito in corso, ed altre caratteristiche sono condivise anche dai continentali. A tal proposito Marconi osserva contro la D’Agostini (p.99 nota 3) che sebbene alcuni testi filosofici continentali possano soddisfare i criteri proposti, ciò non sarebbe «vero in generale». In quali casi i criteri menzionati sarebbero validi anche per testi filosofici continentali? Ci sono forse alcune correnti continentali più “rigorose” di altre? Il passaggio rivela uno schematismo rigido che accorpa movimenti troppo eterogenei per poter rientrare sotto l’unica etichetta di “continentali”.
 
Non solo la generica definizione di “continentale” è discutibile, ma anche quella di filosofia “analitica”. Certo, il filosofo torinese sottolinea esplicitamente come anche all’interno della stessa filosofia analitica vi siano divergenze. Si pensi ad esempio ad una tendenza naturalista nella filosofia anglofona, oggi sostenuta da studiosi come William Bechtel o Daniel Dennett (14), che si contrappone esplicitamente all’uso quasi esclusivo della logica come strumento di indagine filosofica e agli esperimenti mentali tipici della filosofia analitica tradizionale. Se tali sono le divergenze anche all’interno della filosofia genericamente definita come analitica, sorge inevitabilmente il sospetto che anche l’etichetta di “analitica” sia da mettere in questione.
Naturalmente queste considerazioni sono tutt’altro che nuove, la distinzione fra analitici e continentali è già stata più volte oggetto di critica. Marconi stesso è ben consapevole poi che il lavoro di molti studiosi si colloca in una posizione difficilmente categorizzabile – si pensi ai lavori di Axel Honneth, o di Peter Bieri  – ed è del pari ben consapevole della fragilità del concetto di “filosofia continentale” (pp.95-96). Ma proprio per questo l’impianto suggerito da Marconi con la sua equiparazione fra le coppie filosofia professionale/non professionale con filosofia analitica/filosofia continentale non sembra particolarmente convincente ad un esame più attento. La distinzione fra analitici e continentali è semplicemente troppo fragile per reggere il peso dei rigidi criteri (peraltro in larga misura condivisibili) di specialismo e professionismo filosofico proposti nel libro.
 
V
Il mestiere di pensare contiene molti altri spunti di riflessione interessanti che purtroppo, in questa sede, non è possibile approfondire adeguatamente. Ho preferito dunque focalizzare lo sguardo sul messaggio centrale del libro. Senza rinunciare allo specialismo, la filosofia analitica può e deve essere divulgata in modo intelligente, ripristinando il contatto con gli altri settori del sapere e il grande pubblico. Le considerazioni critiche che ho sviluppato stemperano un po’ le tesi di Marconi: si tratta di un problema che interessa in primo piano un certo tipo di filosofia analitica. Resta però un discorso valido in generale, perché la grande ricerca filosofica non finisca per distanziarsi in un cieco specialismo. Non si tratterà di un compito facile, ma dopotutto, se possiamo spiegare in termini non tecnici e semplici ad un grande pubblico cosa sia il bosone di Higgs, perché non dovremmo poter essere in grado di spiegare l’importanza della nozione di “necessità a posteriori” di Kripke?

NOTE
(1) www.nobelprize.org/nobel_prizes/physics/laureates/2013/press.pdf
(2) D. Marconi, Il mestiere di pensare, Torino, Einaudi 2014. Salvo ove diversamente indicato, i riferimenti di pagina nel testo rimandano al libro di Marconi.
(3) J. Fodor, “Water’s water everywhere”, recensione di Kripke: Names, Necessity and Identity di Christopher Hughes, The London Review of Books 2004. Online su: http://www.lrb.co.uk/v26/n20/jerry-fodor/waters-water-everywhere.
(4) W. Sellars, “Philosophy and the Scientific Image of Man” in id., Empiricism and the Philosophy of Mind. Londra, Routledge  Kegan Paul, 1963, pp.1-40. Prima edizione 1962.
(5) H.-J. Glock, What Is Analytic Philosophy? Cambridge, Cambridge University Press 2008.
(6) Cit. in C. Vasoli (ed.), Le filosofie del rinascimento. Milano, Mondadori 2002, cap.5.
(7) R. Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature. Princeton, Princeton University Press 1979; L. Wittgenstein: Philosophische Untersuchungen. Oxford, Basil Blackwell 1953; J. Derrida, La carte postale: De Socrate à Freud et au-delà. Paris, Flammarion 1980.
(8) Mi riferisco a D. Dennett, Consciousness Explained. Boston, Little, Brown & co, 1991; S. Mumford & M. Tugby (eds.), The Metaphyics of Science. Oxford, Oxford University Press 2013. Per Raymond Tallis rimando all’aticolo “Philosophy isn’t dead yet”, The Guardian, 27 maggio 2013. Online: http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/may/27/physics-philosophy-quantum-relativity-einstein.
(9) D. Marconi, “Consolazioni per lo specialista”. Iride 16 (2003): 625-631.
(10) F. D’Agostini, “Professionalità e specializzazione in filosofia”. Iride 17 (2004): 359-372.
(11) M. Dummett, The Logical Basis of Metaphysics. Cambridge MA, Harvard University Press 1991; C. Cellucci: “L’illusione di una filosofia specializzata” in M. D’Agostino, G. Giorello, S. Veca (a cura di), Logica e politica: per Marco Mondadori. Milano, Il Saggiatore 2002: 119-137.
(12) A. Varzi, Ontologia, Roma-Bari, Laterza 2005; E.J. Lowe: A Survey of Metaphysics. Oxford, Oxford University Press 2002.
(13) V. Magrelli, “C’è Platone dietro il pop” La Repubblica 26 marzo 2010.
(14) Su Dennett rimando al già citato Dennett (1991), ma anche a D.Dennett, Sweet Dreams. Cambridge MA, MIT Press 2005; W. Bechtel, Mental Mechanisms. Londra, Routledge 2008, in particolare il capitolo 1.  Ad esempio si veda  P. Bieri, “Zeit und Personalität” in H. Burger (a cura di), Zeit, Natur und Mensch. Berlino, Berlin Verlag A. Spitz 1986: 261-281.

Parole chiave: diego marconi jerry fodor daniel dennett richard rorty alfredo vernazzani

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Carlo Cellucci
Ho trovato interessante la recensione di Alfredo Vernazzani del libro di Marconi, Il mestiere di pensare. Ho scritto recentemente un articolo, intitolato "Rethinking Philosophy", sullo stesso argomento ma da un diverso punto di vista, che verrà pubblicato nel fascicolo di giugno della rivista "PHILOSOPHIA". Se Verrazzani mi invia il suo indirizzo email (il mio è carlo.cellucci@uniroma1.it) posso inviargli l'articolo.
Carlo Cellucci
il 5 Maggio 2014

Alfredo Vernazzani
Mi fa piacere che abbia apprezzato la mia recensione; le ho inviato una mail al suo indirizzo. 
A.Vernazzani
il 5 Maggio 2014

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