uncommons

village



Il Paese latte e miele



di Francesco Panaro Matarrese






Il mondo si salva solo se le donne e gli uomini frenano il loro egoismo e fanno qualcosa  prima per i figli degli altri e poi per i propri.







Esiste una regione in Europa che possa essere definita «del latte e del miele»? Per quanto si possa frugare negli atlanti di scuola vecchi e nuovi, dal vecchio continente non salta fuori niente che faccia pensare ad una terra dell’abbondanza, dell'opportunità di lavoro e di vita color rosa. Come quella terra sognata dagli americani della crisi del ’29, la California. Rivelatasi poi luogo inospitale, povero, affamato anch’esso.
 
La definizione di "terra del latte del miele" porta nel Vicino Oriente, così definita nella Bibbia più per il secondo, il miele, che per il primo, per il ritrovamento di antiche arnie del decimo secolo prima di Cristo. Oggi Google maps segnala un'infinità di attività commerciali chiamate del latte e del miele, da Londra al resto d’Europa (non esclusa l’Italia). Da bistrot a restaurant, da pub a pizzerie, una moltitudine che vorrebbe suggerire l’Europa come la terra dove scorrono... Ma questa non è una statistica scientifica e il pullulare di milioni di luoghi per la vendita al dettaglio non è sinonimo di abbondanza, di benessere, anzi, è il contrario: l’economia concentrata solo su pochi tipi di attività, non diversificate, fa pensare ad una malattia commerciale insanabile.
 
Gli appassionati di letteratura sanno cos’è Furore, il romanzo nato dalla penna di John Steinbeck e dalle penne (nel senso di pelle) degli americani. Non è leggendario per il suo incipit Furore (Grapes of Wrath nel titolo originale, la traduzione letterale è “l’uva dell’ira”), certamente lo è per la drammatica storia, ma è ancora più straordinaria per lo sconcertante finale che riassume i tragici effetti di quella crisi economica che ebbe ripercussioni planetarie:
 
«…Stette qualche secondo a contemplare la faccia smunta e gli occhi fissi, allucinati. Poi lentamente si sdraiò accanto a lui. L’uomo scosse lentamente la testa in segno di rifiuto. Rosa Tea sollevò un lembo della coperta e si denudò il petto. “Su, prendete,” disse. Gli si fece più vicino e gli passò una mano sotto la testa. Qui, qui, così.” Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente».
 
Rosa Tea aveva da poco perso il bambino appena nato e offre il latte del suo petto ad un disgraziato, un affamato che sta morendo di stenti perché si era tolto di bocca il pane per dar da mangiare al suo figlioletto. Il capolavoro letterario di Steinbeck gira intorno alla lunga saga di una famiglia che attraversa l’America per arrivare in California dove avrebbe trovato lavoro, cibo e prosperità, così era stato promesso a tutti gli agricoltori.

La California invece era un grande imbroglio. Non una terra promessa, ma un luogo povero, di disperati. Rosa Tea, membro della grande famiglia migrante, non troverà un lavoro dopo l’estenuante viaggio sulla 66 la lunga strada diagonale che Steinbeck chiamò Mother road (dalla finzione alla realtà, ancor oggi è chiamata così), non sarà sfamata, ma sfamerà uno sconosciuto, adulto. Con cosa? Con quello che ha nel suo seno, latte materno.
 
Spiegare un momento storico con un passo di letteratura in alcuni casi può trarre in inganno, può essere distorcente. Taluni pensano che sia bene tenere la realtà e la finzione ben distanti, altri ritengono che l’arte, la finzione letteraria, coglie l’essenza (un termine che odora di  filosofia) delle cose. Furore narra i fatti, inventati o veri non ha importanza. Quello che conta è la restituzione storica. E non c’è di che preoccuparsi: gli affamati di oggi sapranno risolvere diversamente e con successo il problema del pranzo e della cena.
 
In questo romanzo si assiste a eventi drammatici, ma si deduce che la vita, il mondo si salva, dice Steinbeck non fra le righe, solo se le donne e gli uomini frenano il loro egoismo e fanno qualcosa  prima per i figli degli altri e poi per i propri. Prima gli altri, poi se stessi. Solo se si toglie il pane dalla propria bocca per darlo ad uno sconosciuto può cambiare qualcosa. Una visione un po’ antica, fuori dalla storia, perché banchieri, multinazionali, banche centrali non faranno niente di simile in questi periodi di alternanza fra padella e brace. Perché questa crisi è stata costruita proprio per togliere quel poco latte che rimane a chi già non lo ha, verrebbe da dire…
Continua - fine prima parte

Leggi anche
la seconda parte Come siamo finiti qui? 
e la terza Il bello, il brutto e il cattivo dei soldi

Dal film Furore di John Houston
basato sul romanzo di John Steinbeck








Parole chiave: francesco panaro matarrese letteratura cinema economia

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Bluepino (utente non registrato)
rimanda alla speranza e ad una rappresentazione cristiana della realtà che si vive ...
il 3 Ottobre 2011

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in village

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2019 proprietà riservata Tramas Web