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Il passo atletico di Obama in Siria



di Michele Marsonet



Ritratto nitido siriano con ombra lunga occidentale




Tra crisi di governo minacciate un giorno sì e l’altro pure, settori strategici del nostro sistema industriale agonizzanti a causa di sentenze della magistratura e promessi “asfaltamenti” degli avversari politici, il caso della Siria è passato in secondo piano. I media continuano a parlarne, ma il tono è assai meno drammatico di quello usato nelle scorse settimane.
 
Eppure non risulta che americani – e al loro rimorchio i francesi – abbiano rinunciato a un attacco destinato a rappresentare “soltanto” una salutare lezione al regime di Assad. Anche alcuni Paesi dubbiosi si stanno ora allineando, e alle Nazioni Unite la situazione è tutt’altro che chiara.
 
Eppure dalla Siria continuano a giungere notizie riguardanti le milizie anti-Assad che sono, per usare un eufemismo, inquietanti. I racconti di Domenico Quirico e del suo compagno di prigionia hanno ormai fatto il giro del mondo. Da noi hanno suscitato grande attenzione, ma buona parte della stampa preferisce esprimersi in termini genericamente umanitari, senza dare troppo rilievo al pessimo – ricorrendo ancora una volta a un eufemismo – ritratto dei ribelli che da quei racconti emerge nitido e senza ombre.
 
Ma non basta. Nei social network sono comparse alcune foto raccapriccianti. Si tratta delle teste di due piloti siriani abbattuti dai turchi e consegnati alle milizie islamiste che USA e Francia vorrebbero aiutare. Teste spiccate dal busto, ovviamente, ed esibite come trofei. Immagini già viste nella guerra che sconvolse la ex Jugoslavia. In quel caso appartenevano a soldati serbi decapitati e mostrati con orgoglio da miliziani jiahdisti accorsi in gran numero per combattere la loro guerra santa.
 
C’è poi il caso di Maalula,Manifestante siriano con tatuaggio del presidente Bashar Assad e, sulla destra, suo fratello Bassel

Manifestante siriano con tatuaggio del presidente Bashar Assad e, sulla destra, suo fratello Bassel

l’antica città cristiana a circa 50 km da Damasco, candidata dall’Unesco a diventare patrimonio dell’umanità e nella quale si parlava ancora l’aramaico (la lingua di Gesù, com’è noto). Ho detto “si parlava” perché nel frattempo Maalula è stata conquistata dalle milizie islamiste.
 
La televisione ci ha mostrato le immagini dell’esercito di Assad che tentava di liberare (e uso tale verbo senza remora alcuna, checché ne pensino i tanti ammiratori nostrani di Obama) la città, senza riuscirci. Il che la dice lunga circa i rapporti di forza sul terreno. L’aiuto diretto o indiretto agli islamisti avrà conseguenze tragiche.
 
Per farla breve, a Maalula è finita esattamente come doveva finire. Uomini sgozzati, donne violentate, chiese bruciate, richiesta di immediata conversione all’Islam rivolta alla popolazione locale. Tutto già visto in altri luoghi, nulla di nuovo, e un sentimento profondo di amarezza e di rabbia.
 
Gli ammiratori dell’attuale presidente americano sono, per fortuna, in diminuzione. Non solo per l’incertezza e l’imperizia ampiamente dimostrate in questa e in altre occasioni. Ma anche per la crescente consapevolezza che dietro lo slogan “Yes, we can” che lo portò alla vittoria elettorale si celava il vuoto assoluto.
 
L’oratoria è brillante e il passo atletico, come si è visto in alcune immagini televisive che lo ritraevano mentre saliva con balzi leggeri e senza sforzo la scaletta di un aereo. Penso che nessun politico italiano, neppure il giovane rottamatore Matteo Renzi, sarebbe in grado di esibire una simile forma fisica.
 
Si vorrebbe però un presidente degli Stati Uniti meno abile nei discorsi e magari un po’ più bolso nel fisico, ma in grado di ragionare con lucidità e di capire con maggiore cognizione di causa la complessità dello scenario internazionale. Allo stato dei fatti, sfortunatamente, si tratta di un pio desiderio.

Parole chiave: siria assad obama occidente medioriente

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