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Il mondo cosmopolita



di Michele Marsonet

Testa del Gigante, Giardini perduti di Heligan

Testa del Gigante, Giardini perduti di Heligan


La riaffermazione delle identità nazionali, etniche e religiose e la crisi dell’universalismo.



Si dice spesso, oggi, che l’accordo su una maggiore comprensione reciproca tra gli esseri umani è venuto meno. Ne avrebbe determinato la fine il risorgere di odi a lungo repressi, odi che hanno la loro fonte nelle differenze legate alle identità nazionali, etniche e religiose. Saremmo insomma di fronte alla fine delle concezioni universalistiche che hanno permeato gli ultimi secoli.
 
In realtà, se noi guardiamo alla storia, il declino delle concezioni universalistiche non è specifico della nostra epoca. La riaffermazione delle identità nazionali, etniche e religiose è un fenomeno ricorrente, il quale si verifica ogni volta che qualche impero sovranazionale crolla. Né appare lecito considerare il risorgere delle identità come segnale di un abbandono del cosmopolitismo. Fenomeni di questo tipo sono già avvenuti, a ritmo ciclico, nel passato, e non dovrebbero indurre a essere pessimisti circa un rinnovato successo in futuro di ideali che puntino a unire piuttosto che a dividere, a esaltare i fattori che ci accomunano piuttosto che a sottolineare gli elementi che ci separano gli uni dagli altri.
 
La perdita di fiducia nel cosmopolitismo, l’attuale declino delle idee universalistiche, non sono fenomeni la cui origine possa farsi risalire a circoli intellettuali o addirittura accademici in senso stretto. Essi riflettono, piuttosto, la percezione diffusa che il futuro non possa essere migliore. Non è così frequente, oggi, trovare qualcuno che creda veramente nella possibilità di dar vita a una società più giusta. E’ opportuno notare che quando, per esempio, pensare a una società senza classi sembrava a molti normale, l’interesse per la sopravvivenza delle identità pareva un problema di minore importanza.
 
Non si trattava certo di poco rispetto per le specificità nazionali, etniche e religiose. Si pensava, piuttosto, che la diffusione di una visione del mondo e di una cultura globali avrebbe apportato tali vantaggi da mettere in secondo piano l’interesse per la sopravvivenza delle identità. Che importa, in fondo, la difesa delle specificità, se l’obiettivo da raggiungere è una società sovranazionale in cui vi sia davvero l’uguaglianza delle opportunità? L’aspirazione universalistica è alla base della speranza che il futuro vada costantemente migliorando.
 
Universalismo e cosmopolitismo si sono incarnati in due diverse ideologie. Da un lato la tradizionale teoria marxista della società mondiale senza distinzione di classi o razze, frutto di una rivoluzione seguita dall’abolizione della proprietà privata. Dall’altro una visione del mondo altrettanto influente. Era opinione diffusa in Occidente dopo il 1945 che la pace appena conseguita, unitamente allo sviluppo scientifico, avrebbe reso possibile una prosperità economica prima inimmaginabile entro la cornice del libero mercato.
 
Il “sogno” era che la prosperità economica avrebbe a sua volta innescato un processo globale di rinnovamento politico, facendo sì che alla fine l’ordinamento liberaldemocratico si estendesse al mondo intero. Senza coercizione, ma in virtù della sola forza di persuasione, generata dal successo pratico. Molti politici firmatari della Carta delle Nazioni Unite avevano chiaramente in mente questo tipo di scenario venato di utopia.
 
La scena, ai nostri giorni, è molto cambiata. L’esperimento marxista, volto a trovare un sostituto soddisfacente dell’economia di mercato, è fallito. Tuttavia, l’utopia del libero mercato come panacea di tutti i mali sociali non ha incontrato sorte migliore. Questo perché tra sviluppo economico ed eguaglianza delle opportunità non esiste affatto una connessione meccanica e necessaria. E neppure la scienza si salva, dal momento che ora si insiste sui suoi aspetti negativi. E’ quindi la perdita di fiducia in tutte le forme di utopia egualitaria a far sì che molti guardino preoccupati al processo di globalizzazione. Si tratta di una preoccupazione dettata da motivi pratici e concreti, piuttosto che da teorizzazioni politico-filosofiche.
 
La filosofia è utile perché fornisce ri-descrizioni dei fenomeni sociali se si sa quali sono gli obiettivi e dove si vuole arrivare. A loro volta, queste ri-descrizioni, formulate inizialmente in un gergo incomprensibile ai profani, possono diventare proprietà di tutti quando vengano tradotte nel linguaggio quotidiano. Solo allora funzionano da apripista per il mutamento sociale.
 
Il ruolo dell’intellettuale è allora di grande portata. L’intellettuale è un costruttore di teorie, anche se non dovrebbe mai dimenticare le condizioni concrete in cui opera. Deve attirare l’attenzione sulla necessità di una politica globale, in grado di contrastare i privilegi delle oligarchie. Il problema, insomma, non è quello di combattere la società globale, ma di dar vita a una società globale giusta. Il termine “globalizzazione” è stato negli ultimi anni caricato di significati negativi, è diventato una sorta di feticcio che riassume in sé i mali del mondo.
 
Tutto questo è sintomo di grande confusione. Non si sottolineano mai a sufficienza gli aspetti positivi di un processo di globalizzazione correttamente inteso. Non necessariamente globalizzare significa omogeneizzare a forza. Non necessariamente globalizzare equivale a eliminare differenze ed identità specifiche. Al contrario. Può voler dire, invece, dar vita a una società mondiale in cui il rispetto di differenze ed identità diventi un fatto naturale.
 
Ed è proprio su questo piano che gli intellettuali svolgono un ruolo chiave. Quando si parla, ad esempio, di fondamentalismo religioso, si dimentica spesso che nei Paesi in cui quel tipo di fondamentalismo è forte esistono gruppi di intellettuali che si battono, a rischio della vita, contro ogni tipo di chiusura. Questi intellettuali non capiscono perché le differenze religiose debbano condurre alla prevaricazione degli altri. A essi dobbiamo essere grati: il loro esempio ci ricorda che la speranza sopravvive anche nei contesti meno favorevoli.
 
Abbiamo veramente bisogno di rinunciare alla preservazione delle identità e delle differenze se ci muoviamo nella direzione di una politica e di una cultura globali? Molti ritengono di sì, e danno per scontato che la globalizzazione comporti l’annullamento di ogni specificità. Non è così. La protezione delle identità e delle differenze non ha bisogno di un tipo di politica speciale se ci si muove nella direzione di una globalizzazione intesa in senso corretto. In una società globale le identità vengono preservate gelosamente perché arricchiscono il quadro complessivo.
 
L’equivoco è considerare la globalizzazione come un processo di omogeneizzazione forzata delle differenze. Essa non va intesa in senso negativo, bensì come un progetto pluralistico, come massimizzazione delle opportunità che dia spazio alla variazione, individuale e di gruppo. E’ in altri termini una omogeneizzazione che mira a favorire l’accordo tra gruppi diversi, affinché cooperino tra loro per dar vita a istituzioni comuni che garantiscano il più ampio spazio possibile per il pluralismo.



Parole chiave: cosmopolitismo universalismo localismo globalismo

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Guido Repetto
Io ritengo che l'aspetto più rilevante del presente contributo, quello che, forse, meglio svela l'impasse del ruolo dell'intellettuale, consista nel porre in evidenza le difficoltà attuali di interpretazione delle soggettività individuali e collettive. Del resto, universalismo e cosmopolitismo evocano immediatamente una commistione di singolarità e pluralità che stannomai ferme. Ci misuriamo con il singolo e con la società, ma la società stessa, se risolta nei confini, pur vacillanti, nazionali, religiosi o del PIL e posta di fronte al globale, finisce con l'esprimere (e accentuare) una valenza singolare. Sarà per questo che la mia piena condivisione del richiamo al ruolo dell'intellettuale oggi, come portatore di "ri-descrizioni" che siano "apripista per il mutamento sociale" è piena malgrado una perplessità.

La riaffermazione delle identità non mi pare stia avvenendo in una fase di crollo di un impero sovranazionale. La rilevanza che attribuiamo a talune recrudescenze identitarie (e non attibuisco a ciò una valenza negativa a priori e a prescindere) scaturisce proprio dall'affermarsi di una forma di sovranità che, per sua stessa natura, ha finito col tracimare oltre gli argini, da principio a sé essenziali e divenuti oramai angusti, dei confini nazionali. Si tratta dell'esito di un processo innato, ma giunto alla svolta di quell'incremento quantitativo che finisce col restituirci la dimensione di una trasformazione qualitativa.

Nel sistema planetario che soggiace alla sovranità - globale, assoluta e autoperpetuantesi come sua logica interna - del mercato, l'individuo si muove in uno scenario di falsa autonomia che lo spinge nella direzione del proprio vantaggio e lo ripaga con la moneta del cinese "eterno nemico", dell'infedele che calpesta i sacri valori dei padri, dell'erosione degli spazi e delle risorse pubbliche, con tutto il senso di svuotamento sprigionato dalla sussunzione reale. La falsa autonomia dell'individuo (grottesco esito d'una parabola che da suddito l'ha reso cittadino e, infine, consumatore), inoltre, si sviluppa in uno scenario del quale di tutto potremmo dire tranne che consista nel libero mercato.

Un bun intento "ri-descrittivo", allora, potrebbe articolarsi anche attraverso lo studio dell'individuo-consumatore quale esito d'un distorto processo evolutivo nel quale il senso di onnipotenza non risolto lo espone, alla prova dei fatti, all'inevitabile fallimento. Una "ri-descrizione" che si offra all'individuo quale restituzione dell'oggetto transizionale e, altresì, "madre sufficientemente buona che lo sottoponga a delle frustrazioni ottimali" (il concetto è d'origine winnicottiana e il virgolettato è wikipediano). Sembra un'affermazione, ma ovviamente, è solo una domanda.  
il 15 Aprile 2013

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