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Il mio tempo verrà



di Francesco Panaro Matarrese

Illustrazione di Frost

Illustrazione di Frost



I capelli a riccioli, folti, si agitano, si muovono in su e in giù ad ogni passo, quei passi corti di chi non è alto e vuole occupare il mondo perché ne ha diritto, come tutti.
Zan zZanz, zZanz, cammina nervoso, sotto il braccio gli spartiti, gli occhi fissi per terra come a seguire, o a scrivere su un pentagramma tracciato sulla strada. La testa che appare ancora più grande sul corpo piccolo.
«Tararira…Tararrirarararaaa…», la dolcezza per la moglie. «Aaah! ah! ah! ah!», la risata falstaffiana.
 
Tutti i giorni Gustav Mahler percorre quella strada negli abiti neri austroungarici di inizio Novecento, da casa fino al Teatro dell’Opera di Vienna del quale è direttore. Lungo quel tragitto d’incontri, di persone che fingono di rispettarlo, ma appena si gira… Tranne quando è di spalle al pubblico, il più celebrato direttore d’orchestra del tempo. Ma che non esegua le sue sinfonie, per carità! dicono, sperano. La sua musica è maltrattata, sbeffeggiata.
Quel pentagramma che ha in testa a forma di strada accidentata, densa di trabocchetti, uno spartito agitato di ammissioni e negazioni, tradimenti. La sua musica è un abitacolo delle montagne russe, un saliscendi con sterzate improvvise e discese vertiginose dopo un’apparente e momentanea calma.
Lui, deriso per la sua fisicità, ma anche per il peso di direttore che esercita. Lui, il credente ebreo askenazita che si converte all’incertezza, al cattolicesimo, per salire sul podio viennese.
 
Ogni movimento, ogni spostamento d’aria, ogni schiaffo di tempesta, ogni ripensamento della musica mahleriana parla di Mahler e dei suoi conflitti. Dei suoi o di quelli del suo periodo? Di tutto. Non fu capito, il suo mondo e la sua epoca si rifiutarono di capirlo. La musica di Gustav Mahler per il successo planetario ha dovuto aspettare i festeggiamenti  del centenario della nascita, nel 1960. Già il cinema americano aveva cominciato a depredarlo per costruire le colonne sonore. Strano – ma mica tanto – una musica pensata all’alba della Prima guerra mondiale che affascina il dopoguerra della Seconda. Sarà l’opposizione degli elementi, la costruzione del bianco e del nero, del vento improvviso e della quiete, la tranquillità di un lago alpino, dello scrosciare di un ruscello, e poi giù nel baratro del caos, improvviso. Ma, questa è l’apparenza della musica mahleriana, la vicenda è più complessa, più profonda: Mahler narra di angosce, dell’esistenza, parla dell’essere contemporaneo che ha demolito le certezze, che vaga alla ricerca delle risposte ed è respinto ad ogni porta, scacciato e punito dalle proprie domande. La Sesta sinfonia si apre con la dolcezza di un’immagine della moglie, e si chiude con un'unica certezza: non c’è da sperare nel mondo che si conosce, e l’altro, quello dopo questo, non influisce. Non sopporta il classicismo di Brahms. Mahler è programmato sulle sue sensazioni, sui suoi sentimenti.
 
La testa ebrea contro quella cristiana, le antitesi dello Yin e Yang, Gustav che pensa e scrive la musica contro il testone fisico di Mahler che la esegue, l’Ottocento che muore in opposizione al Novecento che nasce con i focolai di guerra sotto la cenere ancora calda. La sua musica è  la sua testa, il suo passo nervoso e veloce. Ecco la definizione per immagine, la musica di Mahler percorre la strada più impervia, più difficile, più tortuosa, più lunga: per raggiungere il paese che gli sta vicino fa il giro del mondo. Una narrazione con tutti i colpi di scena, inimmaginabili. Quando chi ascolta crede di essere al sicuro, non lo è più.
 
Sa cosa lo aspetta tutti i giorni e che la sua musica non avrà subito cittadinanza. In una intervista del 1906 con Bernard Scharlitt fu lapidario e lucido,  «…sono ben conscio che, come compositore, non avrò riconoscimento durante la mia vita. Mi è possibile attenderlo solo dopo la morte. Questa distanza è necessaria per l’adeguato assestamento di un fenomeno come il mio, la condizio sine qua non. Finché sarò il Mahler che si aggira tra di voi, "un uomo tra gli uomini", come creatore posso solo aspettarmi un trattamento umano. Devo prima scrollarmi di dosso la polvere terrena, perché mi sia resa giustizia. Io sono, per usare un’espressione di Nietzsche, un uomo che non appartiene al proprio tempo. Definizione questa che si applica soprattutto ai miei lavori».
 
Il pianista Glenn Gould – si parla della fine del Novecento, lontanissimi, quindi, dai tempi di Mahler – fa parte di un folto e agguerrito gruppo di detrattori del musicista. Lo definisce «odioso», nonché «indifferente alla fragilità del prossimo», concentrato sulla sua carriera a discapito di tutti, anche manipolatore dei colleghi, «Insomma, un vero mostro!». Questo per quanto riguarda la sua personalità, circa la musica il giudizio è pessimo: «Ingenue evocazioni di mitici paesaggi medievali […] in contrasto col mondo reale in cui visse l’abile burocrate e ambiziosissimo virtuoso della bacchetta che li compose».
Tutti hanno un pregiudizio e un giudizio. E poi ci sono quelli che riconoscono l’opera freddamente, come Strauss. Per placare le insicurezze scaturite dalla scoperta del tradimento della moglie gli consigliano di vedere Freud, il quale fece la diagnosi dello specialista, «Ebbi la possibilità di ammirare le capacità di penetrazione psicologica di quell'uomo di genio. Nessuna luce illuminò ad un certo punto i sintomi della sua nevrosi ossessiva. Era come scavare con un bastoncino in un edificio misterioso».
 
Ma c’è chi, e sono in molti, la maggior parte negli ultimi cinquanta anni, lo ascolta e lo vede in un altro modo. Mahler, non guarda indietro, al passato, come potrebbe apparire, non fa riferimenti, alla cultura popolare, per esempio. La sua musica – scrive La Grange – si riferisce a lui, non ha modelli precedenti se non il musicista. Prende solo in prestito tutto ciò che vede, e questa dice Adorno, è anche «la sua rivolta contro la convenzione di una musica ridotta alle dimensioni del soggetto borghese». Perché agisce, per usare la migliore metafora del filosofo, «con la libertà di colui che ancora non è stato inghiottito dalla cultura, il vagabondo della musica raccoglie il pezzo di vetro trovato per strada e lo tende verso il sole per farne sprizzare mille colori». Perché il lago si riempie anche dei fiumi che immettono la loro acqua. © Riproduzione riservata


Parole chiave: francesco panaro matarrese mahler musica

COMMENTI

Sono presenti 12 commenti per questo articolo

Francesca Cannavo (utente non registrato)
il genio viaggia sempre più velocemente della storia che attraversa ...bellissima nota scritta con ritmo Mahaleriano ...come al solito Francesco con garbo e profondità
il 3 Marzo 2011

Fabrizio Geloni (utente non registrato)
in effetti trovo singolare che non sia piaciuto ai suio contemporanei, perchè mi sembra molto espressione del suo tempo.  comunque io, dilettante, lo ascolto volentieri,ma solo quando sono rilassato e attento. altrimenti lo perdo. è un ascolto assai impegnativo, per uno come me, che ama canticchiare quello che ascolta. con gustav è possibile solo a tratti.
il 4 Marzo 2011

Antonio Bevilacqua
Francesco... come vedi, alla fine, la mia infingardaggine ha dovuto soccombere e mi sono iscritto (scherzo, non ho mai trovato un istante per farlo, finora). Ti posso solo dire che non ho mai amato molto Mahler... ma ora che ho letto 'sto post, probabilmente andrò a riascoltarmi le sue opere per cercare almeno di capire perché, finora, ho avuto la stessa reazione dei suoi contemporanei.
:-)
il 4 Marzo 2011

Anna Pepe (utente non registrato)
«Sono tre volte senza patria: boemo fra gli austriaci, austriaco fra i tedeschi, ebreo in tutto il mondo». «Il mio tempo verrà». solitudine assoluta,sofferta emarginazione,angoscia nel sentirsi apolide e inattuale nel tempo.
il 4 Marzo 2011

Paola Pistolesi (utente non registrato)
Il genio vive la sua vita nella più profonda solitudine,circondato dall'invidia di chi,invece di apprezzare la sua fantasia e creatività e con umiltà ammirare chi e' migliore e cercare di apprendere il più possibile,tende a svalutare l'altro.Accade tutti i giorni in ogni ambito,la forza del genio e' quella di non aspettare mai un riconoscimento dagli altri.Per sorridere un po' voglio citare una frase di un mio caro amico famoso percussionista "Il vero artista e' colui il quale ,per una gran botta di culo, riceve un'ispirazione e sa cosa farne". Grazie Fra baci
il 4 Marzo 2011

Eli Mcbett
"con la libertà di colui che ancora non è stato inghiottito dalla cultura, il vagabondo della musica raccoglie il pezzo di vetro trovato per strada e lo tende verso il sole per farne sprizzare mille colori"

(
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d'amore)

...o ci si taglia i polsi.

http://chiarodiluna-karl.blogspot.com/2008/11/mohammed-sceab-l-identit-e-la-memoria.html
il 5 Marzo 2011

Egle Potena
Grazie Francesco, << non è stato ancora inghiottito dalla cultura>>, perché anche la cultura può essere una belva feroce.
il 5 Marzo 2011

Gabriela Drasarova (utente non registrato)
la genialità ha il suo prezzo... ma fortunatamente i giganti incompresi della musica e della pittura non scendevano ai compromessi per accaparrarsi il consenso del pubblico. L'unico che si è dovuto piegare era Shostakovic chiamato davanti alla commissione parlamentare che dichiarò la sua musica incomprensibile e lo costrinse (pena fucilazione, periodo del Stalinismo) a elaborare diverse versioni delle sue sinfonie.
Per essere se stessi bisogna essere qualcuno (Stanislaw Jerzy Lec).....

il 5 Marzo 2011

Francesca Sidoti
Cogliere «l’incommensurabile dell’umano esserci»: è questa per me l’immagine - da un giudizio di Benjamin che accostava all’epica il Berlin Alexanderplatz di Döblin, sulla base del montaggio di materiali eterogenei e discontinui - che meglio riassume la vasta costruzione mahleriana. E nella sua complessa scrittura armonica e contrappuntistica, le aperture, l’andamento centrifugo, divagante – dalle immagini travolgenti a quelle di serena dolcezza - fedele alla dichiarata volontà di «costruire un mondo intero», la sua opera, come i fiumi che riempiono il lago, ha alimentato il Novecento, riflesso di quelle stesse ricerche irrequiete che, sulle soglie del nuovo secolo, impegnarono i diversi linguaggi artistici e la scrittura narrativa tra sperimentalismi (altri ritmi, altri ordini e tempi, altri percorsi e tutt’altro che rettilinei: non era forse incapace Tristam Shandy, uno dei padri del “caos” che stava investendo le forme narrative, di rispettare la geometria euclidea nello spazio e nei discorsi?) e prime avanguardie di fronte al venir meno di tutte le sicurezze di quel “mondo di ieri” che di lì a breve sarebbe stato travolto dalla “terapia igienica” della grande guerra, secondo la parola d’ordine di Marinetti.
Che bella pagina, e così appassionata! Mi ha restituito un pezzetto della mia infanzia. Grazie Francesco 

il 7 Marzo 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
Eppure mi suona strana questa incomprensione contemporanea per Mahler.
Come può l'incipit della V sinfonia non ricordare la drammaticità estatica wagneriana che tanto influenzò la cultura prussiana, e non solo, degli inizi del '900?
Forse la differenza fu nel collocare il sentore della brace che covava sotto la cenere in un contesto più intimo, da parte di Mahler, rispetto a quello che oserei dire 'populista' tipico dell'enfasi wagneriana.
Tuttavia Mahler può consolarsi, dato che nemmeno lo stesso Mozart oltre che il Beethoven invecchiato e stanco ai tempi della Nona poterono godersi la gloria in questo mondo.
Meno male che Leopardi poco prima s'era inventato il concetto di 'rimembranza'...
il 7 Marzo 2011

Thi5htm (utente non registrato)
- Non ho l’ardire di aggiungere un ette, davanti all’intelligente articolo e ai commenti qui presenti. Ma più che altro vi consiglierei di ascoltare, o più probabilmente riascoltare, le musiche di questo grande fuori dal tempo e - lui stesso accademico - fuori di ogni moto accademico.
- Il riascolto significa spostarsi, oltreché nel tempo, nel nostro umore, nella nostra preparazione, nel modificarsi dei sentimenti: oggi non siamo più quelli di ieri; anzi, con il passare del tempo, la parte trascorsa è già morta col trascorrere di ogni attimo su attimo. Non un ri-vivere, quindi, ma un vivere, scaturito da un nuovo tramutato contesto.
- Tommaso. http://www.tommasomazzoni.it
il 3 Ottobre 2011

Colleen30barber (utente non registrato)
One understands that men's life seems to be not very cheap, however we need cash for different issues and not every man gets enough money. Thence to receive fast credit loans or just student loan should be a right solution.
il 16 Novembre 2011

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